Giovedì, 9 Febbraio 2012

Il Deuteragonista. Parole d’amore su “Rom” – di Loris Ferri

lunedì, 28 giugno 2010 | Di | Sezione: Profili

di Milan Jodic


dal portale di Poesia e Realtà La Gru


I. Epigrafe

chi molto fa molto sbaglia, e forse,

nell’arte come nella vita, perfezione e grandezza

non vanno sempre d’accordo… [1]

Questa non vuole essere una Cronistoria del poema in versi: “Rom” di Loris Ferri. Né tanto meno un commento, o peggio ancora una sinopie. Questo vuole essere solamente un tentativo di ricomporre l’architettura immaginifica di una composizione inedita. Per ciò sono giunto all’idea di riportare qui, e non in post-fazione al testo, queste riflessioni sulla materia epica, per di più corroborato nelle intenzioni dai colloqui con un grande maestro e amico, il quale a suo tempo, aveva constatato l’inefficacia di una ermeneutica poetica in epigrafe ad una sua opera.

Anch’egli dunque “parlava vivo a un popolo di morti” [2]. O forse, per intenderci: “la maggioranza dei possibili lettori o sono già morti nel secolo scorso o devono ancora nascere” [3]. Mi sto riferendo a colui la cui radice empatica (o etimologicamente patetica) lo ha portato a rimare con: polifonia, malìa, follia, melofilìa. Eppure lo stato del mondo reclama a gran voce che la poesia lo salvi [4]. È un ronzare continuo, che sia apocalittico, tragico o lirico. È un parlare, un dialogare, un montare alla pari di una marea per ricordare noi stessi, per pensare agli altri. Qualcosa che squassi l’anima, e al tempo stesso la faccia innamorare. Qualcosa che ci renda unici, diversi, originari. Qualcosa che ci accomuni nella nostra originarietà. Non è il ronzare delle macchine a stupirci, ma il pianto di un neonato. Non sono le chiavi delle nostre macchine a darci le nostre erezione poetiche quotidiane, ma le cosce tornite, la vita e tutti gli ansimi che ci toccano:

a.d. 1996

da una lettera dello zio Lùkas

…“a tutta la genetlia disperata e fiera

fiorisce, il supplizio feroce del possesso…

a chi non va per le strade a battere l’offertorio,

per un pugno di denari e non tenta la carriera

militare, a chi non gli si addice l’ipocrisia

del patetismo, come la vacca grassa della Prebenda,

o l’astuzia del mentitore, come un cane rabbioso,

la petulanza, il morbo dissimulato della malattia,

a chi non sa mungere l’altrui pietismo,

tintinnando con le tasche piene di zecchini

ruminando per le strade avendo in mente il viaggio,

e non va per megara, schiavo del conformismo

a sottrarre ciò che può, per mutarlo in oro borghese,

alle costole delle bestie feroci, feroci in eterno

noi stessi, alle porte materiali bussando,

o come una puttana amoreggiando nelle chiese,

con le madrase o le cattedrali, fieri

del denaro e del conforto, e la cuccagna

delle Porte dei Cieli Materiali, poveri

uomini insanguinati dall’agonia dell’essere

borghesi e possedere, prima ancoro di essere

uomini, liberi; a chi come lo zigano, viene donato

in cambio di un canto d’anima, uno sputo

come ricompensa, per cui la qualità può valere

meno di un buco, di un qualsiasi culo scambiato

per una porta che conduca all’eterna benestanza

del superfluo, a quelli come noi

che non saranno mai mercanti nel tempio,

ad elemosinare costretti dai padroni

in cambio di uno sputo, a quelli come noi

quest’ultima nota di Re, da un violino zigano,

sotto il ponte illuminato sulla notturna Drava

suoniamo bagnati di schiuma e di lacrime,

sotto i grandi cieli slavi come un pianto,

a quelli come noi, qui ora e sempre artisti,

che al superfluo, elevano la vita che s’imprime”… [5]


II. Tempo nel racconto (l’innovazione semantica)

I nostri anni non vanno, né vengono,

essi stanno insieme. Essi ricompongono

o frantumano il quadro dell’essere… [6]

È da poco salpato alle spalle il vecchio secolo. Ma il nuovo, le cui porte si stanno aprendo agli occhi, non è dissimile: figlioccio ereditario, anch’egli non galleggia, né affonda. Solo un piede sulla soglia del baratro. Così mentre il ventesimo secolo, al suo calare, aveva abbracciato la costituzione fatiscente della tecnocrazia, nella totale industrializzazione socio-politica del neo capitalismo, tale spirito tecnologico, tale spirito delle scienze, era stato applicato anche al linguaggio. Come per Pasolini: “alla politica della totale industrializzazione corrisponde la lingua della totale industrializzazione” [7]. Il suo carattere distintivo: il grigiore. Così oggi, al sorgere in deliquio del secolo ventuno, alle tensioni economiche neo globaliste, fa’ da contro altare una ferrea risposta socio-politica nazional/individualista. Neo nazionalista. Il suo carattere distintivo: la frantumazione. In quest’ottica di ossessivo sgretolamento peculiare, e non certo per un profondo slancio culturale, va intesa la proposta, in Italia, del recupero di un “dialetto” a-critico e a-cronico.

Cultura e tradizione raramente coincidono. La prima feconda. L’altra scompone. Così la mera tradizione sta alla cultura come una candela al sole! Leggete “Officina”; leggete “Lèngua”; leggete “Fàbrica” di Fabio Franzin. Il vostro occhio scoprirà più di quanto ha creduto di vedere.

All’inverso nella lingua poetica si sono manifestate -nostro malgrado- due tensioni parallele:

1) si è codificata l’ermeneutica del frattempo poetico -definibile anche come: pseudo-bucolico del passatempo-.

2) si è codificata nella lingua una restaurazione classificatoria del sentimento -in tutte le sue potenze- . Leopardi dunque, non risulta morto al tempo, piuttosto in perenne morte in divenire.

Certamente non si scava più la materia. La si classifica! Certamente non si osserva più la rovina del

tempo, ma si è partecipi di un tempo in rovina. Non in “Rom”. Non fra le pieghe del basso. Non nelle nostre umili anime di vita tremanti:

“ho visto in un sogno arreso della memoria

uomini liberi, senza dinàri, sorridere alla vita,

e figli nudi pascolare sciolti nel mondo,

ho visto in un sogno le nuove županija [8]

su cui non spirava l’uranio dell’angioma,

ho visto in un sogno cattedrali senza mercanti,

nel vento terso dei Balcani abbattute,

deflagrando un sole puro come un idioma,

e campi in fiore esplodere nell’immenso

giallo, nel ricolmo spettro solare

dove l’odore della primavera battezzava

l’aria tersa, come un vaso denso…

ho visto in un sogno arreso, lungo le stanze

della memoria, i cieli zigani e gagè [9], consacrare

la gioia e l’arte!, a ribollire il vino nelle gole,

a dividersi il tempo gioioso nelle danze,

nella lingua dei nostri passi, in ogni vena,

ho visto in un sogno lontano della memoria

luoghi votati alle chimere e al cardio,

sotto le immense volte di una luna piena”… [10]

Inventa una lingua nuova che ognuno possa comprendere. Rivela verità che il mondo non possa negare. Scopri un modo nuovo per i mortali di vivere sulla terra [11]. Impegnati a trascrivere la coscienza del mondo. Così con una invocazione alla luna, ha inizio il poema “Rom”:

A.D. 1992

I.

…il manto della notte è un guanto che riluce,

come uno stoppino, un groviglio ardente

meravigliosa malinconia lunare,

sul costato dei cieli si ricuce

un lume notturno e radiale, così saldo

sul crinale del mondo; si schiude avvolto

come un’immensa alcova l’orizzonte,

il vento della Medvèdina caldo

spazza mulinando la fumosa trazzèra [12],

come uno specchio su cui s’imprima l’occhio;

là, l’eterno soppalco della notte,

è un decadente quadro di primavera… [13]

“Lingua slava, precisamente croata, e lingua italiana. Forse da due idiomi differenti, qui scelti, potrà nascere un nuovo seme, vivo e unico, una nuova esperienza nella tipografia della poesia. Nulla di nuovo sotto il sole. Solo un viaggio a ritroso nella memoria: avanguardia della tradizione. Polirimia e poliritmia provenzale, che costituiscano una architettura capitale per donare al testo, quella polifonia di voci e sentimenti, a cui ho voluto tendere. Voi spezzate il vostro pane quotidiano, e il vino versate del dialogo…” [14]. E aggiungiamo noi, i luoghi geografici che riassumono la vicenda dei Radaik: Italia e Slavia. L’Adriatico. La linea di confine tra due mondi, l’argine di due rive parallele. Crediamo allora, che il tentativo dell’autore sia stato quello di proporre alcune innovazioni semantiche nel testo:

1) attraverso il linguaggio ( l’utilizzo di due idiomi; l’utilizzo di tropi precisi e ripetuti in modo anaforico).

2) attraverso la struttura linguistica [le scelte metrico-ritmiche, la polifonia in funzione della rappresentazione. Il tentativo di costruire una architettura compositiva che rappresenti la vita:

incipit: inizio della vita del protagonista Havro: la nascita, la morte della madre Vesna.

continuità: il cammino nella vita del protagonista in antitesi o continuità rispetto agli avvenimenti che ne hanno caratterizzato l’infanzia ( positivi o negativi).

finale: può coincidere con la fine stessa della vita. Può introdurre la fine di una parte del sé per una rinascita. Può eludere la fine attraverso un riscatto sociale. Può prefigurare la fine come condizione inevitabile (suicidio-omicidio)].

3) attraverso il racconto -mythos- ( la scelta nel testo di una dislocazione temporale degli avvenimenti suddivisi in capitoli in maniera non cronologica; l’intrigo diviene una Macro-Metafora attraverso il mutamento delle distanze cronologiche; il tutto è reso possibile dal riferimento ad incipit di ogni capitolo dell’Annus Domini). Questo perché le distanze cronologiche non mutano solo nello spazio e nel tempo assoluto. Sogni e ricordi coincidono nella mente. Non è mai reale il vissuto, in quanto rielaborato. Allo stesso modo, un mutamento di distanze temporali si verifica anche nello spazio e nel tempo interiore. Qui risiede il poetico. Qui trova la sua natura di simboli la metafora. Così essa non è solamente una figura retorica del linguaggio -un cambiamento di distanze semantiche, una trasgressione verso il canone linguistico per ricercare nuove vie, somiglianze, corrispondenze nella materia viva- ma può essere anche una chiamata eretica nella vicenda narrata: potremmo definirla metafora dell’intrigo: mimesi e katarsi avvengono attraverso l’affectio animi.

L’identificazione, il turbamento, il riconoscimento degli accadimenti, la liberazione, negativa o positiva, il tutto accade attraverso un mutamento del punto di vista nello spazio logico. Ovvero, dando voce a chi voce non ha, aprendo una porta sino ad allora chiusa sul tempo e sulla vita, solo e soltanto quando si entra nel sentimento poetico. Valori sensoriali, estetici, esperienziali, e assiologici per fare del mondo -almeno quello della finzione- un mondo degnamente abitabile. Si crea così, nel racconto, l’idea “iper-reale”; funzionalità, capacità di ri-costruire, ri-configurare il mistero vivo di tutta l’esistenza, donando una luce nuova alle esperienze vissute. In “Rom”, le immagini di cui l’autore si serve, vanno ricondotte a quelle sintetiche della temporalità:

1) immagini di dissoluzione: il cadere in rovina, il dissolversi, la disperazione, l’alterazione..

2) immagini di agonia: il cammino verso la morte, la malattia, la fragilità, l’invecchiamento, la guerra..

3) immagini di messa al bando: l’esilio, la tribolazione, la nostalgia, la sconfitta, la disillusione..

4) immagini del notturno: l’oscurità dell’anima e le sue complessità, l’oscurità dei tempi…

Parliamo di metafore dunque, e dialoghiamo con l’ossimoro. Queste immagini sintetiche sono concluse nella stessa temporalità in cui se ne stempera il sentimento eppure all’opposto determinano la coscienza dell’universalità della condizione umana, persa in tutti i tempi e in tutti gli individui nell’esserne eternamente “patiens”, eternamente preda nel midollo stesso della vita:


a.d. 1986

V.

“…Vesna avrebbe voluto essere seppellita

nel luogo dove conobbe mio padre,

sotto i tralicci sospesi, sul ponte della Drava…

sulla città bassa di un’Osjiek sfiorita

su cui sbocciava una primavera abissale

in una tempesta di smanie e odori,

girando al suono gioioso dei tamburi,

Vesna avrebbe colto il suo baccanale

segreto…ciò che rende eterna e gioiosa

la vita, ne è l’immagine vissuta nel pensiero,

come la visione di un futuro ideale,

che rende una donna così maliziosa

e audace e impudente come il desiderio;

l’inno che le si addice è il “noi”…

poiché davvero si soffre all’infinito

su queste terre cresciute nel disagio

su tutta la Slavia e la nuda primavera,

quando il tarlo ad evadere non accenna,

e l’anima goffa dalle tenebre viene scacciata,

come una lapide scende la sera…

e la campana di San Michele rintocca!

qui il nemico ha il volto del fratello,

rintocca la campana come una bufera

che immersa nella memoria risboccia;

di quelle notti profonde e scure di maggio,

solo la visione ricordo, di una piccola dalia

nera, all’occhiello di mio padre;

il resto è solo, un epitaffio di oblio…

non sa più piangere, questa pupilla slava

bagnata dal vento, in una notte d’ombre

e di sirene…chissà quali stelle, ora

sulle sponde lontane della Drava”…. [15]


III. Diastema

Non si possono misurare

le cose future e passate,

bensì la loro attesa o il loro ricordo… [16]

Speranza e illusione. Sogno e miraggio. Il tempo va misurato solo nel transito, nell’utopia di ciò che deve ancora accadere, nelle ombre che velano il nostro passato. In questo limbo si pone la ricerca di una molteplicità del presente; è con essa che prendono forma le fratture temporali del nostro vivere, lì risiede il loro essere portatrici di significato. E tutte le visioni degli accadimenti, i flash back, il rivissuto dell’esperienza, le attese, determinano le scelte, dolorose o costrette, come conditio sine qua non, per percepire la complessità del tessuto sociale e interiore di ogni vicenda umana. Grazie a ciò, in “Rom”, il mito dismette i panni della panoplia eroica, per mutare nel viaggio, reale e interiore, di un vinto. Uno dei tanti, condannati alla deriva nel secolo presente:

ventunesimo secolo

II.

“…mio padre, Gobec e Marika partirono

una lunga notte di luglio, nel labirinto

oscuro delle valli, un anno prima di quanto

saremmo giunti io e Lùkas, sulle rotaie; partirono

una notte di luglio, sino al confine

per evitare l’esercito federale alle dogane,

quando ancora il buio dominava la valle

sul fiume Dragonji, sulle alture di Dragonja,

dove lasciarsi l’aurora della županija

alle spalle, e se non bastasse, un fiasco di belica [17]

farebbe chiudere a chiunque, un occhio sulla frontiera,

poiché triste è la notte, al confine di Dragonja…

il mondo ha penombre oscure e solitarie,

terre ai limiti che ogni uomo è destinato

a passare, la corrente del tempo ringhia sulle vie

lastricate, all’alba tremante d’illusione”…

e ancora:

“eppure l’ombra spaventosa lungo il sentiero

della morte, si elevava al passo incessante

di un conquistatore, il crepuscolo dell’esistenza

declinava sulle spoglie di un sonno straniero,

nell’utero della carovana, dormiente,

quando nel ventre di nuovi giorni piovosi

un luogo esiste, nel quale anche i dèmoni

la pace umiliata delle ossa sognano,

e grandi occhi sofferenti e uggiosi”… [18]

Solo l’intentio e l’affectio animi tendono a ricucire in maniera frammentaria i luoghi della memoria. Sia che si parli di ricordo privato, sia che ci si riferisca alla memoria storica. Senza di esse, non può sussistere alcun superamento, alcuna comprensione, nessuna vicinanza o riconciliazione, e ahimè, nessuna evoluzione intensamente umana. Del resto una cosa è lo sviluppo. Altra, totalmente altra è l’evoluzione. Sappiamo benissimo il debito con l’oralità; conosciamo come le nostre tasche il senso stesso del dialogo. Così lascio che di ciò che è stato, ne sgorghi l’immagine dalle labbra di Rasim:


a.d. 1994

III.

…“Auschwitzerlass, sedici dicembre

del quarantadue…sulle forche sei anni

di genocidio, chi ne volle star fuori

non ebbe scelta, Auschwitzerlass…

a Dachau, i Sinti, guardavano gli Angeli

cadere sulle rotaie, la zuppa celeste sapeva

di un unguento sanguinoso e funebre…

non fu detto nulla quell’anno, i cieli

all’alba olimpica di sua maestà Berlino,

scorgevano allo scuro, la nebula minacciosa;

Sinti deportati a Marzhan, Sinti -tra cui Ilno!-

chiamati a vegliare sulle tombe di Auschwitz…

tornerà a rovesciarsi di peste crnaco [19]

la carrucola del cielo zigano?!

torneranno ancora, con le nere falci

a sterilizzare il nostro tronco?

Berlino riluceva contro le stocche

gelo-carbone del bestiame ammassato

sulle carrozze, il pianto si univa

al cielo ricolmo di grandine, ieri bocche

affamate sulla nera Berlino, i dèmoni

hanno preso dimora come gli dèi

ieri, si sono portati via quattrocento Khorakhanè,

e la pace ha ricevuto, le sue persecuzioni…

l’arcidiacono, ieri, in nome del Clero,

è venuto a benedire, la nostra castrazione…

forcipi nelle donne, fino a punire il ventre;

Kali! [20], proteggi i figli di Sindh dispersi nel nero,

fa che vedano il cielo, domani, sopra Berlino

e non preghino oggi, la morte sotto le scotte

dei vagoni a vapore, scortati fuori Berlino

sino in Polonia, dalle carrozze di aquile nere”…

e ancora:

deportati, Inshallah!, tutti, per non essere

ariani! Rom, Sinti, Lovara sgozzati

a Dachau, Belzec e Marzhan, eppure

noi eredi del seme degli Indo del Sindh,

abbiamo tutti sangue più ariano del loro…

spaventati dai dèmoni del passato

come una macchia nera, sulla tomba dei secoli,

mai nessuno ricorda, la nostra Shoà, il diasporo,

l’apocalisse dei popoli rom cavalca

alle spalle del tempo…noi Sinti fummo

sulle Alpi, compagni partigiani, ai partigiani”… [21]

Così la nostra vicenda umana, persa nella più totale dimenticanza, si decompone in vuoti reali, ed allo stesso modo si satura di pieni illusori:


ventunesimo secolo

“nell’immenso naufragio degli editti, tutti

i komes d’Europa brindano all’opulenza,

verseranno i poveri cristi sempre più lacrime,

li riscalderà il calore dei roghi e dei lutti…

ho visto ombre addensarsi, un incubo violato

che cresce attorno alle nostre vite oscure,

la miseria abissale che ci appartiene come la fame

che addosso ci portiamo dall’inverno passato,

ho visto sui nuovi schermi teleferici

l’opulenza, dove donne svestite fanno le puttane

con gli spettatori, ho visto la mia erezione

indurmi a desiderare, le terre dei nuovi eretici,

sulle teleferiche della nuova Europa

le viscere nell’indomita purezza delle trasmissioni,

e pubblicità e tele-giornali e gossip,

sulle teleferiche della vecchia Nuova Europa

ho visto la patria eterna della lascivia,

la sodoma, prendere corpo; là, è il concesso,

là è tutto ciò che noi non abbiamo, là

migreremo, nelle patrie lontane dalle županija

e la satanica fiumana della cosa,

terre del possesso concesso e spietato,

là sulle labbra di un reale irreale, sull’Europa

ho visto ombre addensarsi, sull’anima viscosa”…

IV. Epilogo

Qui ha termine il nostro breve viaggio, con la speranza di avere illuminato qualche piccolo spiraglio ancora rimasto nel buio. Nel buio di una vicenda narrata. Così si compone “Rom”:

“Tredici capitoli dislocati temporalmente/ lungo tutta la vicenda irrisoria dei Radaik,/ verosimile e barocca, visionaria e immaginifica/ si presenta agli occhi del lettore come un’epica/ laica, una presa di coscienza eretica fondata sulla psicotropia/ della memoria, un ciclo chimerico – balcanico/ degno di fede, nella sua schiettezza…/

Tredici capitoli: le illusioni, gli orrori/ le sconfitte, gli ideali, i soprusi, gli aneliti/ mortificati dalla società intera, dall’indifferenza/ infernale, nei confronti di un giovane uomo;/ ciò che in lingua balcanica, si direbbe Rom…/ nessuna idealizzazione nei confronti della materia/ trattata, bensì una discesa agli inferi della vita,/ ma anche un mantra verso i dèmoni dell’arte…/ Havro Radaik, il piccolo chierico vagante,/ l’io, il personaggio, l’anti-eroe, il pensiero stesso del linguaggio alchemico, vinto tra i vinti,/ il suonatore zigano alla fine dei conti…

Tredici capitoli in un finale chiaramente/ decifrabile, in cui Havro compie la sua scelta/ in un gesto di rabbia e amore, di dignità abissale,/ un atto di onestà che nessuno forse capirà interamente ”…

Note:

[1] Umberto Saba: “Storia e Cronistoria del Canzoniere” ( pp. 118-119)
[2] Umberto Saba: verso tratto da “Epigrafe”, Il Canzoniere
[3] Tratto dall’Epistolario tra Umberto Saba ed Eugenio Montale ( lettera del 25 luglio 1926)
[4] Lawrence Ferlinghetti: tratto da “Poesia come arte che insorge”
[5] Passo tratto da: “Rom” (capitolo: “Sessanta croci nel vento”)
[6] Passo tratto da: “Le Confessioni” di Sant’Agostino
[7] Passo tratto da: “Empirismo Eretico” di Pierpaolo Pasolini
[8] regioni ( in croato)
[9] tutti i non appartenenti alle etnie Rom
[10] Passo tratto da: “Rom” ( capitolo “La caduta degli angeli” )
[11] tratto da: “Poesia come arte che insorge” di Lawrence Ferlinghetti
[12] sentiero per le greggi
[13] Passo tratto da: “Rom” ( capitolo “Il sogno” )
[14] Passo tratto dalla post fazione al testo di Loris Ferri
[15] passo di “Rom” tratto dal capitolo: “Sulle sponde della Drava”
[16] passo tratto da: “Le Confessioni” di Sant’Agostino
[17] vino autoctono della città di Kastav
[18] Passo tratto da: “Rom” (capitolo “Sangue sul sangue versato” )
[19] nera (da: crnac)
[20] divinità della mitologia pagana Rom
[21] passo tratto da: “Rom” (capitolo “Yado – l’abisso sotterraneo -”)
[22] Passo tratto da: “Rom” (capitolo “ Sangue sul sangue versato ”)
[23] Passo tratto dalla prefazione di “Rom”

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