Sabato, 4 Febbraio 2012

Su “Palpebre” di Gianni Canova

venerdì, 5 febbraio 2010 | Di | Sezione: Profili

di Fabio Orrico

Gianni Canova, che secondo chi scrive è un grande critico cinematografico, quindi da sempre uno scrittore, esordisce come romanziere. Palpebre, questo il titolo del libro, è un thriller eccedente. Eccedente rispetto a quella che è la scena nostrana del genere ma, direi, eccedente rispetto anche alla riflessione sulle immagini che si fa (o non si fa) nel nostro paese su riviste (anche l’indispensabile “Duellanti” inventata e diretta proprio da Canova), quotidiani etc. Mi spiego meglio. Palpebre non solo racconta una storia ma la sostiene con una stampella teorica di rara forza che non va mai a ledere la ragnatela (di questo si tratta, non di struttura) del romanzo. Non c’è pedanteria, non c’è facile citazionismo anche se leggendo la bandella e guardando il nome dei personaggi, lo si potrebbe pensare. Di Canova ricordiamo un magnifico “Castoro” dedicato a David Cronenberg. Quanto Canova abbia capito e amato il grande regista canadese, risalta lampante dalle pagine del suo romanzo.
Che cosa racconta Palpebre? Racconta di un giovane accademico, Giovanni Vigo, studioso di Dante, che, sollecitato dalla vista di una bellissima sconosciuta, si trova hitchcockianamente accusato di orribili delitti e invischiato in uno spaventoso intrigo al termine del quale la sua vita e quella di chi gli sta vicino subirà cambiamenti profondi e terribili. La macchina narrativa di Canova è messa in moto insomma da uno sguardo. E d’altra parte il nucleo della riflessione teorica dello studioso Vigo parte dalla negazione della vista che Dante impone alle anime colpevoli d’invidia tramite l’accigliatura, ossia la cucitura delle palpebre col fil di ferro, per costringere quelle anime a guardarsi “dentro” una volta per tutte e termina con la contemplazione del giudizio universale dipinto da Giotto nella cappella degli Scrovegni di Padova dove i dannati sono costretti a subire le pene rigorosamente ad occhi aperti. Il modernissimo inferno attraversato da Vigo nel corso della sua indagine stende tra questi estremi le braccia del suo compasso e trova il suo centro nell’idea dello sguardo come colpevolezza. I delitti cui Vigo si trova controvoglia a indagare lo portano a intercettare un’associazione che traffica in snuff movie. Quando Canova conduce noi e il suo personaggio al confine di questo inferno troviamo le pagine più belle del libro, le più teoriche, le più dolorose. Con una capacità di sintesi intrepida e intelligentissima Canova travasa il voyeurismo televisivo dei nostri anni nell’imbuto della morte come pornografia e spettacolo definitivo. La metafora è tanto semplice quanto potente. Non originalissima forse (lo aveva fatto anche, coi suoi toni da apocalisse dolorosamente grottesca, Moresco nel suo capolavoro I canti del caos) ma Canova ha il grande merito di declinarla secondo i codici di un thriller realmente disturbante e sfrontato. Eccedente, come dicevamo, rispetto alla calma piatta di un genere che si va canonizzando in modi tutto sommato rassicuranti (i soliti poliziotti bonari) ed eccedente, rispetto alle mille tavole rotonde sul malcostume televisivo, perchè ha il coraggio di spingere il discorso fino alla sua conseguenza più estrema (il mattatoio pubblico dei sentimenti e della carne). Essendo chi scrive, un cinefilo sfegatato, mi sono concesso una piccola fantasticheria. Palpebre al cinema, sceneggiatura di Paul Schrader, regia di David Cronenberg. Da far tremare i polsi. Eh sì.

Stampa questo articolo | Invia questo articolo per email | 1.955 visualizzazioni
1 Stella2 Stelle3 Stelle4 Stelle5 Stelle (Nessun voto)

Articoli consigliati:
Parole chiave: , , , , , , ,

Lascia un commento