Lus
giovedì, 6 maggio 2010 | Di Luca | Sezione: Scritti ineditidi Cristian Sesena
La mattina del 5 maggio di un maggio piovoso, 5 maggio di un anno qualsiasi dopo il 2000, Lus prese l’oboe e se ne andò. Il cielo sopra di lui era straordinariamente cupo. A destra il sole lo gonfiava di lato come una vela sporca. A sinistra una lastra di cemento senza spessore sbavava imprecisa sui monti ancora innevati.
Aveva gli occhi belli Lus, di un azzurro senza dubbi e prepotenze. Se li strofinò più volte prima di salire in auto. Sonno, stanchezza, ore e ore la notte prima spese a pensare sbarrando quegli occhi contro il soffitto. Premendo il soffitto con lo sguardo.
Le banalità formavano un cerchio sulla sua testa. A fasi alterne divenivano aureola di Santo Martire e corona di spine.
Aveva perso l’amore e quella era l’ennesima notte che passava così, a trafiggere il solaio con i suoi occhi belli. Giurò che quella sarebbe stata l’ultima notte che passava a infilzare le stelle.
Ma non tutte le notti erano uguali per lui. Alcune usciva e andava a caccia di nuove sagome, di fantasmi, di statuine semoventi. Faceva l’amore senza difficoltà come un bambino che recita la poesia mille volte ripetuta, la sera della vigilia. Alla fine della sua azione e reazione si addormentava affianco a quel corpo con la speranza che al mattino l’avrebbe riconosciuto come una cosa viva.
Quando la luce lo riportava al giorno, puntualmente si sedeva a bordo del letto e si guardava la pancia. Si accorgeva allora di essere solo, che quell’ammasso di lenzuola al suo fianco non era altro che un ammasso di lenzuola. E se ne andava, preparandosi le parole giuste per giustificare la sua fuga al malcapitato che per il momento, ignaro, continuava a dormire.
Era bello Lus. Di quelle bellezze perfette che annoiano, ma che tutti, belli e brutti, vogliono nella vita afferrare almeno una volta.
Si stagliava sullo sfondo di un’armonia discreta col mondo, eppure riusciva ad illuminarlo il mondo, soprattutto quando rideva. Ma ancor di piu’ quando suonava. Tendeva la gamba destra e la irrigidiva. L’oboe, di lato, formava un angolo perfetto simmetrico con la punta dell’alluce.
Postura decisamente insolita per un oboista. Liberava l’anima, secondo Lus, quello strano stare rigido. Tutto ciò che liberava l’anima gli piaceva. Ma l’anima era da tempo muta, zittita dal tonfo di un addio impreciso. Forse dato per farsi rincorrere, in realtà forse suggerito, sussurrato dalla paura di essere travolto.
Quell’addio sparato in aria come un bengala, era ormai vecchio di due anni.
E in due anni aveva costruito attorno ai suoi giorni un alveare di dubbi e veleno. Una paralisi lenta rattrappiva ormai anche il suo respiro. Molti nomi si erano provati a sovrascrivere a quello, molti odori e sapori di labbra si erano mescolati in quel lasso di tempo.
Quando suonava la sua bocca era amara e il suo fiato esitante. Anche quando suonava masticava le sillabe dure di quell’addio.
Scese a valle divorando le curve. Le nuvole parevano risucchiate al fondo come acqua marcia in un tombino. Aria Umida dal finestrino gli fischiava nell’orecchio. Sbirciò lo specchietto e notò le occhiaie scure, dove i suoi occhi si appoggiavano liquidi, tristi. Stava scappando o stava reagendo?
Non aveva una risposta se non che doveva andare da lui, raggiungerlo ovunque lui fosse, perché quell’addio imperfetto andava limato, pulito, levigato. Non poteva continuare a vivere con quell’opera d’arte incompiuta fra le mani. Scorse l’oboe che spuntava da dietro.
Gli pareva un dardo medievale da impugnare. Era un guerriero triste chiamato ad una guerra per la quale, mercenario, non aveva ancora ricevuto compenso. Eppure tutto intorno era indifferenza. Nessuno si era accorto delle sue notti insonni e di quel senso di incompiutezza che pesava sulle sue spalle. Chiunque avrebbe detto che era felice e contento dei suoi 30 anni. Del resto Lus sapeva mentire e raccontare storie.
Lus era bravo con le parole, soprattutto con quelle che raccontano e non dicono nulla.
Le parole come i suoni, gli servivano per incantare. Aveva conquistato così sentimenti che aveva usato e poi gettato. Tutti gli chiedevano spazio e prospettiva. Lui garantiva un soggiorno in un angolo ben curato di sé con vista panoramica su di lui. Ospitava e poi sfrattava. Era un astro sempre prossimo all’eclissi.
Non si rendeva conto nemmeno più di quello che diceva. Il suo giocare con le frasi, con l’inflessione della voce, applicando uno schema consolidato a soggetti diversi fra loro, erano diventati ormai routine, memoria involontaria, come la gamba rigida durante i concerti.
Seduttore raffinatissimo alternava con sapienza la sua fisicità al suo saperci fare, in un gioco irresistibile ai più, un aggiungi e togli, un vedo non vedo, un elastico che spesso diveniva giogo attorno al collo di chi si trovava ad interagire per una sera o per più sere con lui.
Molte le vittime che di quel gioco si erano creduti protagonisti attivi e si erano trovati scaricati ai bordi di una tangenziale come una puttana qualunque.
Molti quelli che non si rassegnavano e continuavano a cercarlo usando i mezzi della tecnologia, così comodi perché privi di contatto, come face book, email, sms, mms.
Sapeva affondare nell’intimità come una lama inarrestabile e come una lama sapeva ritrarsi lasciando il sangue sgorgare. Ovviamente non provava pietà. Vampiro perché a sua volta vampirizzato. Dannoso perché irrimediabilmente danneggiato.
Era un’arte parallela quella dell’inganno, e lui ne era interprete inconsapevole, curioso sperimentatore di novità, di sapori, di pelle, aveva un arsenale di strumenti di conquista che difficilmente lasciavano scampo. Eppure uno era scampato. Fuggito di notte. A gambe levate, fuori dalla sua casa e dalla sua vita senza mai voltarsi indietro, senza fargli un saluto.
Arrivato al cimitero abbandonato, nel punto esatto dove inizia il percorso Avventura per ciclisti avventurosi, rallentò fino a fermarsi. Lo fece naturalmente.
Il cielo si stava squarciando come una quinta che si strappa fino a cadere su un proscenio impolverato. Scese dall’auto. Il sole gli falciò di improvviso il volto.
Si sedette sulle scale di pietra stendendosi quasi fino a sdraiarsi. I gradini lo pungevano alle scapole. Aprì gli occhi: tutto girava in una danza vertigine. Li richiuse. Le campane suonavano l’avvio di quel giorno che per lui era iniziato da tanto. Troppo.
La primavera d’improvviso tornò. E fu come allora, quando insieme da lì partirono in bicicletta contro il mattino, le mani che si cercavano in tanti urti solo all’apparenza casuali.
Partirono con due sorrisi che erano uno nella luce abbagliante di quel cercarsi, di quel pretendersi che era vigore giovane, spavaldo urlo, tenerissimo silenzio.
Lus sentì una lacrima disegnare un cerchio sul suo zigomo. Quel giorno era stato felice. Onestamente nudo e sudato fra le mani di un altro essere umano che poteva fare di lui ogni cosa, e che invece si era limitato, su quel viottolo, a raccoglierlo, a tenerlo unito.
Felice come si definisce felice uno stato del passato, una condizione perduta e pertanto addolcita dalla prospettiva capovolta che dall’oggi vola a “ieri” e da “ieri” più non torna.
Si stese del tutto sui gradini. Non era alto Lus. Non era lungo. Era perfetto nel suo essere giovane eppure uomo fatto. Nel suo essere solo davanti a quel portone che solo non lo sapeva riconoscere, pareva un soldato morto sul campo di battaglia. Un soldato pieno di gloria e di onori e di coraggio. Ma morto solo, rimpiangendo la schiavitù, trafitto da una insipida libertà.
Le nubi gli correvano sulla testa rapidissime. Si rimise seduto. Doveva ripartire. La strada tanta. Il mattino già alto. Nessun dubbio sulla destinazione. Mentre si avvicinava alla macchina, sentì da dietro il frusciare di un passo.
Una donna anziana si era seduta sui gradini da dove si era appena alzato. Aveva un fazzoletto in testa, e stava sbocconcellando del pane. Ai piedi che si erano liberati delle scarpe aveva lasciato la borsa di plastica della spesa.
Lo fissava incuriosita, e quando i loro sguardi si incrociarono, lei non abbassò il suo.
“ Cosa dice….avrà finito di piovere? Non se ne può davvero piu’.”
Gli sorrise e le grinze le nascosero per un istante gli occhi.
“ Davvero non se ne può più…”
Salì in auto e partì lasciandola là, sempre più piccola, intenta a scuotersi la polvere dalla gonna.
Viaggiò tutto il giorno e la notte. Le curve si facevano linee interminabili. La testa completamente vuota funzionava da cassa di risonanza per la musica dello stereo. Immagini come su un telo bianco balenavano negli occhi tenuti aperti dalle lenti a contatto. Mentre guidava sentiva l’aria dai finestrini aperti graffiargli la pelle sulle braccia. Ogni tanto la stanchezza prevaleva facendogli reclinare il capo sul volante, ma subito come per una frustata, si riprendeva.
Era la seconda notte senza sonno eppure era percorso da sciami di scariche elettriche che lo disumanizzavano, rendendolo scattante e reattivo, una corda d’arco tesa da due braccia robuste.
All’autogrill la cassiera masticava una gomma e lo scrutava. Tutti lo scrutavano sotto la maglietta, rovistavano il suo petto glabro, sembravano alla ricerca di un tesoro o di un segreto.
Sembravano sapere chi era e dove stesse andando.
Le caramelle nei loro vistosi astucci, gli orsacchiotti di pelouche davano a quel posto di luci artefatte un aspetto inquietante.
Di finzione scenica e di morte.
Non amava i posti chiusi. Fosse stato per lui avrebbe vissuto sui monti, tra la neve alta un metro e le rocce. Anche se non aveva nulla del selvaggio, anche se poteva apparire come il prototipo del bel ragazzo alla moda, ad un’indagine più accurata non sfuggiva un qualcosa di aspro e rupestre nel suo muoversi.
La sua indole era quella di una bestiola selvaggia addomesticata a scudisciate, che aspettava il buio e la luna piena per latrare.
Aveva dita sottili come si addice ad un suonatore. Ma i polsi erano grossi come quelli di un pastore.
Quando gli prendeva le mani, sudate dopo un concerto, a cui aveva assistito in piedi dietro una colonna, sentiva cozzare i loro mondi, li sentiva rimbalzare,per poi fondersi per un istante.
Era quello l’amore? Era quel sentire la pelle diversa farsi pelle della sua pelle? Era quello che stava cercando alle 4 della mattina su un’autostrada anonima?
Seduto sul muretto con una sigaretta fra le labbra, si chiese che senso avessero quelle ore, che senso avesse avuto il tempo con lui e il tempo senza di lui, e quanto tempo gli rimanesse.
Il tempo era per lui un concetto strano, non aveva paura dei suoi insulti, lo cavalcava fiero ogni mattina concedendosi solo qualche sbuffo.
Ma ora il tempo aveva un ghigno ostile, un riso beffardo, che spaccava in due il cielo, e non c’erano strade percorribili, ma vie interrotte ove infilarsi per rimanere poi bloccati, senza uscita. Quelle vie erano ore, erano i giorni in assenza di lui, in presenza di tanti nessuno o solo della sua ombra.
Arrivò in città. La città del delirio e del caos, del traffico e delle urla. La città che lo stuprò la prima volta che ci giunse e lo lasciò giacere fra le plastiche e le pietre sacre. Arrivò infine nell’ora di punta. Un rigo di fumo si alzava all’altezza del mare. Era ancora mattino.
Lus non aveva con sé un cambio. Solo l’oboe e il pacchetto che aveva preparato legandolo con la corda il giorno prima.
Appena sceso dall’auto gli mancò l’aria. Una cappa di umidità grigia schiacciava quel formicaio in salita, come il piede distratto di Dio.
Si appoggiò al finestrino. Si bagnò la fronte con la bottiglia dell’acqua. Si girò di schiena respirando forte.
I clacson urlavano senza logica, ritmici come il battito di un cuore ipertrofico. Ebbe paura. Tutto gli pareva ignoto. Incomprensibile.
Un vortice di suoni tribali così lontano, duro, dissimile dalle melodie a lui care. Quasi per reazione di difesa prese con sé l’oboe e si incamminò.
Mentre saliva e si faceva strada fra la gente, sentì suonare il blackberry. Non aveva guardato il telefono da quando era partito. C’erano parecchi messaggi e cinque chiamate perse. La folla di nessuno, i cadaveri che aveva lasciato sulla via, improvvisamente si erano rianimati e lo cercavano. Assieme. Coalizzati lo perseguitavano. Lo accusavano, lo maledicevano, asserviti al loro desiderio lo incalzavano. Si sentì improvvisamente in colpa. Forse li aveva davvero uccisi. Forse aveva goduto mentre li infilzava ad uno ad uno, mentre rideva delle loro lacrime, mentre non rispondeva alle loro lettere imploranti.
Si era stato un mostro, un egoista, uno stronzo, ed ora pagava, ora in quelle strade arroventate come ferro dal sole, pagava, espiava i suoi furti, le sue parole vuote. I suoi imperdonabili silenzi.
Finalmente si infilò in una via all’ombra. I palazzi alti lo proteggevano emanando un odore buono di muffa. Dai negozi e dalle porte provenivano suoni di lavoro, e voci pacate. Entrò in un bar. Almeno sembrava un bar anche se era non più che un loculo.
Alle pareti immagini di santi si alternavano a gagliardetti di una squadra di calcio. Una signora bionda e grassa era quasi incastrata dietro al banco, senza nessuno spazio per muoversi.
Si appoggiò su uno sgabello ricoperto di velluto rosso, pieno di macchie. Era esausto. Non c’era nessuno, e difficilmente avrebbero potuto starci in due in quella striscia di spazio così angusto.
Ordinò un caffè ed un bicchier d’acqua.
“ Ragazzo mi pari un pazzo. Che hai? Tutto a posto?”
La signora lo fissava tracannare l’acqua. Aveva un cm di rossetto che colava sugli incisivi. I capelli biondo camomilla si facevano bianchi alla radice.
“ Si Grazie sono solo molto stanco.”
“Eh stanco…stanco alla tua età? Ma fammi il piacere. Alla tua età non si può esser stanchi. E’ un insulto a noi vecchi!”
E si girò con una specie di mezza torsione del busto per prendere un barattolo colmo di zucchero.
“ Dimmi un po’ ragazzo che ci fai da queste parti? Sei venuto per lavoro? Per affari? Sei un affarista?”
“No sono…sono venuto a trovare un amico.”
“ Un amico? Bravo, bravo. Ma che sei un suonatore? Suoni nella Banda? Mi piace la banda, quando la Banda passò, volevo dire di Nooo, la conosci? Mina, la più grande…ma tu manco eri nato mi sà.”
La signora era simpatica troppo estroversa per le 11 di quella mattina ma aveva anche un certo fare inquisitorio che lo disturbava.
“Si suono, suono, e insegno musica. Non nella Banda no.”
“ Ah peccato..suoni per strada? E’ cosi che campi?”
Lus non capiva se scherzasse o dicesse sul serio e cominciò ad innervosirsi:
“ Le sembro un mendicante? Insegno al conservatorio e suono nei teatri.”
“ Eh non ti arrabbiare…a me piacciono quelli là…come si chiamano…aspetta..sì sì gli artisti di strada, sono simpatici…un po’ sporchi…a volte ma simpatici…facciamo così visto che ti sei offeso…per farmi perdonare ti faccio un giro di tarocchi.”
E con lo stesso movimento rotatorio si girò in senso contrario, aprì un cassetto e tirò fuori un mazzo di carte rovinate.
“ No grazie, non credo a queste cose! Quanto le devo?”
La signora si fece scura in volto.
“Figlio mio non mi devi che un’alzata del mazzo con la mano sinistra. Quella del cuore.”
Non si rese conto del perché, ma fu quasi ipnotizzato da quell’affondare mollemente la voce sulla
“U” di “CUORE” e tagliò le carte a metà.
La donna accennò ad un ghigno che poteva essere un sorriso e in breve apparecchiò sul bancone una croce che cominciò a scoprire carta dopo carta.
“ Figliolo… tu sei uno strano soggetto. Stai inguaiato ma è solo colpa tua. Chi se ne va che male fa diceva Casco d’ Oro, ma tu lascia andare…è andato, come se ne è andato tuo padre, mica potevi impedire che la morte lo portasse fuori quel pomeriggio, fuori dalla finestra intendo…lascia andare molla la presa…il mare l ‘ ha chiamato, il mare… .”
Lus rimase vuoto. Trasparente. Uscì dal bar senza fiatare lasciando la signora incastrata dietro al banco. Non pagò nemmeno. Lei non fiatò né lo rincorse. Tutto era fermo come in una fotografia. Come in un quadro, senza colori. Camminava con il suo strumento in spalla in mezzo a quelle strade sporcate da vite che si annodavano secondo regole condivise, nonostante lui.
Aveva freddo e fuori c’erano 28 gradi. L’azzurro del cielo era una violenza per i suoi occhi stanchi.
La signora sapeva di suo padre morto, di lui che se ne era andato, della incapacità di Lus di accettare quella partenza come una cosa della vita.
Se fosse rimasto avrebbe visto la catena di bugie che da quel giorno aveva legato ogni sua azione, ogni sua emozione.
Le bugie di uno specchio deformante che lo rifletteva verso altri senza un volto, senza verità, vestito solo di forme, lustrini, trucchi di scena.
Le bugie che diceva meccanicamente a tutti mandando in video una commedia amara, la rappresentazione di una scatola da scarpe piena di cartaccia.
La sua casa era un appartamento vecchio e modesto in un palazzo antico con un giardino interno che pareva quello di un chiostro. L’aveva immaginata molte volte, non c’era mai stato.
“La mia casa è brutta. Non ti ci porto. Mio padre non vuole. Si vergogna.”
Se la cavava sempre così, quando gli aveva chiesto di portarlo nei posti della sua esistenza, tra i suoi odori.
Lus soffriva perché a quel rifiuto non riusciva a ribattere nulla. Ma i suoi occhi che rifrangevano come vetrini il sole, parlavano per lui: sarebbe stato bello e necessario vedere i luoghi dove lui viveva lontano, da dove lo chiamava al telefono e il letto sfatto che lo accoglieva ogni mattina dopo il lavoro. Particolari senza significato nel quotidiano asfittico del vivere, elementi essenziali nel vivere parallelo di un amore a distanza.
Suo padre lo guardò fisso con la bocca semiaperta e a Lus parve riconoscere davvero i tratti della ritrosia e della vergogna.
Aveva le spalle strette e ingobbite, i capelli grigi pettinati con la riga e occhiali di tartaruga storti sul naso.
Non assomigliava per niente al figlio. Anche se quell’aprire la bocca con stupore di bambino un po’ lo ricordava. Dietro di lui la foto anni 50 incorniciata di una bella donna coi capelli neri raccolti e un vestito scuro col colletto bianco. Sua moglie.
“Mio figlio non c’è .”
Il vecchio sulla soglia lo tolse da ogni imbarazzo anticipandolo.
“ E quando torna?”
Allargo le braccia come a dire che non lo sapeva.
“ E’ partito. Ha deciso di andare via. Non c’è lavoro qua. L’hanno licenziato. E se ne è andato. In Spagna.”
Lus si sentì spaccare in due da un’accetta celeste.
“ Ragazzo mio figlio è uscito pazzo. Tutti voi siete pazzi. La Spagna…a fare che? Bisogna mettere su famiglia…fare dei figli. Trovare una brava guagliona…tu sei sposato?”
“No.”
“ E ti pareva.”
Si sedette a gambe aperte su una seggiola e appoggiò per un attimo la testa fra le mani.
“ Che tieni in mano?”
Il vecchio aveva notato il pacchettino legato con la corda che stringeva forte fra le mani quasi fino a deformarlo.
“ E’ una cosa, un oggetto…lo può dare a suo figlio?”
“Buttalo in quello scatolone.”
E indicò un scatolone di cartone duro, aperto con dentro dei vestiti.
“Manco le sue cose si è portato, ora gliele devo spedire, manco ritorna a prendersele quello sciagurato!”
Lus ripose il pacchetto nello scatolone e non potè fare a meno di notare la maglietta nera che gli aveva regalato l’ultima volta che era stato da lui.
Il vecchio aveva iniziato a piangere.
“Voi giovani non capite. Non avete rispetto. Prendete e andate. E ci lasciate qua a noi genitori, come cristi in croce, dov’è tuo padre?”
“E’ morto.”
Il vecchio accennò ad una smorfia di dispiacere e imbarazzo ma poi riprese:
“ Anch’io morirò presto. Di crepacuore. Ora vai devo fare l’iniezione. Ne faccio 4 al giorno. Il tuo regalo gli arriverà non ti preoccupare.”
Gentilmente ma con decisione lo accompagnò fuori dalla porta.
Si ritrovò fuori sul pianerottolo, gli occhi bassi.
Uno zerbino con una scritta azzurra e su scritto “ SALVE” penzolava dalla balaustra. Una signora cantava nell’appartamento accanto. Odore di detersivo e di bucato ovunque.
Le montagne, le sue montagne trionfavano. Il verde dell’erba si cuciva al cielo in una gradazione rapida e nel contempo infinita. L’alba stava ritirandosi dolcemente dalle valli come una donna che leva le lenzuola dal letto, dopo una notte di passione.
Lus aveva guidato ininterrottamente senza nemmeno fermarsi a pisciare. Lo stereo a palla, una sigaretta dopo l’altra, aveva risalito il paese quasi in apnea. Aveva una gran voglia di ritornare a casa. Aveva una gran sete della sua acqua, una gran fame della sua terra. Con l’oboe nel posto del passeggero, aveva dialogato scambiando il suo silenzio voluto, con quello dell’altro, imposto.
Non aveva avuto la forza di pensare più. Aveva ascoltato e basta. Soprattutto musica, soprattutto i suoni della natura delle sue cose.
Arrestò la macchina davanti al cimitero. Il sole indorava quella pietra grigia, la tirava a festa con l’energia di una madre che pulisce con la spugna le ginocchia sporche di un bimbo.
Scoppiò a piangere. Non piangeva mai Lus. Solo davanti a un paio di film. Sempre i soliti. I suoi occhi belli non si bagnavano mai. Nemmeno quando era morto suo padre aveva pianto. Nemmeno quando lui se ne era andato via, una sera di novembre, con tutti i cani che abbaiavano, come per salutarlo.
L’oboe di fianco sembrava fissarlo. Quel pianto era silenzio. Era pioggerella estiva, non aveva nulla di clamoroso. Una rivoluzione pacifica che portava la pace.
La signora con la borsa della spesa si era seduta sulle scale. Con le mani tentava di aggiustarsi una calza smagliata. Quando lo vide nella macchina tutto disteso, lo riconobbe e si mise a sorridere da sola.
Lus si asciugò il viso con le mani. Quel gesto fu interpretato da lei come un cenno di saluto.
“ Allora avrà smesso di piovere? Non se ne può piu’!”
Aveva le gote rosse come una bambina. Il fazzoletto in testa era tenuto fermo da due pettini rosa.
Dalla borsa spuntava una gamba di sedano.
“ Si Signora. Il tempo si sta aggiustando.”
E ripartì veloce.
Quello scatolone proprio non si poteva più sopportare lì in mezzo alla sala. Il vecchio lo stava per prendere a calci quando notò il pacchetto che quel ragazzo dagli occhi blu aveva portato il giorno prima.
Mosso da uno strano livore non ci pensò due volte a mollare le parole incrociate e a prenderlo in mano.
Cercò le forbici, e tagliata la corda, lo aprì facendo attenzione a non rovinare la carta. Dentro ad una scatolina trovò due caramelle, una blu e una arancione.
Non capì e l’istinto lo portò a ridere con disprezzo di quel dono insignificante. Ma il riso si spense quasi subito e una dolcezza pesante gli si insinuò nel petto.
Ricostruì la confezione, riciclò la corda e ripose il tutto dentro allo scatolone, che chiuse con cura e sigillò con il nastro adesivo.
La finestra era aperta. Dietro le tende logore il sole del mattino giocava con due bambini e un pallone nella strada.
Si rimise a sedere sulla sua sedia.
Nel vetro della credenza si specchiò per un attimo: la sua faccia bianca tagliata da una bottiglia di vermuth sembrava la faccia di un uomo giovane. Di un uomo sereno.
“ Cinque verticale: lo è chi sta in partenza, 10 lettere.”
Il vecchio senza pensarci troppo scrisse “ F E L I C E ”.
E chiuse il giornale con la penna in mezzo per tenere la pagina.
A Roberto
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