Venerdì, 10 Febbraio 2012

IL CONTROCANTO DEL BOMBARDINO

venerdì, 7 maggio 2010 | Di | Sezione: Scritti inediti

di Talarico Olimpio

Talarico Olimpio è nato a Crotone ed è residente a Bergamo dove insegna italiano e storia presso il Liceo Psico-Pedagogico P.S. Suardo

Spalancò la porta come una furia. Quando si alzava le maniche della camicia, non ce ne era per nessuno. I Gesucristi e le Maronne si levavano in aria, come i botti della ditta Fodero la sera della festa di San Rocco.
Si raccontava che un anno li avesse preparati così forti da mandare in frantumi i vetri di quasi tutte le case di Fercolo.
Le bestemmie di papà rischiavano di fare altrettanto.
“Ma è proprio fetente.”
“Chi?” gli chiesi, infastidito dal tono incazzoso della sua voce.
Mamma, seduta su una seggiola vicino al fuoco, smise di ricamare e si tappò le orecchie. Non voleva ascoltare quelle imprecazioni che squarciavano l’aria.
“Mario! Mario De Marco!” tuonò, come se avesse fatto il nome del brigante Panzanera.
“Mario è un bravo cristiano, va a messa tutti i jorni” gli urlò mia madre.
“Bravo cristiano? È un mascalzone!”
“Ma se meno di due settimane fa lo hai anche portato a casa a mangiare?” gli dissi, cercando di farlo calmare.
“E hai visto che tamarro. Ha cafuniatu in un minuto due piattoni di pasta e patate. Un lupo. Per quanto è vero Iddio, si deve pentire di quello che ha fatto.”
“Ti rendi conto che cambi idea sulle persone dall’oggi al domani?”
“Io non cambio idea. Lo volevo squadrare più da vicino!” gridò, senza che la rabbia fosse retrocessa di un centimetro.
Sapevo che aveva bisogno di far decantare la collera. Ecco perché lo lasciai in casa e scesi in bottega. Mi restavano ancora da lucidare due comodini. Non mi seguì. Sapevo che non riusciva a lavorare in quello stato. Rischiava di combinare danni. E all’onorabilità della sua falegnameria ci teneva, più di qualunque altra cosa.
Con il passare dei minuti, la carta vetrata aveva iniziato a prendere la forma della mano. Mi facevano male le braccia.
Arrivò dopo un paio d’ore. Iniziò a scartavetrare anche lui. Aveva un modo tutto suo di lavorare: metteva il mobile in mezzo alle cosce e incominciava a lisciare con tutta la forza che aveva, con un moto rotatorio costante, come un orologio svizzero. Non sbagliava un colpo. Ogni tanto si fermava, levava di tasca un fazzoletto rosso e si asciugava i sudori che quel movimento gli faceva colare dalla fronte. Nulla da dire: il più bravo falegname presente sulla piazza di Fercolo. Non lo dicevo io che ero suo figlio ma tutto il paese, soprattutto i suoi amici comunisti. I fascisti, a malincuore, riconoscevano la sua maestria, ma dicevano che era pacciu e che, quando s’incazzava, era capace di non guardare in faccia neanche sua mamma.
Quando i piedi del comodino divennero lisci, come il culo di un bambino, buttò a terra gli attrezzi.
Mi avvicinai e gli feci vedere il mio lavoro.
“Sì, può andare” mi disse, anche se diede un’altra lisciata che non aggiunse nulla a quello che avevo fatto. Voleva avere sempre l’ultima parola.
“Si può sapere che diavolo ti è capitato oggi? Ce l’hai ancora con Mario?” gli chiesi, mentre mettevo a posto una raspa che mi era servita per sbozzare il coperchio di una madia d’abete.
“Ma niente, una cazzata. Stasera ci vediamo alle prove della banda e chiariamo tutto” mi rispose con un tono di voce calmo, contraddetto, però, da uno sguardo ncazzusu e da scatti a intermittenza che sembravano gli strappi che dava il camion del vecchio Modestino alla salita delle Monache.
Mario De Marco e mio padre suonavano i due bombardini degli Artisti Associati Fercolesi. Quasi tutte le sere provavano le marce per la festa di San Giuseppe, in un’umida stanza che il comune aveva messo a loro disposizione. Era un piacere sentirli concertare. Erano capaci di ricamare dei controcanti così melodiosi da ritenere la loro presenza indispensabile, più delle trombe e dei bassi.
Però, quel diciannove marzo del 1939, girò per le strade di Fercolo senza i due musicanti, perché la sera prima il professor Pizzuto fu costretto a sbatterli fuori dalla sala. Continuavano a punzecchiarsi e a litigare, al punto da far spazientire il povero maestro. Per dirla tutta, mio padre aveva strappato un pistone dello strumento di De Marco e lo sventolava come un trofeo.
“Questo ficcatelo nel c…” Il resto della parola gli restò tra i denti, perché lo strattonai e lo portai a casa. Durante il tragitto non disse né i né a, anche se io avevo ormai imparato ad ascoltare le sue bestemmie che gli circolavano nel sangue, anche quando taceva.
Infilandomi nelle coperte, portai nei miei sogni l’impressione di una giornata faticosa, iniziata e finita con un’incazzatura di mio padre. Avevo la convinzione che si sarebbe ficcato in un guaio più grande di lui. La paura che potesse fare la stessa fine del povero Francesco Arnone, nel penitenziario di Santo Stefano, mi raggelò il sangue.
Mi svegliai intorno alle tre del mattino. Si era addormentato sul divano, con un giornale sul petto e un lapis rosso che i nervi della mano stringevano ancora, così forte, da non farlo cadere a terra. Il bombardino, appoggiato sul tavolo, lo guardava. Pareva un punto interrogativo.
Presi il foglio. Nonostante la luce fioca di una candela, che si stava lentamente consumando, vidi delle righe sottolineate.
“Non ho mai voluto mutare le mie opinioni, per le quali sarei disposto a dare la vita e non solo a stare in prigione. Vorrei consolarti di questo dispiacere che ti ho dato: ma non potevo fare diversamente.”
A mano aveva aggiunto: “Il compagno Antonio Gramsci, un uomo con i coglioni” con una grafia che pareva viva, come se scalpitasse impaziente, pronta a venir fuori dalle pagine.
Nella penombra, mi avviai verso la mia camera. Non riuscivo ad addormentarmi. Pensavo al fatto che, se mio padre avesse saputo tenere a bada la sua passione, sarebbe stato un leader. Aveva la stoffa del capo, ma la sua irascibilità ne aveva fatto una macchietta. Non veniva mai preso sul serio. Anzi, la gente si divertiva a farlo imbestialire. Pochi a Fercolo erano a conoscenza del fuoco che aveva dentro. Da alcuni anni era diventato per tutti u pacciu. Quello che bestemmiava, alzandosi le maniche della camicia.
Mi affacciai alla finestra. Per strada dominava un’oscurità che metteva paura. Un cane abbaiò e poi si allontanò, inghiottito dal buio.
Anche Mario De Marco era uno strano personaggio. Sempre sul carro del vincitore, non osava mai contraddire chi gli stava di fronte. Viveva in una casa sotto il castello, prima della salita. Quando andai a trovarlo, una delle sue figlie, secca e allungata come una sarda sotto sale, mi fece percorrere un corridoio striminzito, con due porte. Una, subito sulla destra, era mezza aperta. Sbirciai. C’era un letto e all’interno, fra coperte di lana grezza, una donna che si lamentava; doveva essere molto malata. In fondo, un’altra portava in una stanza. Quando vi entrai, non capii se fosse la sala da pranzo, la cucina, lo studio, la biblioteca. C’erano libri e giornali che spuntavano fra le patate e le teste d’aglio. Spartiti, con patacche d’olio e di sugo, erano posati alla rinfusa sul tavolo. E il bombardino, orfano di un pistone, era stato appoggiato nel lavandino, come una lattuga. Indecifrabili odori arrivavano da tutte le parti.
Mario stava dando un morso a un pezzo di pane nero. Aveva un modo di fare calmo, accomodante. Forse era proprio quel suo atteggiamento che faceva imbestialire mio padre.
“Sei preoccupato per patritta?” La voce gli uscì senza che io gli avessi chiesto nulla.
Doveva aver mangiato del pecorino e bevuto almeno un litro di Cirò. L’occhio era luminoso e le guance rubizze. Aveva un alito che avrebbe messo al tappeto anche un mulo. Pensai al povero bombardino e al tanfo di quelle ventate.
“Forse” risposi tanto per dire qualcosa.
Mario si accorse del mio imbarazzo. D’altronde non potevo dire di essere capitato a casa sua per caso. Dieci minuti prima non sapevo neanche dove abitasse. Mi fece un mezzo sorriso e, con uno spostamento in avanti della testa, mi invitò a sedere su uno sgabello alto sì e no venti centimetri.
Uscii da quella casa poco prima delle sette di sera.
L’aria era fresca.
Marzo era pazzerello, come mio padre.
Non c’era molta gente per strada. In tanti si erano dati appuntamento alla casa del fascio. Si sentiva da lontano il suono delle fisarmoniche. Mi sembrava un walzer viennese. Forse una mazurka. Non mi era mai stata chiara la differenza.
Lo trovai sul divano. Stava leggendo uno dei suoi soliti libri. Una volta avevo provato a prenderne in mano uno, senza capirci una mazza.
Era tutto serio: il fuoco spento, il viso riflessivo, con le ciglia che sembravano più nere e spesse del solito.
Mi fece tenerezza.
Il silenzio era rotto dai ferri di mia madre che si scontravano, generando un suono metallico che mi entrava nella testa e si mischiava alle cose che Mario mi aveva raccontato.
Ma come diavolo ci si poteva ridurre in quello stato? Papà si stava facendo il sangue acqua perché De Marco aveva deciso di mettere a disposizione il suo camion per andare a sentire parlare Mussolini a Isolamora.
Era difficile ammetterlo, ma anche i comunisti, quando volevano, sapevano essere intolleranti.
Che lo lasciassero parlare. E poi non era stato proprio lui a dirmi che la gente, vedendo quel capo spennato, si sarebbe messa a ridere?
Improvvisamente per strada si sentì il suono di due chitarre e cantare una cinquantina di giovani.
Si levò dal divano e corse alla finestra.
Una scia umana di camicie nere passò con rapidità. Attraversò il viale in direzione della piazza. Le voci dei camerati diventavano sempre più impercettibili, mentre quella di mio padre si levò in aria ancora più forzuta.
“Ve la do io la faccetta dell’Abissinia. Dalle botte vi ridurrò la faccia così nera che il carbone al confronto sembrerà pallido come il bianco d’uovo.”
“Ma smettila!” ribattei, tirandolo per la manica della giacca.
“Smetterla? Perché dovrei fare finta di niente?” attaccò.
“Ma ti rendi conto di quello che dici?” gli urlai talmente forte che quelle parole gli dovettero assomigliare a una fucilata partita dalla lupara di un compagno di caccia.
“Io non riesco a spiegarmi come il sangue del mio sangue possa dire una cosa del genere!” disse alzando la voce, come se fossi a cento metri di distanza.
Gli davo le spalle. Cercavo di intuire la sua espressione. Poi mi voltai.
Scosse la testa una decina di volte. Avevo paura che si fosse incantato.
“Va bene, ho capito. Ho cresciuto in casa mia un fascista.”
“Ma non è assolutamente vero” gli risposi, cercando di essere rassicurante.
Mi faceva pena.
“Domani cosa farai? Andrai anche tu a Isolamora a sentire parlare quella marionetta d’uomo?” chiese seccamente.
Lo guardai storto.
“Non lo so, anche se sono curioso di vedere come è fatto” aggiunsi, pentendomi subito di quello che avevo detto.
Serio.
Addolorato.
Gli occhi spalancati, le narici larghe, come una locomotiva pronta a sbuffare nuvole di fumo.
Non avrebbe scommesso neanche un lupino sul fatto che il figlio potesse rispondergli in quel modo. Eppure io stavo dalla sua parte. Faticavo a farglielo capire, ma ero con lui.
Non avevo i suoi strumenti, ma forse anch’io riuscivo a pensare. Non glielo dissi mai, ma ritenevo che le idee potessero nascere in qualsiasi terreno. A volte avevano radici più profonde e foglie più rigogliose e, consapevoli della loro bellezza, si mostravano alla gente, con tutta la loro virilità. In altre circostanze, invece, si camuffavano, quasi provassero vrigogna a farsi vedere, come se non avessero fiducia nelle loro qualità.
Io avevo i miei pensieri, ma non avevo la forza di renderle pubbliche.
Poi, per un tempo che parve infinito, non parlammo. I silenzi ebbero la meglio.
C’era buio, anche se ci abituammo all’oscurità. Distinguevo benissimo la sua sagoma sul divano e quella di mia mamma, seduta sulla seggiola, con i grani del rosario che le scivolavano fra le dita. Le sue Ave Maria sussurrate erano l’unico suono che circolava nella stanza.
Avrei voluto dirgli tante cose, ma le parole restarono sospese. Si persero nello scuro. E, nonostante avessi il presentimento che di quell’incomunicabilità mi sarei presto pentito, continuai a non dire, credendo che ci sarebbe stato il tempo per fare sapere a mio padre tutto il bene che pensavo di lui.
Le campane di Santa Maria delle Grazie suonarono dieci rintocchi.
Accesi una candela.
Papà dormiva con una smorfia sul viso.
Presi una coperta e gliela misi sulle gambe.
Non se ne accorse.
Forse.
Durante gli anni della sua assenza, vissi con un dubbio: non seppi mai se quella sera avesse sentito le mie mani che con delicatezza gli accarezzavano i capelli.
La locale sezione del fascio era ospitata al pianterreno di un palazzo in via Buonasera.
In quelle serate di fine marzo, neanche uno spillo sarebbe riuscito a trovare un posto libero. I camerati sembravano morsi dalla tarantola, sempre in movimento, in continua fibrillazione.
Finalmente, alle sei del mattino di giovedì 31 marzo 1939, un serpentone di camion e automobili era pronto a lasciare Fercolo, diretto alla volta di Isolamora, dove in piazza del Popolo il duce avrebbe tenuto uno dei suoi pittoreschi discorsi.
Il mezzo di Mario De Marco apriva la fila, gli altri, messi a disposizione da Modestino, lo seguivano a ruota. Disciplinati, in perfetto stile fascista.
Papà era salito due ore prima sulla corriera partita da Santa Teresa. Quando non lo vidi nel letto, mi infilai i pantaloni e una giacca di fustagno marrone e saltai a fatica sull’ultimo camion.
Dopo mezz’ora di viaggio, tra gli uliveti e i filari di viti delle Pantane, fiaschi di vino iniziarono a passare da una bocca all’altra, mentre tre pezze di caciocavallo sparirono in meno di cinque minuti.
A Isolamora giungemmo un paio d’ore dopo, tra canti a me sconosciuti e motti urlati a squarciagola.
C’era mezza Fercolo.
A cominciare dal podestà, don Luigi Brancato, u’rre, che guidava il corteo lungo le strade della città.
Alla sua destra, il dottor Giuseppe Simonetta che per l’occasione aveva chiuso i battenti della farmacia. Sulla porta campeggiava da giorni un cartello: “Giovedì chiuso, bisogna marciare non marcire.”
Pur di vedere il suo Benito, avrebbe fatto i salti mortali. Lo chiamavano Cacarella perché, ai comunisti che si rivolgevano a lui, non esitava a confezionare degli intrugli che, chissà per quale strano maleficio, avevano l’effetto di far abbassare le braghe ai malcapitati più volte nella stessa giornata e in qualunque posto si trovassero. Un bastardo patentato.
Anche Vanni Merolo, l’uomo più ricco di Fercolo, era in prima fila, con camicia nera di ordinanza e petto ingalluzzito. Era un quarantino e aveva sposato donna Lucrezia Belcastro di trentacinque anni più grande di lui, ma ricca da non sapere dove e come spendere i soldi. Il giovane Vanni, quando la prese in moglie, sperava di vederla schiattare presto. Invece la vecchia era ancora arzilla, come una giovincella. Il risultato fu che nessun figlio allietò le loro giornate. Addirittura le malelingue sussurravano che il poverino fosse ancora vergine e non sapesse neanche di che colore e di che forma fosse il bene del paradiso.
Qualche anno prima, mi aveva quasi staccato un orecchio, quando gli dissi che mio padre non voleva fargli un comò perché era uno sporco fascista.
“Fai sapere al mio caro falegname che a lui stacco un’altra cosa se continua a farmi incazzare” sottolineò con una risata luciferina.
La risposta di mio padre non si fece attendere: “Almeno questa volta si trova fra le mani qualcosa che funziona.” Non capii, ma risi lo stesso, trascinato dai suoi sghignazzi.
Gli altri pecoroni seguivano i gerarchi, come i porci la brodata, prima di essere scannati.
Il morale era alle stelle. Non il mio, anche perché, appena appoggiai il piede a terra, il mio unico pensiero fu di cercare quella testa calda di mio padre.
La giornata era tersa. Un venticello, che soffiava dal mare verso le montagne, aveva spazzato via tutte le nuvole. L’aria sapeva di pulito. Un profumo di pesce mi entrò nelle narici, stuzzicandomi l’appetito: due sarde arriganate avrebbero forse smorzato un languorino che mi aveva messo sottosopra lo stomaco.
“Ehi Severino, datti una mossa! Chi si ferma è perduto!” mi gridò un mio compaesano che mi passò davanti, sfrecciando più veloce di Girardengo. Io non avevo voglia di raggiungere la folla in piazza del Popolo. Anzi, mi sarebbe piaciuto fermarmi e perdermi.
Era la prima volta che scendevo in città e la cosa mi eccitava: il mare, le barche, le fabbriche, i palazzi, gli ambulanti posti ai lati delle strade, larghe tre, quattro volte quelle di Fercolo.
Dopo aver gironzolato per quasi due ore, notai nei pressi della stazione un movimento improvviso. Quando mi avvicinai, vidi sull’unico binario un treno che doveva essere arrivato da poco.
Dall’ingresso principale uscì, attorniato da gendarmi e gerarchi, Benito Mussolini.
Un battaglione di moschettieri lo accolse, insieme a una città in fibrillazione. Si rivolse, con il braccio teso nel saluto romano, a interi gruppi di camicie nere e di miliziani, mentre giovani donne gli offrivano cesti di frutta e di primizie.
Era, in effetti, calvo. Papà lo rimarcava in continuazione, ma a più di venti metri di distanza imbavagliò il mio sguardo. Non riuscivo a staccarmi da quelle mascelle volitive e da un passo che pareva volere far tremare tutto il viale.
Alcuni carretti carichi di persone giunsero dal mare. Un giovane, forse uno studente o un rampollo di una nobile famiglia del Marchesato, arrivò su un cavallo nero. Con i nervi del viso e del collo tesi, gridava con una voce che tagliava l’aria, come una sferzata di tramontana: “Viva Mussolini! Lunga vita al duce!”
Tutti applaudivano.
Bambini e bambine, inquadrati e in perfetto ordine, guardavano verso un unico punto. Non fiatavano. Non si muovevano, se non dopo un ordine che non capivo da dove potesse arrivare. Dovevano avere otto, nove anni, non di più. Con gli occhi contornati di mestizia, vedevano gli amici che stavano davanti, vestiti di nero, ma di un nero e un buio che si portavano dentro, in silenzio, non comunicato.
Si respirava nell’aria di festa qualcosa di sinistro.
C’era poco colore in giro.
Una donna andò incontro al duce, ansimando e rischiando più volte di cadere con il muso a terra. La fermarono quattro marcantoni. La circondarono, facendone perdere per un attimo le tracce. Quando la presa si allentò, iniziò a battersi con forza il petto e a gridare: ”Figliuma, figliuma!”
Fu in quel preciso momento, mentre la povera mamma strillava per la morte del figlio, che lo vidi rannicchiato in un angolo, con la testa fra le mani, le maniche della camicia alzate e il bombardino sulle gambe.
Mi feci largo tra la folla, ma lui mi venne incontro con la testa curvata tra le spalle, come se avesse vrigogna di farsi vedere in un posto nel quale si sentiva estraneo.
“Ti piace?” mormorò, forse per non essere sentito.
“Ma che domande mi fai? Per chi mi hai preso?” ironizzai per cercare di farlo calmare.
“Qui tutti sembrano impazziti per questo emerito cazzone. Maschi e femmine. Piccirilli e vecchi. Come si può sopportare una cosa del genere?” chiese seccamente.
“Ma…” tentai di obiettare.
“Ma un cazzo. Qui c’è bisogno di qualcuno che tiri fuori i coglioni e gli faccia capire che in Calabria non c’è bisogno di gente come lui” disse troncando il discorso.
Passò il bombardino dalla mano sinistra alla destra, continuando a smadonnare. Poi, approfittando di una mia distrazione, si perse di nuovo tra la folla.
Le sue parole si fissarono prima in testa. Poi, a ogni passo, le sentii rimuginare nello stomaco.
Provai a giocare d’anticipo, ma quando raggiunsi la piazza, mi accorsi che, cercare e tenere a bada papà in quella calca, sarebbe stata un’impresa alquanto difficile.
Alla fine quella giornata sarebbe pur finita. Ma bisognava che le ore passassero il più in fretta possibile.
Avevo voglia di ritornare fra le mie cose. Mi mancava Fercolo, i suoi ritmi, i suoi profumi di collina.
La macchina sportiva con il duce a bordo si fece largo, a fatica, tra la folla in delirio, lungo le strade imbandierate e tappezzate di manifesti.
Sulla parte anteriore del palazzo del governo furono posti dodici fasci littori luminosi. E proprio lì, su un palco alto almeno cinque metri, iniziò a parlare.
Gli altoparlanti, piazzati fra gli alberi e i palazzi della piazza, non sembravano in grado di sovrastare il boato della folla.
Sulla mia destra riconobbi un mio lontano parente di Santa Teresa. Abbozzò un saluto. Poco convinto ricambiai.
“Camicie nere, voi mi avete atteso per sedici anni, dando prova di quella discrezione che è un segno distintivo dei popoli di antica civiltà quali voi siete. In questi due giorni io ho assaggiato la tempra di questo popolo calabrese.”
Un boato. Applausi e ovazioni che forse riuscirono a sentire anche in Sicilia.
Don Luigi Brancato stava sotto il palco e con orgoglio rappresentava l’intera sezione di Fercolo.
Di loro si raccontavano le più feroci nefandezze. Eppure erano ancora al loro posto, con “Calabria fascista” sotto il braccio, pronti a esercitare, chissà per quanto ancora, il loro potere.
“I popoli forti sono popoli fecondi, sono viceversa deboli i popoli sterili. Quando questi popoli saranno ridotti a un mucchio di miserabili vecchiardi, essi piegheranno senza fiato sotto la sferza di un giovane padrone.”
I bambinetti non capirono neanche una parola di quello che l’uomo pelato stava dicendo. Parlava in maniera incomprensibile, con un tono che faceva venire i brividi. Se avessero potuto, sarebbero scappati via e si sarebbero riversati sulla spiaggia. L’aria incominciava a diventare piacevole e sulla riva avrebbero volentieri giocato a pallone o a biglie. Invece, a un segnale ben preciso, esplosero, agitando in aria bandierine e gagliardetti.
“I vecchi governi hanno inventato, allo scopo di non risolverla mai, la cosiddetta questione meridionale. Non esistono questioni meridionali e questioni settentrionali, esistono questioni nazionali, poiché la nazione è una famiglia e in questa famiglia non vi devono essere figli privilegiati e figli derelitti.”
Volutamente non volli più ascoltarlo.
Mi balzò sulle spalle un ricordo, un’immagine saltata fuori da un cofanetto che a volte aprivo per fare prendere aria a cose dimenticate: una banda che suonava e un bombardino che, all’interno di una marcia, diffondeva nell’aria dei suoni lamentevoli.
Io riuscii a percepirli fra le note di tutti gli altri strumenti e mi misi a piangere.
Papà aveva gli occhi lucidi.
L’emotività causata da quell’immagine fu così forte che dovette fermarsi.
Mi bloccai pure io.
Mi sentivo come l’estremità della corda, capace di vibrare quando l’altra veniva scossa.
Anche io sarei stato capace di osannare, acclamare, ma solo se qualcuno fosse stato in grado di farmi vivere emozioni di quella fattura.
Fui preso da un’invincibile tristezza. Durante gli ultimi anni non avevo saputo comprendere la sua malattia, non gli avevo mai chiesto cosa gli passasse per la testa, perché si arrabbiasse senza un apparente motivo.
Gli avevo rivolto poche attenzioni; non avevo saputo leggere la sua malinconia; non ero stato capace di capire che la sua protesta era una forma d’amore che partiva senza essere accolta; che le bestemmie e le maniche alzate erano un miracolo travolgente.
Mentre pensavo, venni spintonato dalla folla.
Un pazzo aveva lanciato il suo bombardino sulla testa pelata di Mussolini.
“Mammarella mia quanto sangue.”
“L’hanno portato allu spitale.”
In quel preciso momento, l’estremità della corda non diede più alcun segnale.
Smise di vibrare.

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  1. Un bel racconto collocato temporalmente nel periodo fascista e al tempo stesso estremamente attuale.

  2. Bello e scorrevole. Ma dopo essere stato colpito alla testa Mussolini ha creato anche lui il partito dell’amore?

    Paolo Zinni

  3. Un racconto dove il panorama politico diventa sfondo e pretesto per raccontare una delle tipiche dinamiche tra padre e figlio: il forte legame d’amore e l’incapacità di comunicare edificano muri quasi inossidabili. Curiosità, amore, delicatezza, attenzione è ciò che io leggo in questo racconto. I miei complimenti all’autore.

  4. Mio padre suonava il bombardino nella banda di Avigliano. Era il capobanda. Ero piccolo quando lui era in attività e non ho potuto godermelo nelle sue esibizioni, che dicono, fossero straordinarie. Specie negli assolo, che eseguiva con un dito solo sui pistoni. Ricordo vagamente quando con alcuni dei “bandisti” faceva il sottofondo ai fuochi pirotecnici nelle feste popolari. Mi affascinava. Da grande ho capito la sensualità del controcanto di questo strumento…come pure il canto, simile a voce di chi dichiara il suo amore con la certezza di esserne ricambiato. Nel mio cuore è rimasta impressa l’esecuzione di “Cuore abruzzese” e di quelle canzoni nazionalpopolari degli anni ’40 e ’50…. Una per tutti: Rosamunda. Ed ora, ogni volta che viene una banda in paese mi avvicino e chiedo di eseguire “Cuore abruzzese”. Ma il bombardino di mio padre sapeva anche piangere e consolare con le marce funebri, quando i funerali non erano la fredda presa d’atto della morte di una persona, ma esprimevano dolore e consolazione. La morte sapeva già di resurrezione. Il tuo racconto ha aggiunto nuove sfumature al mio ricordo vivo di un suonatore di bombardino. Di mio padre.

  5. i miei stati d’animo nel leggere questo racconto?
    sorpresa…. innanzitutto!
    e poi sussulto, inquietudine, partecipazione, quasi a voler vivere ogni frangente nell’attesa del successivo.
    ho sentito le urla e gli odori; ho avvertito rabbia, paura, emozione, e di questo ti ringrazio.
    Complimenti all’autore.

  6. complimenti,mi ha sentitamente emozionato,ho capito a chi è dedicato il libro .Si respirano gli odori della tua terra e di un tempo passato ma fortemente presente.Bravo

  7. Veramente molto bello : è un racconto che ti afferra , ti dà emozioni . Mi piace anche il ritmo della scrittura e la lingua che usi , viva , carnale . Caro compagno , complimenti !!
    Renato

  8. Sei per caso calabrese? Mi sembrava di partecipare al tuo racconto e non solo per la lingua familiare. Veramente bravo. Purtroppo la storia si ripete……………………..

  9. Non vedo l’ora di leggerlo tutto.
    in bocca al lupo Olimpio
    a presto Enzo

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