Venerdì, 10 Febbraio 2012

5 poesie inedite di Francesca Mannocchi

venerdì, 20 agosto 2010 | Di | Sezione: Scritti inediti

Pubblichiamo un brevissimo estratto dal nuovo lavoro, ancora in fieri, di Francesca Mannocchi, autrice dell’ottimo La tirannia dell’intimità (Fara editore, 2010) da noi già recensito.

1)

la mia strada è un sentiero trasparente

più che incontrarci, ci siamo accaduti
disorientati, forse, ma presenti
nello spazio vuoto sterminato
del sole al crepuscolo in collina
che è un attimo a perderlo di vista
dietro il declivio e infinito il passaggio di luce,
lei vera.
è stata un’estate silenziosa e stanca
a scatenare questo linguaggio d’atomi in festa
ogni parola a contenere il suo gesto,
urgente
ogni colore a farsi numero
(risolvimi, dicevi nelle notti).
ogni stagione seguita non era
che orma di quel passaggio iniziale
necessario e intimo passaggio
che rende ancora e sempre facile
lo scomodo parlare con noi stessi
e non insieme che ormai non serve più.
noi stessi, ognuno separatamente.
chiedo questo a ogni passo che m’aspetta
questo accadere, questa misura
del corpo antico che ritrovo nelle vene a generarmi
questa inarginabile colpa di incastrarsi
a forza di graffi
chiedo lo sguardo della forza popolata
da una solitudine, semplice
perché scelta. semplice come un filo di vento
che allarga il respiro e dispera
nell’afa a precipizio sull’estate.
un’altra, l’estate che mi fa chiaroveggente.
attraverso l’estate come fosse la rotta
di piedi laboriosi e di mani imperfette
di silenzi incendiati e parole cattivissime
come fosse la cifrata indicazione
di una destinazione che risolleva il punto di partenza.

2) costruzioni per l’uso

e solo poi guardare nella terra
e scovare
i segni immani della pena
passaggi di un pensiero che non muta
però
nel tempo di quel tempo che rimane
un poco avanza.
quello che resta, allora,
è come calce
e riduce la tensione del futuro
con l’imbarazzo della costruzione.
è un progetto, credo, come un altro
venire al mondo nell’esperienza di se stessi
e il rischio di innalzarsi è sempre un crollo
da un cielo non guardato a questo ventre.
come un’educazione e come un rito
per mantenere alto il senso complessivo di una storia
alimento la mia casa e la mia terra
coltivando abitudini migliori.

(occorre non sabotarsi)

3) l’Aspetto dell’attesa

é con un cerchio che vaga intorno a un vuoto
che trascorro queste ore qui seduta,
la posizione è quella del respiro
nulla ostacola il silenzio, eppure parlo.
prendo il suono che dia forma
a Questa vista
Questo guardarmi
in Questo sguardo
scagliato dentro me
che pure assisto
e quando i due combaciano, si leva
e il suono quando è libero, è un’azione.
Non muovo neanche un muscolo e respiro
trattengo l’attenzione sulla carne
la carne – un precipizio sull’attesa.
l’attesa è il dove di un
nascondimento
se cerchi di guardarla da lontano
eppure, se non temi, non trattieni e poi cammini
l’attesa è una posa infinitesima
uno scatto
l’attesa tiene i fili del pensiero
riscalda i confini dei giudizi
che invece di chiarire fanno oscuro
e quando sono secchi poi li brucia
e zitta fa vendetta del sapere.
é lì che penso a cogliere con gli occhi
che tremo se non trovo le parole
che osservo l’intervallo del di fuori
e sento tutti morti.
Eternamente.
il corpo del malato non è più tempo presente
se non perché il tormento si equivale col
pensiero,
nelle rovine di questa primavera
io attendo e non mi muovo. è la trincea in cui
invento la fatica di restare
per vedere se la fa, bella stagione.
La verità è che il colloquio con la vita
oggi ha il tuo nome
di te che sai, che quando attendo, io lavoro.

4) mai stata bambina

innocente come il rifugio dei reietti
ti tenevo nascosto nel mio esilio dai vivi

ero fuggita dalle radici catene
in tanti flagelli ma con occhi di vergine

per poi scoprire che la libertà confonde
se non conosci i tormenti dei ciechi.

in posizione fetale, replicavo nella tua asfissia
l’amore ricatto dei no di mio padre

5)
l’alba consegnata muta all’attesa
ripeteva la litania del ‘non ne vale la pena’.
Invece di ammazzare il tempo
mi annodavo le vene intorno al collo.
In mano il cordone Vaginale.
Ultima declinazione umida nel comune verbo amare.

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