Su “Punto omega” di Don DeLillo
venerdì, 2 luglio 2010 | Di Fabio | Sezione: Profilidi Fabio Orrico
“La prosa di Don DeLillo per me è LA BELLEZZA”. Questo era il testo di un sms (maiuscole comprese) che, qualche mese fa ho spedito al mio amico Simone Cerlini dopo la lettura di L’uomo che cade. Oggi, dopo aver letto Punto omega, ho pensato la stessa, identica cosa. Non l’ho scritto a Simone per non annoiarlo. Tra l’altro, credo che lui la pensi più o meno come il sottoscritto. La storia dell’intellettuale-eremita Richard Elster e del giovane cineasta che vuole girare un documentario su di lui è l’ennesimo racconto morale, abrasivo e rarefatto, che DeLillo concede all’america, al mondo dei nostri anni. Dopo l’esplosione del magmatico torrenziale infinito Underworld sembra che Don si stia concentrando sempre di più sulla forma breve. Cosmopolis, Body art, Punto omega, non superano le 120 pagine, hanno la violenza immediata e penetrante di una detonazione e sono tre capolavori. Maestro nella scrittura di dialoghi splendidamente allusivi, DeLillo escogita trame aperte e, seppur unidirezionali, disponibilissime ad aprirsi in mille rivoli, piene di fughe e scappatoie per ricaricarne il senso. Grande DeLillo. In Punto omega troverete un prologo (che poi i prologhi sono un po’ il marchio di fabbrica del nostro) come sempre straordinario, centrato su 24 Hour Psycho, la videoinstallazione di Douglas Gordon ottenuta rallentando il film di Hitchcock fino a portarlo a una durata di 24 ore e che rappresenta un vero e proprio sottotesto del romanzo e, soprattutto, troverete l’ennesimo mistero delilliano, un nuovo falso movimento che parte con la scomparsa della figlia di Elster. Jessie, questo il nome della ragazza, ha alle spalle un’enigmatica figura di persecutore e soprattutto, l’assenza di un padre che, nelle ultime pagine del libro, davvero assume un’aura fantasmatica. È, d’altra parte, il destino di tanti personaggi delilliani, quello di rarefarsi fino a sparire, diventare spettri e vedere la propria identità liquefatta e quasi sempre per volontà propria. I meccanismi di ripresa che affollano le sue storie, spesso manovrati da individui indecisi e troppo pronti a delegare la ricerca del vero alle loro appendici tecnologiche (siano macchine fotografiche o macchine da presa), non riescono a dare corpo o semplicemente testimonianza di questo processo di mesmerizzazione. È uno schema che si ripete da Americana al già citato Body art passando per Mao II e che DeLillo continuamente reinventa e attualizza con potentissima intuizione metaforica. Straconsigliato.
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