Giovedì, 9 Febbraio 2012

Marjane Satrapi

lunedì, 6 settembre 2010 | Di | Sezione: Scritti inediti

di Alfredo Cosco

Mi sono alzato, mi son vestito e sono uscito solo solo per la strada. Ho camminato a lungo senza meta. Sintonizzo il mio Ipod al massimo del volume, e cammino e penso, penso a Gretha e al nostro primo incontro profondo; con lei mi sono sentito quasi circuito.
In realtà, lo ammetto, fui io a cingerle per la prima volta i fianchi, a casa sua, una vigliacchissima quanto efficace mossa alle spalle, di quelle in cui non hai nulla da perdere e sei pronto, carico di calma zen, ad un “No dai non è il caso”, ma sei anche pronto a insistere, insistere, insistere, quando fui spiazzato dalla frase: “Però senza impegno eh!”.
Ammetto, ho avuto qualche difficoltà ad uscire dal ruolo tipicamente maschile del seduttore a tutto tondo (oggettivamente non lo sono mai stato, ma quella sera il ruolo mi si addiceva e volevo viverlo fino in fondo), pronto, una volta tanto, a recitare la parte di colui che dopo l’accoppiamento con abile mossa sgombra il campo e sposta il proprio territorio, frenando le prime pulsioni monogamiche, conscio di aver già esercitato il suo compito, già pronto ad esplorare territori nuovi e sconosciuti. E invece no, fu lei dalla prima volta a dirmi: “vai via ora voglio dormire”, darmi l’ultimo bacio e dirmi un generico “alla prossima”.

Entro in una caffetteria, ordino un martinibiancodryontherocks

Non capii a fondo il senso di quello che stavo vivendo finché un giorno non mi lasciai andare ad una labile confessione, un lieve accenno, con un collega d’ufficio, un ragazzetto di vent’anni assunto “a progetto” senza alcun progetto che non fosse quello di fare qualunque cosa necessitasse, dai compiti ufficiali di data entry, all’andare a prendere le uova di pasqua per i figli dei dipendenti, tanto da essersi guadagnato il soprannome di “pilippino”. Insomma, dissi una mezza frase sul divertissement tra me e Gretha, ed egli esclamò, con uno sguardo che tradiva ammirazione, “Wow! Hai la trombAmica! Fantastico!”.
Superato un breve disagio nel mio volto si disegnò un lieve sorriso sul lato destro delle labbra, uno di quei sorrisi furbi che tradiscono un’inaspettata presa di coscienza: “Si!”, dissi, si! si!, pensai, avevo la trombAmica, ed era era “fantastico”.

Con Gretha spingevamo la nostra passione quando e quanto ce ne era voglia, senza regolarità, senza impegni settimanali, cinema e cene, teatro, mostre, aperitivi, non che mancassero occasioni del genere, ma non c’era l’ansia da prestazione pubblica che aveva afflitto le mie relazioni precedenti: perché i problemi che nascono tra le lenzuola possono esser nulla in confronto a quelli che sorgono quando uno si aspetta dall’altro un determinato comportamento pubblico che potrebbe non giungere.
Ancora accusavo il peso di queste pressioni derivate in quattro anni di fidanzamento con Elisabeth. Ci eravamo lasciati senza litigi o scenate, poco dopo un mio compleanno, ricordo ancora il suo regalo: “Persepolis” di Marjane Satrapi. Un vero capolavoro, piacevole, intelligente, con un bel punto di vista su una parte di storia del novecento che, ammetto, conoscevo poco. Purtroppo non servì a recuperare un rapporto sceso sotto tono, ci lasciammo con malinconia e silenzio, con lo stesso rumore che fa un nastrino annodato quando viene sciolto, perché l’unico sentimento che provavamo ormai era un misto di delusione e disillusione nei confronti l’uno dell’altra.
Mentre arrancavo nel tentativo di ricordarmi come si conquista una donna, un’amica mi aveva definito “analfabeta di ritorno della seduzione”, avevo conosciuto Annie, studiava Svedese e Finlandese e le piaceva il cinema Nord Europeo; una discreta conoscenza del cinema danese, coltivato in un momento di spleen totale, era stato un utile ponte per un’uscita in libreria con lei. La missione ufficiale era: comprare il regalo di laurea ad un suo amico. Per fare il brillante comprai anche io “un regalo di laurea al suo amico”, presi la graphic novel della Satrapi. Non avevo idea di chi fosse il laureando, ma la mossa era strumentale e, infatti, mi permise di prolungare l’uscita a casa di Annie. Dopo cena mi propose di vedere un film, Smultronstället, “Il posto delle fragole”, di Ingmar Bergman (1957, 91 min, Bianco e nero, in lingua originale con sottotitoli in Inglese), alla fine, appena prima che estraesse dalla custodia per CD FLÖRT, 20 scomparti a €1,99, il DVD Le onde del destino di Lars Von Trier (Danimarca 1996, 158 min), che le diedi un bacio… A little less conversation, a little more action please… Lei dal quel momento scomparve totalmente per riemergere dopo dieci giorni con un laconico SMS di scuse e addio. Io mi immersi nella visione di: L’esorciccio, Giovannona coscia lunga e La polizia s’incazza. Tenni il fumetto per me e ne feci il regalo di compleanno per il mio coinquilino.

Piove e intanto penso, ha quest’acqua un senso, parla di un rumore, prima del silenzio e poi…, ho voglia di un campari macchiato, lo bevo nel bar più scrauso del porto, dove il barista gay e tatuato ci prova con tutti.

Per la legge di Murphy, i guai non vengono soli, la serata in bianco con Annie fu solo la prima di altre dove il soggetto cambiava ma l’esito era lo stesso, inoltre di lì a qualche mese il mio coinquilino andò a convivere con la sua donna ed io mi trovai solo e impelagato nell’ennesimo trasloco.
Fu cercando casa che incontrai Gretha, lavorava in un’agenzia immobiliare, vedemmo talmente tante case che, mentre ero in piena fase di impacchettamento, mi invitò una prima volta a cena.
Ci volle una seconda serata e un’Asylia, un Cirò rosso da 12,50° e €8, per sciogliere le riserve, ci mangiammo come fosse la cosa più naturale del mondo, e dire che ho sempre trovato difficili i primi approcci, perché non c’è mai una persona che bacia come vorresti e di solito un incontro avviene se uno dei due cede. Con Gretha c’era un certo equilibrio, le mie o le sue scelte nei movimenti delle nostre labbra si alternavano quasi a dare la sensazione che il gioco fosse realmente condotto in due.

Eravamo trombAmici da un anno.

Entro in un bar, bevo un prosecco, scambio alcune parole con la barista, bevo un altro prosecco, c’è aria di festa, sembrano conoscersi tutti, dopo una sigaretta è il momento di un terzo prosecco, conosco un gruppetto di ragazzi, la percezione dell’amicizia è amplificata notevolmente. Carico una nuova playlist. Le mie orecchie ora accettano di buon grado i Chemical Brothers, Hey Boy, Hey Girl, Here we Go! Accendo una sigaretta cui ho levato il filtro e mi sposto.
Penso per qualche minuto, ripetutamente, quanto godo a sentire musica ad alto volume attraversando la città in uno stato alterato di coscienza, a fissare i volti e le espressioni, a interpretare i labiali a mio piacere e urtare volontariamente qualcuno solo per il giusto di dargli un po’ di fastidio quando Overseer o Mirwais falciano i miei timpani.
Poi torna alla mente l’ultima, in ordine cronologico, strana vicenda para-sentimentale, proprio quel giorno Ray mi aveva riciclato il secondo volume di Persepolis (regalato al figlio dodicenne che non aveva apprezzato, c’era infatti una bella dedica: A Eolo [si il figlio di Ray si chiama Eolo] con affetto, zia Clara), io avevo un appuntamento coltivato per mesi, anzi L’Appuntamento: aperitivo dopo il lavoro e cena in ristorante giapponese, la combo perfetta, ero così preso che portai con me il fumetto e rimasi con questo coso in mano tutta la serata. La mia compagnia? Tania, una bionda da paura, durante la cena parlavamo e io pensavo: “questa volta mi sistemo”, ad ogni occhiata, sorriso, sfioramento, il ristorante spariva in favore di una Las Vegas di neon colorati con scritte del tipo: “E’ fatta”, “VAI”, “SIIII!” e un pubblico di casalinghe e pensionati esultava come se fossimo in “OK! Il prezzo è giusto”. A fine serata ci sedemmo su una panchina, le sfiorai la spalla mentre insieme respiravamo una tiepida aria di fine estate, provai ad abbracciarla ma Tania divenne un impenetrabile cubo di ghiaccio, chiuse le braccia su se stesse e strinse le spalle, poi aggiunse a mezza voce: “adesso no”. Ci riprovai, “mi piaci molto” le dissi, e lei: “e perchè?” … non riuscì a dire più nulla, è una domanda a tradimento perché non c’è una risposta, anche se esistesse avrebbe il sapore della banalità o dell’ipocrisia, solo nei film americani il protagonista riesce a pronunciare una frase così plateale da sciogliere la situazione a suo favore, del tipo “perchéneituoiocchivedolapurezza-chestascomparendodaquestomondo” .. detto d’un fiato, come la battuta di un copione, appunto.
Ci salutammo lì, dimenticai il fumetto sulla panchina e non rividi più Tania. Passai al piano B, ovvero consolarmi tra le braccia di Gretha.

Gretha, l’ultima discussione ancora brucia; è avvenuta a letto, mi sono sempre interrogato sul perché certe confessioni e sfoghi vengono particolarmente bene dopo aver scopato, le avevo appena detto che di lì a qualche mese mi sarei trasferito per lavoro in un altro stato, a circa 1600km. Think! Vidi la faccia di Gretha mutare diversi toni dal disperato al minaccioso nel giro di qualche secondo. Think! Poi, come in alcune frequentazioni giovanili con il figlio difficile di Hoffman, la stanza cambiò. Think! Mi ritrovai in un fast food americano. Think! Gretha aveva la faccia di Aretha Franklin e mi girava attorno intimandomi … You better think (think) think about what you’re trying to do to me. Yeah, think (think, think), let your mind go, let yourself be free … Victor e Ray vestiti come Jake ed Elwood mi guardavano dal bancone ridendo sottecchi. You Think! A corredo, un nugolo di coriste dalla pettinatura afro mi intimavano “Pensaci! Pensa a quello che le fai!”. Gretha/Aretha puntava il dito indice sotto il mio naso, credetti che di li a poco sarei riuscito a fuggire con un sassofono in mano, invece mi piantò un ceffone e disse: “io ho bisogno di una definizione del nostro rapporto”, “definizione” che bell’eufemismo.

Entro in un megastore, la musica nelle cuffie è finita, nel salottino della libreria un’attempata signora sfoglia un libro di Daniel Pennac, io prendo un campari e mi siedo a bere e godermi l’Aria sulla quarta corda in sottofondo, domani è il compleanno di Gretha, ma ora io sono profondamente combattuto e mezzo ubriaco. D’improvviso sento una voce:
“non ci risolvi niente con quello, si vede che non è il primo”,
mi giro è la signora che mi sta parlando:
“mio marito se ne è andato dieci anni fa e aveva l’abitudine di trovare le risposte nel fondo dei bicchieri che beveva. Mi ha lasciato tutte le sue domande ed i suoi debiti”.
Io accenno un sorriso, lei ricambia e aggiunge:
“prendi una decisione, non tergiversare”.
La osservo andar via, penso a quello che ho bevuto e mi chiedo se la signora fosse reale o fosse la mia coscienza materializzata. Lentamente mi alzo, sarà passata mezz’ora, vado verso il commesso, ha i denti enormi come un cavallo, gli occhi azzurri, qualche ricciolo biondo ed un berretto rosso, scambio con lui un’occhiata che rasenta la sfida poi sussurro: “Marjane Satrapi, tutto quello che avete … e …”

… “… e…???” domanda lui

… “guarda sotto la B … Barrie … Barrie James Matthew … Peter Pan …”

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