Giovedì, 9 Febbraio 2012

GLI AMICI NON SI BACIANO

lunedì, 28 giugno 2010 | Di | Sezione: Scritti inediti

di Cristian Sesena

“Ti devo raccontare. Devo raccontare Te. Rilasciarti,
io che troppo trattengo, da ogni singola molecola della mia pelle.
Da ogni lato scaleno del mio volto devo farti uscire.
Ti devo scrivere. Devo scrivere te.
Ogni tuo tratto deve divenire parola e alla fine,
io, potrò forse, gentile e disperato, armato di tempo, dimenticarti”

I

“ Buonasera. Vorrei uno spritz Campari.”

Il barista lo guardò decisamente perplesso. Il bar della stazione, dove si era imbattuto, era una specie di pub alternativo, con camionisti rumeni, e ragazzi freak.

“Da noi lo spritz è vino con l’acqua. Lei cosa intende?”

M. si sentì per un attimo all’estero. Si ricordò di quella volta che ragazzino, venne trattato male perché entrando in un negozio lì nei paraggi,non aveva parlato tedesco. L’uomo però accennò ad un sorriso rassicurante, sollecitando una risposta che, qualora errata, non avrebbe comportato sanzione.

“ Campari, vino bianco, e soda”

“ Va bene ora glielo preparo, si ricordi però che da noi lo spritz è un’altra cosa. Glielo dico per il futuro. Non siamo in Veneto qui. “

Si mise a sedere fuori. La sera tingeva tutto con sfumature da cartolina “ Saluti da…”. Ogni angolo pareva fermo come un acquerello. Le montagne verdeggianti spuntavano da dietro un albergo con insegne rosa. Un lontano cinguettio di uccellini ricordavano alle nubi grigie di essere fuori tempo massimo: la primavera in ritardo, con un ritardo di un mese, lanciava solo segni ambigui e poco decifrabili.
Accese una sigaretta e poi un’altra. L’attesa non era uno stato del tempo che gli dispiaceva. Si consumava come la sigaretta che aveva fra indice e medio. Come la sigaretta si poteva, seppur velenosa, respirare. Senza morirne subito. Forse dopo tante attese, dopo tante sigarette, qualche prezzo si sarebbe dovuto pagare. Ma non era certo, come nulla era certo in quei minuti. Nemmeno chi stesse aspettando. Nemmeno se quell’attesa avrebbe avuto un termine.

II

Complice l’alcool si sentì sconfinare all’esterno come una sorta di dissolvenza. Era piacevole perdere i confini e distendersi nel mondo. Di treni non ne passavano più. Gente arrivava e usciva da quel pub in silenzio, con educazione gli riempivano spazio accanto, mentre lui stava fermo a quel tavolino, pensando all’assurdità di quella sua presenza lì, e a quanto l’assurdità nei suoi 35 anni di esistenza fosse servita a non renderlo disumano.
Il fatto che non ci fosse una sola ragione per cui lui si trovasse lì e non altrove, lo fece sorridere.
Aveva imparato ad essere indulgente verso certe sue azioni che non corrispondevano alle aspettative dei più.
Improvvisamente si fece freddo e il cielo divenne denso come catrame. Si sorprese a sbirciarsi nel bicchiere vuoto. Il suo viso aveva i segni della stanchezza. Gli occhi cerchiati di nero, due linee irregolari dagli angoli del naso al mento, cambiavano la sua espressione facendolo assomigliare ad un piccolo demonio, a un mostriciattolo in basso rilievo di qualche cattedrale romanica. Si accese un’altra sigaretta. Mentre come ipnotizzato osservava il suo scoppiettante bruciare, sentì che il momento era arrivato. Si alzò in piedi e si avviò sulla strada. Il barista rubizzo lo osservò da dietro al banco con un po’ di apprensione o forse era semplice sospetto per quella strana figura di straniero che non sapeva cosa si bevesse da quelle parti. Il vento aveva iniziato a soffiare forte, a scatti isterici.
La primavera anche per quella sera si era definitivamente distratta.

III

Era un pò più basso di quello che si era figurato nei giorni in cui lui era stato fotografie e voce. Fotografie sbirciate su una pagina di social network. Voce scanzonata nelle notti fino a tardi al telefono, in una ricerca costante che era un bisogno malsano di verità.
Si erano spogliati parecchie volte durante quelle conversazioni, con la spregiudicatezza di chi non sa nulla l’uno dell’altro, e gli fa violenza con le parole, sapendo di poter plasmare la realtà come una cera calda.
Ora che lo aveva di fronte ebbe un rigurgito di spocchia, tipica degli insicuri come lui; quel rigurgito, quel rutto, divenne una domanda retorica calata nello stomaco un “ Tutto qua?”, vagamente salottiero e vuoto.
Non era alto come se l’era sognato, non era bello come l’aveva visto, ma era comunque una perfetta armonia estetica, una figura che si ritagliava un contorno pulito e lineare sulla terra.
Gli occhi chiari saettavano gioia, e gettavano luce su un sorriso perfetto. Il corpo bello e proporzionato quasi fosse stato progettato, faceva capolino nei movimenti e dagli indumenti sportivi.
Capì subito che la sua fama di seduttore aveva ragione di essere. Emanava da quel ragazzo una attrazione magnetica verso l’esterno che poteva avvicinare, nel tormento come nella quiete, chiunque si trovasse randagio, a transitare per quelle valli.
Nonostante il pericolo gli si fosse materializzato subito in tutta la sua concretezza, si sentiva comunque sicuro, pronto a opporre a quella malia un educato quanto deciso esorcismo.
“ Ti va di andare a mangiare qualcosa al messicano?”
“ Perché no?”

Lo fissò per un attimo che sembrava non dovesse finire presto mentre avviava l’ auto.

“ Ciao Zezè. Mi fa piacere tu sia venuto. Allora? Impressioni a caldo?”
Lo sguardo di Lui gli squartò quasi il giubbino di pelle andando a conficcarsi nello sterno.
“Ti facevo più alto.”
E maleducatamente si girò a guardare la strada davanti.
Mentre ingranava la marcia, pur non vedendolo, sentì che c’era rimasto male. Aveva le mani molte belle. Immaginò quelle mani afferrare il flauto traverso che era nel bagagliaio assieme alla roba della palestra.
Era rimasto stupito che uno strumento musicale cosi costoso potesse stare in una custodia di stoffa sintetica con la chiusura precaria tenuta ferma dal nastro adesivo.
Poteva essere un segno di imperdonabile sciatteria o la firma del Genio.

“Forse mi salverò”

Pensava, mentre l’auto imboccava sicura i tornanti e le curve.

“ Ma sì…mi salverò.”

IV

La sua casa era carina. Ciò che saltava all’occhio subito era un pianoforte con un leggio con su una partitura di Vivaldi. Il rosso del divano, delle lenzuola si sposava bene con il legno montanaro di quella mansarda riadattata.
Eppure c’era un’ombra di anonimato che aleggiava, come se quella casa fosse stata una conquista importante, ma mai pienamente goduta e condivisa.
Una decorosa stazione di transito, per i suoi pensieri disordinati, in cerca di autore, per i suoi onanismi mentali di artista.
M. la scrutò a lungo e scrutò lui mentre vi si aggirava con fretta e gesti automatici.
Sentì subito un’attrazione per quel ben divano vermiglio che pareva raccontarsi sotto la luce della notte che faceva capolino dalle finestre. Si inceppò come un disco rotto.
E vide Lui su quei cuscini assaltato dalle braccia anonime di tanti sig. Nessuno.
Sempre lo stesso copione: pochi passi separavano il proscenio dalla stanza da letto.
Mentre preparava una tisana in cucina lo guardava. Le sue linee erano perfette. Curve e Rette tratteggiavano un piccolo ricettacolo di bellezza. Non riusciva però a desiderarlo come si desidera in genere un uomo bello nella sua casa, con i muscoli che guizzano dalla maglietta, con le natiche che insultano la legge di gravità, fasciate in una tuta da ginnastica. Non riusciva a vederne il volto carnale, sensuale, spermatico. Era come un angelo trafitto, da venerare, a cui pulire le ferite con devozione, reprimendo a calci gli istinti che il contatto con quelle sante piaghe, svegliava malefico.
Voleva attraversare quel corpo per arrivare subito all’anima, convinto che quell’anima fosse appartenuta, e solo in parte, a pochissimi privilegiati.
Versato il tutto in due tazze colorate, si accoccolò all’estremità opposta del sofà. I suoi occhi erano verdi e colmi di tutto. Ci si perdeva in quegli occhi senza però mai davvero perdersi. Rimaneva un barlume fioco di falsità in quelle pupille, uno sguardo che filtra a fatica da una maschera di carnevale.
M. per un attimo non seppe se saltargli addosso, o deviare la sua voglia di un bacio contro il cuscino che si stringeva al petto. Scelse il cuscino che sfiorò con le labbra senza farsi troppo vedere. Molte volte quella sensazione, quella tentazione lo avrebbe accompagnato in sua presenza. E tutte le volte ( o quasi) si sarebbe ritirato dolcemente, come un’onda che risacca al mattino lasciando la sabbia intrisa di tesori, che cercano la mano di ignoti passeggiatori dell’alba.

V

Si era preparato a quell’incontro. Aveva studiato. In teoria era pronto a quel divano rosso e a quel dardeggiare violento di occhi. Si era esercitato sulla teoria in modo soddisfacente. La pratica, è vero, è tutt’altra cosa. Ma in fondo non era il primo seduttore che incontrava sulla sua strada, costellata di incontri a tempo determinato, dal sapore agrodolce.
Di lui aveva sentito parlare. “ Uno psicopatico” era la definizione che più gli era stata affibbiata.
L’ultima sua conquista era stato un suo conoscente, tipico prototipo di una certa anonima tipologia di essere umano. Nulla di allarmate quindi. Avrebbe al limite provocato in lui un sussulto di una settimana e poco più. Un sussulto doloroso ma voluto. Quei sussulti M. li cercava e li provocava. Gli piaceva soffrire per due iniziali che poi confondeva, mischiava, nelle sue notti solitarie passate a scrivere.
Alla vita normalmente intesa aveva rinunciato consapevolmente. Ma rimaneva vivo. E pertanto doveva nutrirsi di emozioni, rubarle o crearle in vitro come uno scienziato pazzo. Non si sentiva migliore degli altri. Gli altri avevano buon gioco a definirlo uno “sfigato”. Ma forse semplicemente era migliore (o sfigato). Lo era per il potenziale enorme della sua sensibilità. Per il suo essere capace di apparire impeccabile, razionale, socialmente spendibile, mentre la sua anima si dilaniava in guerre senza fine, mentre la sua psiche si contorceva come un serpente infilzato da una picca. Lo era nel suo corpo ben tornito, nonostante bevesse e fumasse tantissimo. Nel suo volto che cominciava a cadere ma cadeva in piedi risultando interessante come un arazzo antico.
Non si era trattenuto durante il tragitto in treno a pensare a come poteva essere se il miracolo fosse accaduto, se si fosse innamorato e lo avesse fatto innamorare. In fondo si piacevano anche se solo a distanza. Avevano passato le notti a stuzzicarsi, a far finta di desiderarsi. Erano diventati ridicoli schiavi di uno squillo, di un sms, di una mail. Perché mai la realtà non poteva fare altro che, per una volta, constatare e registrare una bella verità?
Sarebbe stata una bella verità ritrovarsi innamorato di lui, di quel montanaro che suonava il piffero che sembrava tanto e forse era solo un “poco” con un bel packaging.
Mentre il treno si avventurava fra montagne alte e minacciose, ci aveva pensato o meglio, si era fatto invadere dal pensiero senza opporre resistenza. In questo M. era davvero il migliore ( o il più sfigato) di tutti. Nel fare della fantasia un solido spigoloso ma maneggevole come quelle montagne che gli si aprivano davanti.

VI

“ Tu invece sei molto meglio dal vivo che in fotografia.”
I suoi occhi non la smettevano un istante di luccicare. Sembrava luce di gioia. Di un bimbo che scarta un regalo. Di una madre che vede il figlio laurearsi con il massimo dei voti. Ma non era assolutamente convinto di quella luce che feriva senza illuminare davvero.
M. non lasciò entrare quella frase oltre la sua soglia di sicurezza. E quella cadde esanime prima di arrivare al cuore.
La musica in sottofondo accompagnava quei minuti inutili, sorreggendoli.
Fu in quella pausa un po’ imbarazzata che sentì per la prima volta il suo odore. Giunse intenso e violento. Un odore acre come zolfo. Inebriante come oppio. Una tortura inesorabile sui suoi sensi. Il suo odore che lo rendeva unico. Che concedeva il dono rarissimo di respirarlo fino a soffocare.
Lo avrebbe potuto trattenere nei polmoni. Imprigionare nei vestiti. Portarselo via con sé, senza chiedergli il permesso.
Quell’odore di pelle, di bestia scalciata, era la sua identità, il suo biglietto da visita nel mondo, riconoscibilissimo. Anche in questo si dimostrava unico. Se la sua bellezza di maschietto era comunque soggetta all’opinabile, al soggettivo, il suo odore no. Nessuno avrebbe mai messo in discussione chi era, dopo averlo annusato.

“ Andiamo a letto è tardi domani ho un esame. Hai qualche problema nel dormire assieme?”

“ Assolutamente no.” Mentì M. E lo precedette nella stanza.

VII

La notte conosce mille astuzie per farsi vivere, senza lasciare spazio al sonno. Decide quando è il momento di tenere gli occhi aperti sotto le palpebre. E’ un potere secondario che ha e solo di rado esercita.
Quando si mise a letto era quasi completamente nudo. Aveva la schiena ruvida e piena di efelidi.
Mario si girò dal lato opposto. Lo sentiva respirare. Sentiva il calore fortissimo del suo corpo. Eppure aveva freddo. E ovviamente sentiva il suo odore. Dappertutto.
Si girò di scatto e lo strinse.
“Stai cedendo Zè zè…”.
Maliziosamente lo accarezzava con gli occhi.
M. cercò la sua bocca. Ma lui si girò di spalle contento di quella vittoria. E in breve iniziò a russare.
Rimase cosi’ elettrico di eccitazione al buio. Solo. Sconfitto. In effetti aveva ceduto. Aveva ceduto! Era entrato nel suo personale album di figurine, dove probabilmente si sarebbe perso, confuso tra altri nomi e cognomi. Ci era caduto. Come tutti ci cadono. Tutti, perché per quell’odore si poteva uccidere, per quel petto rubare, per quella bocca digiunare.
E lui con tutta la sua architettura di pensieri era identico agli altri. Caldo e freddo. Sete e fame. Quella notte non avrebbe dormito. Al suo fianco era malato. E voleva dirglielo. Voleva svegliarlo a calci. Voleva prendersi quel bacio che sentiva suo.
Non gli interessava nulla il sesso. Voleva il suo bacio che era il portale che lo avrebbe condotto alla sua anima. Voleva le sue mani bianche. Voleva baciare quel petto. E accarezzare quel capo. Corse in bagno e ingurgitò un sonnifero che si era portato, non si sa mai, da casa. Il soffitto cambiava forma, come se fosse cielo nuvoloso, tuonava e pioveva lì dentro, fra quelle quattro mura, e le lenzuola rosse erano erba bagnata, gelida sulla sua schiena. Era un serpente che non riusciva a cambiare pelle. All’alba si assopì per un poco, solo il tempo per destarsi sentendo il suo abbraccio da dietro, il suo respiro pesante sul collo. Si scostò con violenza.
Patetico atto di forza. Con gli occhi assonnati lui lo fissò. La bocca semichiusa pronta scagliare la sua sentenza:
“ Vado sul divano. Almeno così forse riesci a dormire.”
E si alzò.
M. rimase steso occupando tutto il letto, con gli occhi sbarrati. Dopo pochi minuti lo seguì.
Nella sala la luce di un mattino nebbioso penetrava a stento dai vetri. Rimase in piedi a contemplarlo lì, accartocciato sotto una coperta ovviamente rossa. Non sarebbe stato possibile fermare nessuno dei pensieri che rapidissimi gli passavano nella testa. Infine ritornò nella stanza e, maturata l’idea di andarsene la mattina stessa, finalmente si calmò fino ad assopirsi.

VIII

“Ho deciso che riparto stamattina.”

Con i pugni stretti e l’espressione dura M. tentò di vendicarsi, nell’unica maniera che aveva a disposizione. Giocò la carta scontata dell’abbandono.

“ E il tuo impegno di lavoro?”
Stava preparando la colazione con gesti consueti quanto nervosi.
“ E’ saltato.”

“Fai come vuoi. Ti va una buonissima cioccolata?”

I loro sguardi si incrociavano finalmente dopo che lui gli aveva negato un bacio digrignando i denti come un cane da difesa personale.
Nei suoi occhi a M. parve intravvedere un lampo di delusione e disappunto.
Si ignorarono per le due ore successive. Lui ripassava rapidamente gli spartiti, ogni tanto sfiorava i tasti del pianoforte.
M. aveva fatto e rifatto la borsa.
Salirono in macchina in silenzio. Il cielo si strappava e ricomponeva velocissimo, quasi venisse bucato dalle vette di quei monti ancora sporchi di neve.
Guidava nervoso, a scatti. M. friggeva attaccato al finestrino.

IX

“Perché te ne vuoi andare? Non volevi sentirmi suonare?”

“Perché sì. E’ un problema mio. Non volevo caderci e l’ho fatto. Sappi solo che non mi metterai nel mucchio di quelli che sono caduti ai tuoi piedi. Non te lo permetterò.”

“ Tu pensi questo di me?”

“ Se non ti piacevo perché mi hai detto certe cose? Perché mi hai fatto quei complimenti?”

Finalmente seppur teatralmente stavano parlando.

“ Non è vero che non mi piaci. Potrei descrivere il tuo corpo in ogni particolare. Potrei disegnarti. Anzi ti disegnerei volentieri.”

M. cominciò a non capirci più nulla e nel contempo a rilassarsi.

“Hai una bella schiena e delle gambe molto belle. Hai il polpaccio destro molto più grande di quello sinistro. Hai un gran bel culo. Il petto non è gonfio ma disegnato e largo. Devo continuare?”

X

“ E allora perché….?”
“ Perché non ti ho scopato?”
“ Perché non mi hai baciato…”
“Perché non sarebbe stato coerente con i presupposti.”
M. definitivamente salutò ogni speranza di capire dove voleva andare a parare. Presupposti, coerenza: suonavano male e significavano peggio. Intanto i suoi occhi avevano ripreso a luccicare. Arrivati al parcheggio in città, scesero simultaneamente.
“Allora che hai deciso?”
“Resto.”
A stento trattenne la soddisfazione. E si avviò molleggiandosi verso il conservatorio.
L’altro dietro, trascinando la sua perplessità, il suo computer, la sua valigia, col dubbio logorante di aver ceduto per la seconda volta in poche ore.

XI

Il conservatorio sorgeva nel centro della città. Per arrivare alle aule bisognava attraversare un chiostro antico, meta di turisti un po’ casuali.
“ Finisco presto e poi ti porto alle terme.”
Improvvisamente era tornato dolce come la sera prima. E M. iniziò ad alleggerirsi del peso insopportabile del rifiuto, e a camminare leggero, come se finalmente fosse stato riconsegnato alla dimensione che più gli piaceva, quella della finzione.
I ragazzi che dovevano sostenere l’esame erano tutti strani: sembravano usciti da un libro di etnologia. Parlavano tra loro in una lingua per adepti che M. non comprendeva. E francamente comprenderla era l’ultima delle sue preoccupazioni.
Era tutto intento con discrezione a guardarlo, ammirandolo, mentre toglieva il flauto dalla custodia, mentre leggeva con la coda dell’occhio la musica che di lì a poco avrebbe suonato, mentre con la grazia di un piccolo semidio si muoveva per quei corridoi dando poco spazio all’ansia che, di certo umanamente, stava provando.
Entrato nell’aula si accomodò in un angolo, quasi volesse nascondersi. Sul palco assieme ad un pianista dall’aria impacciata e un violoncellista dai capelli crespi, c’era solo lui. Ci doveva essere solo lui. Con il suo maglioncino a righe multicolori, i suoi occhi verdognoli, le sue mani bianche. Solo lui. Si sedette e con un gesto indescrivibile portò lo strumento alle labbra, quelle stesse labbra maledettamente morbide, che, una manciata di ore prima lo avevano respinto chiudendosi come un fiore tramortito dalla brina.
Era regale. Geometrico. Sembrava fosse nato per quello. Per suonare seduto su quella seggiola di legno, con le gambe leggermente aperte, come si sta ad un tavolo di un chiosco una sera che fa caldo.
Era bellissimo e superbo come un guerriero che sazia la sua arsura dopo una battaglia vittoriosa . M. capì che stava, stavolta sì, davvero cedendo. La musica si librava nella stanza, libera, con una consistenza quasi fisica. Soffiava dentro e poi si staccava dal flauto, come se gli desse il suo respiro, come se gli desse la sua vita. Sentiva che stava per piangere, pur non capendo nulla di quelle note, delle difficoltà tecniche, delle sfumature dell’interpretazione. Era una commozione elementare, un sillabare dell’anima, che non articolava parole di senso compiuto, ma suoni primitivi, grida, risate, fischiettii. Per un attimo gli parve che lui cercasse il suo sguardo e accarezzandolo, sorridesse. Certe magie avevano ancora, a dispetto della più passabile realtà, la forza di compiersi. Probabilmente si era sbagliato, ma quel momento era così e non poteva essere che così. Magia.

XII

Dopo pranzo si separarono. Lui doveva accompagnare altri esaminandi; M. si fece una passeggiata per la città. Pioveva. Si stupì di vedere in quel pezzo di estremo Nord tanta gente in atteggiamento tipicamente vacanziero. Era un posto carino, lucido e impeccabile nello svettare delle sue guglie gotiche, nel Sali-scendi delle sue strade tortuose. Sotto i portici gli venne in mente di comperargli un regalo. In fondo aveva passato l’esame a pieni voti: ci poteva stare. Pensando alla promessa che gli aveva fatto, di concludere quella giornata alle terme, decise di comprargli un costume da bagno. A dire il vero l’esigenza di quell’acquisto era innanzitutto sua: non aveva certo tutto il necessario per nuotare; il bagno era una variabile che non aveva considerato. Spesso si stupiva di quanto il suo intelletto fosse poco flessibile, soprattutto dal lato pratico. Era un suo vistoso limite come quello di non avere nessuna perizia pratica e manuale. La sua fama di intellettuale era solo in parte una consolazione. Nella vita quotidiana purtroppo la sua sensibilità non gli offriva che garanzie minime di sopravvivenza. Vide un costume bianco e lo acquistò pensando che gli sarebbe stato benissimo. Fu subito colto dal dubbio sul colore, pensando che forse aveva osato troppo. Uscito si recò in un bar e si sedette all’aperto. La piccola gioia esplosiva che aveva provato nel pagare quel regalo, lo rendeva ancora eccitato come da piccolo la sera di Santa Lucia. La gente intorno a lui sembrava davvero serena,nonostante la pioggia non la smettesse un attimo di cadere.
Pensò che quella notte aveva dormito con lui. Ed erano anni che non condivideva il letto con un’altra persona. Pensò che quel costumino succinto taglia S lo aveva comperato per lui. Ed erano anni che non faceva un regalo per dovere, per ricorrenza o a richiesta come le maglie di lana che suo fratello ogni natale gli sollecitava.
Iniziò a fantasticare che forse la sua presenza lì avesse un senso che andava componendosi pian piano, come un mosaico i cui pezzi hanno giaciuto per lungo tempo sotto metri di terra, sordi ai cambiamenti e ai rumori della superficie.
Stava recuperando quei tasselli disseminati fra i minuti di quella giornata, li stava levigando e pulendo con quella pioggia insistente, con le lacrime che aveva soffocato inconsciamente la notte prima. Pagò e si mosse a caso fra quelle vie ad incastro, in mezzo alle persone, attraverso i banchi di un mercato che vendevano frutta.
Era tempo di rientrare. Lui lo aveva avvisato che aveva contrattempi e non poteva raggiungerlo. Lo aspettava per un caffè.

XIII

I ragazzi fumavano fuori dal portone cercando di esorcizzare la paura, i più fortunati scaricavano in discorsi veloci e vagamente isterici l’adrenalina, felici e svuotati nel contempo, per aver accorciato la strada verso il diploma. M. si sedette su una panchina un po’ distante e si mise ad osservarli. Erano molto giovani, e tutti abbastanza anticonvenzionali. Vestiti con sapiente distrazione, senza eccessi, ma senza banalità, avevano quasi tutti uno strumento vicino. Questo particolare davvero poco rilevante nel cortile di un conservatorio, lo colpì molto. Sembrava che tenessero per mano un bambino, o in braccio un animale. Alcuni addirittura erano come la continuazione naturale di un flauto o di un fagotto. Si intuiva da quei gesti, da quella prossimità fisica, quanta quotidianità li aveva legati in un rapporto alla pari.
“Con uno strumento ci mangi, ci dormi, ci fai l’amore.” Questa frase gliela aveva sentita pronunciare in una delle loro conversazioni telefoniche notturne, quando con un filo di orgoglio e vanità gli aveva parlato di quel suo lavoro, che lo portava spesso via da casa a suonare in giro per il paese.
Mentre era assorto in questo ricordare, lo vide spuntare da lontano. Gli si sedette accanto e iniziò a lamentarsi dei ritardi dei lavori della commissione. Mentre parlava i suoi occhi lo abbracciavano dolcemente, quasi volesse superare una distanza che era innanzitutto la sua.
“ Hai fatto acquisti?”
“ Sì questo è per te.”
E gli diede il pacchetto.
Lo scartò e lo baciò sulla guancia per ringraziarlo. A contatto con quella reazione di gratitudine, all’appoggiarsi delle sue labbra sulla sua barba, M. si sentì scorrere da un brivido. Non capiva mai quando lui era spontaneo. Sembrava sempre studiato, sempre distaccato, sempre interprete di un personaggio pieno di sfaccettature ma pur sempre di fantasia.
Quella sensazione di sfiducia lo disturbava: il sentirlo sempre controllato, a volte finto, gli impediva di goderselo appieno. E quel gesto scivolò via nel suo significato presunto o reale, prima che la sua bocca si staccasse dalla sua guancia.
“Ora debbo rientrare. Aspettami qua. Vedrai che mi libero presto. E poi andiamo.”
Nel tornare da dove era arrivato gli sorrise. M. rimase sulla panchina, una sigaretta dopo l’altra, a riflettere. Lui viveva come dentro una caverna. Le sue mani grattavano con le unghie la roccia, ma non ne usciva. La sua voce proveniva attenuata e fioca. Lo stesso battito del suo cuore, pareva essere sempre uguale nella sua impercettibilità. In realtà era la profondità in cui si era cacciato a sfumare suoni e colori, a spegnere la luce anche più abbagliante. Era una creatura del sottosuolo. Doveva essere per forza così.

XIV

Si chiusero nello stesso camerino per cambiarsi. Presto rimasero nudi l’uno davanti all’altro simulando indifferenza, celando un certo imbarazzo infantile, tipico di chi ha paura di vedersi diverso dall’altro, nella nudità del corpo che, si sa, non ammette appelli.
Presto il suo odore aveva invaso quello spazio angusto. M. pensò che lo avrebbe dovuto baciare in quel momento. Spingerlo contro la divisoria: prenderselo. Facendo rumore. Tirandolo fuori dalla caverna in cui, senza accorgersi, era precipitato. Non fece nulla.
Le terme erano una struttura moderna molto funzionale. In piscina parlarono di dieta e forma fisica, come due amici neppure tanto intimi; due che si erano trovati a fare i conti con la reciproca sensazione di inutilità una domenica pomeriggio e si erano reciprocamente usati per uscirne.
Il costume bianco, e non vi erano dubbi, gli stava di incanto. Notò diverse signore rubare quel corpo con qualche rapido colpo d’occhio. Ovviamente anche qualche signore. Stava steso di schiena a bordo vasca lasciandosi accarezzare da quelle onde indotte.
M. fissava il soffitto e i suoi bizzarri decori. Una bambina bionda piccolissima giocava vicino alla loro sdraio, come fosse in spiaggia, scambiando il pavimento ruvido con la sabbia.
Come due perfetti estranei galleggiavano affianco cercando un difficoltoso ponte con gli occhi. Galleggiavano come alghe alla deriva, sfiorandosi di tanto in tanto, per un moto
lento che li portava ad allontanarsi e a scontrarsi senza una determinazione che non fosse il caso.
Nella sauna rimasero soli e nudi. Il suo sguardo puntato come una carabina lo eccitò.
“ Siamo rimasti soli Zè Zè.”
E sorrise con malizia consumata.
M. si girò guardando fuori dai vetri appannati, cercando qualsiasi pretesto che lo distogliesse dalla voglia di spegnere quel sorriso con un bacio, di esplorare ogni centimetro di quella pelle così vicina e mai davvero accessibile. Uomini poco attraenti procedevano in fila trascinandosi dietro asciugamani umidi: camminavano rilassati e scalzi ignari di quello che stava accadendo fra quei vapori.
Non stava accadendo del resto nulla. Due ragazzi si guardavano senza parlare. Affidavano agli occhi messaggi indecifrabili sperando che all’altro spiegassero tutto e il contrario di tutto, possibilmente senza compromettersi. Se quei grassoni di mezza età avessero spinto il naso contro le vetrate gocciolanti avrebbero visto le loro catene che li tenevano a distanza di sicurezza, impedendo loro di sfiorarsi. Avrebbero visto due bei ragazzi molto diversi legati come bestie, l’uno al cielo, l’altro alla terra.

XV

Fu al momento di rivestirsi in quello sgabuzzino stretto, che M. lo baciò. O meglio ci provò. Lo prese con forza spingendolo contro la parete. Lui rimase sorpreso, non aprì le labbra, ma con le mani cominciò ad accarezzarlo sul petto. I suoi occhi cambiarono colore, il desiderio che lui provava lo spiazzò più della veemenza con cui l’altro lo aveva preteso.
Sconfinarono così l’uno dentro l’altro per pochi istanti, perdendo ognuno la propria stella polare. Si mescolarono fino a divenire un’ unica entità, acquosa e sfuggente. Libera e inarrestabile.
I suoi occhi stavano raccontando per la prima volta. A M. arrivò distinta la loro voce dura.
Si allontanò quasi subito, mollando la presa, tornando in sé. Lui si riprese prontamente il suo rassicurante perimetro, lo status di ben frequentata meta turistica.
Uscirono in silenzio l’uno dietro l’altro senza imbarazzo. La sera era calata, caduta improvvisamente, in tacito accordo con un giorno grigio senza chiarori al vespro, senza speranza di sole all’alba.
Arrivarono tardi, dopo essersi fermati a cena in un ristorante abbastanza squallido lungo la strada. La stanchezza che schiacciava le loro spalle li avrebbe forse protetti dal ripetere quella notte le disfide che si erano consumate la notte prima.
M. si infilò sotto la coperta mentre lui si sedette al pc. Sembravano una coppia molto consolidata, da pubblicità di cucine o arredi. La sensazione di quella istantanea condivisione e famigliarità non era priva di dolcezza. Sembravano davvero governare lo spazio e il tempo senza conflitti, nonostante non si conoscessero.
Quando lo raggiunse a letto, M. era già in dormiveglia.

“ Zè Zè… oggi ti avrei scopato due volte. Una su quella panchina, l’altra nella sauna.”

Si voltò di scatto e lo vide in ginocchio con il solito sorriso perfetto.

“ Si può sapere perché mi dici certe cose? Me lo spieghi?”

“ Perché sono la verità!”

E si lasciò cadere a peso morto di schiena.

“ Stavo pensando Zè Zè… dovrebbe essere un’esperienza interessante stare con te.”

XVI

M. lasciò che quelle parole gli scivolassero addosso senza sedimentare. Aveva capito che le sue erano mezze bugie e mezze verità. Probabilmente gli interi se li era giocati in un’altra stagione della vita, con altri amori. Ora procedeva per difetto, godendosi la febbre della conquista, il senso di onnipotenza del rifiuto. Non distingueva più quello che perdeva e quello che puntava con calcolo e azzardo. Fondamentalmente stava alla finestra, guardando gli altri passare sotto i suoi balconi fioriti. In alcuni momenti si metteva a dar di matto su quei balconi, gridando al passante del momento, di aspettarlo, che sarebbe sceso. Ma dopo averci pensato un po’ su, rimaneva lì a guardare un panorama fermo e noioso.

Il sonno se ne era andato. Lui si stava addormentando. M. gli andò sopra, iniziò a respirargli in faccia:

“Me lo dai un bacio?”

“ No. Gli amici non si baciano Zè Zè.”

Quella risposta idiota non lo placò:

“Eddai. Cosa vuoi che cambi tra noi per un bacio? Voglio solo un bacio. Un bacio vero. Quanti ne avrai baciati? Per me sarebbe importante. Sarebbe un dono. Dammi un bacio . Non voglio altro. Non voglio fare l’amore. E’ tardi. Anche se facessimo l’amore comunque non cambierebbe molto fra noi. Non trovi? Ti prego dammi un bacio, un bacio che mi conduca dal corpo alla tua anima, che mi permetta di attraversarlo. Oltre.”
“No. Non erano questi i presupposti sarebbe incoerente.”
M. si arrese, livido di rabbia: l’avrebbe ucciso per quel suo desolante spettacolo di superficialità. Forse si salvò la vita mettendosi a russare quasi da subito. M. no. Aveva davanti un’altra veglia di nervi.

XVII

La mattina si svegliò con il corpo di lui perfettamente aderente alla sua schiena, la sua bocca alla nuca. Era caldissimo come avesse la febbre. Era caldo come la mattina precedente.
Non si mosse per un bel po’ in quella posizione dolcissima e innaturale. Non aveva più forza bastevole nemmeno per un pensiero. Decise di morire lì con le sue braccia addosso, il suo petto vicino, il suo cuore a portata di mano. L’ora della partenza sarebbe giunta presto ma lui a quell’ora sarebbe già diventato freddo. Decise di morire lì in silenzio, nell’indifferenza del mondo, sapendo che quello forse era l’unico modo rimasto per salvarsi.

XVIII

Stava per perdere il treno. Arrivarono appena in tempo. M. lo abbracciò e salì frettolosamente, come a volersi accomiatare da un carcere duro, per volare nel mezzo di una libertà ancora forse più dura. Appena raggiunto il suo posto prenotato, sistemata la valigia, buttò l’occhio fuori dal finestrino. Lui era lì in piedi e sorrideva. Vide che scriveva un messaggio sul cellulare. Ebbe l’istinto di fotografarlo. Lui si girò appena in tempo. Continuava a ridere serafico: i suoi occhi enormi erano pieni di azzurro e colori che sfumavano piano.
Si sedette e il treno ansimando prese ad andare. Il messaggio che stava scrivendo era per lui:

“ Partire è un po’ morire….”

Allungò le gambe davanti a sé. Buttò la testa pesante di stanchezza all’indietro e respirò forte, quasi fosse uscito da un’ apnea lunghissima.
Partire non era per nulla morire. Lui era morto nel letto dalle lenzuola rosse e ancora là giaceva con lui dietro ad abbracciarlo.
Ma questo non glielo spiegò. E tantomeno glielo scrisse. Il tempo delle argomentazioni si era chiuso, le parole erano terminate. Restava quel sapore teorico di un bacio che chiedeva di essere raccontato. Ma quella era tutta un’altra storia, che forse si poteva scrivere o suonare perché mai davvero accaduta.

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5 commenti
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  1. C’era stata un promessa riguardo questo racconto. Non è stata mantenuta

  2. Come autore rispondo al commento. Il protagonista del racconto non esiste. E’ frutto della fantasia dell’autore che si è ispirato ad un emerito sconosciuto caricandolo di atteggiamenti e aspetti inventati. L’arte è libera. tra l’altro il protagonista non è uno ed uno solo, quello che viene identificato come protagonista non è altro che riflesso.

  3. Non esiste nemmeno l’autore. Non più.

  4. E credi che all’autore freghi qualcosa di esistere in qualche B movie dalla regia scontata e scadente.? ad altri lascia volentieri certi ruoli.

  5. Scorre dal cuore all’ombellico, vibra . Ti bagna come una doccia di arancio. Senti di appartenere a questa storia, riconosci sensazioni, brividi , pensieri. Scrittura forte , ruvida , intensa, che non lascia niente al caso , che non si perde ma ti incalza trascinandoti al paragrafo successivo. Bella prova. Susanna

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