Giovedì, 9 Febbraio 2012

Bentrovato signor G!

sabato, 28 agosto 2010 | Di | Sezione: Profili

Non è di tutti i giorni assistere ad un avvenimento straordinario, figuriamoci quando gli eventi sono due e l’uno a poca distanza temporale dall’altro. È quello che mi è capitato il mese scorso, leggendo un fumetto e partecipando ad una serata, entrambi dedicati a Giorgio Gaber, che mi hanno trasportato magicamente nel mondo del grande artista milanese scomparso nel 2003. Così ho pensato di farvi partecipi di questa emozione, perché l’eredità di Gaber è ancora presente e viva in mezzo a noi che cerchiamo di uscire dal “pollaio”. Ma procediamo con ordine…

Il fumetto, edito dalla ReNoir Comics, si intitola G&G ed è stato creato dallo scrittore, sceneggiatore, giornalista e storico del fumetto Davide Barzi e dal disegnatore e batterista Sergio Gerasi. Come per incanto, il duo è riuscito nell’impresa mirabile di far rivivere nelle due dimensioni delle pagine disegnate la poesia, la passione, l’umanesimo, la tridimensionalità di Gaber. Si tratta di un viaggio amaro e ironico, grottesco e ilare, rabbioso e commovente.

La storia narra di un bambino di otto anni di nome G che, a casa per le vacanze natalizie, trascorre le giornate in compagnia di un signore buffo e dinoccolato che si chiama come lui. Il signor G è forse una creatura immaginaria che vive solamente nella fantasia del bambino (fantasia avversata e temuta dai grandi); nondimeno, accompagna il protagonista, trascurato dai genitori in crisi, lungo otto capitoli alla scoperta dell’ipocrisia, dell’omologazione, dell’apatia degli adulti, presi dai loro io e da quel fatidico ingranaggio «così assurdo e complicato, così perfetto e travolgente [...] come un mostro sempre in moto che macina le cose, che macina la gente». Suggestiva e azzeccata, nel capitolo cinque, l’idea di rendere i tanti «cari polli d’allevamento, coi vostri stivaletti gialli» tramite l’unica nota di colore – il giallo, appunto – di tutto il libro. Così come viene resa perfettamente la canzone La libertà, utilizzandone solo un ritornello, senza i testi ma con le sole vignette.

Claudio Bisio, nella prefazione di G&G, ammette di essere rimasto sorpreso da come Barzi e Gerasi sono stati in grado di riportare sul foglio le mani gesticolanti e le parole importanti di Gaber, perché «tradurre il suo teatro canzone in fumetto è curioso, non è la prima cosa che ti verrebbe in mente». Eppure, la traduzione è avvenuta: con un sapiente e fluido collage di testi e brani nella sceneggiatura di Barzi e con un espressivo ed efficace tratto nei disegni di Gerasi.

Il secondo avvenimento, al quale ho assistito con piacere ed emozione, si è presentato come occasione imperdibile all’interno della cornice del XXVI Cartoon Club di Rimini ed è strettamente legato al fumetto, dal momento che si è trattato di uno spettacolo di teatro-canzone, curato da Barzi, illustrato dal vivo da Gerasi e cantato dal duo acustico Formazione Minima – Lorenzo Bartolini (cantattore) e Lorenzo Gasperoni (chitarrista).

La performance si è svolta con i Formazione Minima impegnati nell’eseguire, l’una di seguito all’altra, le canzoni memorabili di Gaber (molte delle quali presenti nell’opera a fumetti): da Giuoco di bambini: io mi chiamo G (1970) a Quello che perde i pezzi (1973), da Lo shampoo (1972) a Le elezioni (1976), da Chiedo scusa se parlo di Maria (1973) alla postuma La parola io (2003), passando per La libertà e Un’idea (1972), per Dove l’ho messa e L’odore (1974), fino a Io come persona (1994) e La nave (1973).

Parallelamente, Gerasi ha disegnato su due pannelli verticali alcune suggestioni: una stretta di mani (a sottolineare che «libertà è partecipazione»); due stivali di gomma gialli; il bambino G e Maria, la bambina che ama; un pugno chiuso e la scritta rossa “68” su alcuni fogli bianchi (durante le tre canzoni più politicamente critiche del repertorio della serata); fino a riempire di rosso tutto lo sfondo per far emergere il profilo di Gaber e un gabbiano, ricollegandosi così al finale di Qualcuno era comunista del 1991:

Perché forse era solo una forza, un volo, un sogno era solo uno slancio, un desiderio di cambiare le cose, di cambiare la vita.
Sì, qualcuno era comunista perché, con accanto questo slancio, ognuno era come… più di sé stesso.
Era come… due persone in una.
Da una parte la personale fatica quotidiana e dall’altra il senso di appartenenza a una razza che voleva spiccare il volo per cambiare veramente la vita.
No. Niente rimpianti.
Forse anche allora molti avevano aperto le ali senza essere capaci di volare… come dei gabbiani ipotetici.
E ora? Anche ora ci si sente come in due.
Da una parte l’uomo inserito che attraversa ossequiosamente lo squallore della propria sopravvivenza quotidiana e dall’altra il gabbiano senza più neanche l’intenzione del volo perché ormai il sogno si è rattrappito.
Due miserie in un corpo solo.

Insomma, una serata di forte impatto emotivo, un omaggio riuscito ad una figura che a tutti – sul palco e nella platea – manca, per il suo acume e per la sua capacità di farci riflettere con una lacrima ed un sorriso sulle miserie e sulle nobiltà dell’essere umano.

Per i testi di Gaber (e non solo) rimando all’ottimo sito no-profit di appassionati Far finta di essere… GABER.

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