Sei minuti
mercoledì, 28 aprile 2010 | Di Manuel | Sezione: Scritti ineditidi Giuseppe Guerrini
Ho sei minuti di margine. Posso timbrare in orario anche se incontro un semaforo rosso e un passaggio a livello. Sei minuti. Sì. Il traffico è intenso, ma ci si muove bene stamattina. Se non timbro in orario mi decurtano mezz’ora di permesso. Se lo faccio per tre giorni di seguito, mi arriva automaticamente via email un richiamo ufficiale da parte della direzione. Dopo tre richiami c’è il licenziamento per giusta causa. Sono al secondo richiamo. E per due giorni sono arrivato tardi. Ma oggi ho sei minuti di margine. Non deve succedere niente. Una volta non era così: c’erano le regole, e c’era il responsabile che ti sgridava per i ritardi, e non voleva sentire ragioni, ma intanto, le ragioni, gliele si diceva lo stesso, e lui le doveva sentire per forza. Era un gioco delle parti. Un uomo di una certa età che riprendeva con piglio burbero il giovane impiegato. Ma si poteva rispondere, almeno. Adesso no. C’è il programma che fa tutto. L’azienda vuole ridurre il personale, e tutte le scuse sono buone. Il programma non intende ragioni. In qualche ufficio ai piani alti un giovane superpagato responsabile delle risorse umane ha avuto questa pensata, e ha incaricato un suo coetaneo malpagato e a termine, di scrivere il programma. Tre ritardi consecutivi, un richiamo, tre richiami, licenziamento. Semplice. Ma non deve succedere, ho sei minuti di margine e il traffico scorre, non rapido ma scorre. Sei minuti. Forse un po’ meno.
E questa cosa fa? Ma guardala! Senza casco, a zig-zag tra il traffico col motorino. Ragazzine… Ecco, ora gira a destra. Accidenti! Taglia la strada a un furgone, si toccano, lei cade! Il furgone frena un attimo, poi riparte a tutta velocità. Cazzo! Cazzo! Cazzo! Lei è a terra. Ho visto, devo fermarmi, è a terra. Scendo. Ho cinque minuti di margine. Lei sanguina e si lamenta, non riesce ad alzarsi. Chiamo il 118. Ho quattro minuti e mezzo. Dico dove sono, spiego, mi confondo, chiedo cosa devo fare. Mi chiedono il nome, mi dicono di non fare niente. Quattro minuti. Mi dicono di non farla muovere. Lei sta male, ha una ferita alla testa, si lamenta, io le dico di non muoversi, di stare calma, che arriva l’ambulanza. Ho tre minuti e mezzo. Ma quando arrivano? L’ospedale è vicino, quanto ci vuole? Le raccolgo lo zainetto, arrivano i vigili intanto. Ho tre minuti. Tre minuti. No, dico, non ho visto la targa. No, non s’è fermato. Forse aveva fretta. Io ho due minuti e mezzo. Sì, questi sono i miei documenti. Lei sta male! Due minuti. No, non l’ho investita io, è stato un furgone. No, la targa non l’ho vista, gliel’ho detto. Un minuto. Arriva l’ambulanza. Posso andare, mi dicono. I miei documenti, mi servono i miei documenti. Grazie. Vado. Sono in ritardo di trenta secondi. Se trovo il verde ce la posso ancora fare. Se mi sbrigo. Forse ce la faccio.
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breve, incisivo e graffiante: quando la vita ci rende cinici nostro malgrado.
In qualche ufficio ai piani alti un giovane superpagato responsabile delle risorse umane ha avuto questa pensata, e ha incaricato un suo coetaneo malpagato e a termine, di scrivere il programma.
Questa mi è piaciuta proprio, oltre al resto del racconto ovviamente.
Tra Cinque minuti comincia la Rivoluzione… diceva Celestini.