Giovedì, 23 Febbraio 2012

Il falsobraccio del sole

venerdì, 7 ottobre 2011 | Di | Sezione: Scritti inediti

di V.S.Gaudio



I

Avevo già dieci anni ed ero ancora così lento

che non riuscivo ad afferrare la pallaii,

tenevo la corda dal ramo più basso del gelso

essa arrivava fino alla mia mano tesa verso l’alto

la reggevo saldamente come l’albero

e non abbassavo mai il braccio prima della fine del gioco.


II

A tenere la corda ero bravo come nessun altro

nel Delta del Saraceno.

Dalla finestra del municipio lo scrivano del re

e della repubblica guardava da questa parte.

Probabilmente in tutta l’Italia non c’era nessuno

che sapeva star fermo in piedi un’ora e più

e tenere una corda.

III

Stavo immobile come una statua.

O uno spaventapasseri.

Non riuscivo a seguire il gioco,

quindi non potevo fare l’arbitro.

Non vedevo il momento preciso in cui

la palla toccava terra. Non sapevo se

era proprio la palla che qualcuno stava

afferrandoiii, o se il ragazzo a cui arrivava

la palla la stava prendendo o stava

soltanto tendendo le mani.



IV

Se guardavo un pollo, poi l’orologio del campanile,

poi di nuovo il pollo, lo vedevo immobile

e in guardia come prima, ma nel frattempo

il pollo aveva beccato, aveva mosso la testa,

girato il collo, fissato gli occhi altrove,

tutta una finzione.

V

Il mio braccio reggeva la corda.

Nello spazio di un quarto d’ora il gregge

dietro l’albergo pascolava un tratto

di terra più lungo di un bue.

La piccola bianca era la capra

che pascolava sempre con le mucche.

Da est giunse volando dolcemente un gabbiano

che si posò su una delle canne in terracotta

del camino dell’albergo.

Dall’altro lato si muove qualcosa

laggiù davanti alla cantina “Bufalara”.


VI

Guardai di nuovo il gabbiano.

Oltre la ferrovia c’erano la costa pietrosa

e il mare. Quand’ero sott’acqua riuscivo

a trattenere il respiro a lungo.

Le mucche pascolavano, le capre erano utili

in caso di sventura, gli uccelli si posavano,

le lapidi assorbivano tutto il sole, le nuvole

danzavano ovunque c’era pace.

I polli, non potevamo mangiarceli.


VII

Tenevo la corda come prima

e guardavo sgomento un altro ragazzo.

Questi stava dicendo parecchie frasi

così in fretta che non si capiva una sola parola.

Forse dovevo lasciare andare la corda, che stupido,

gridavano gli altri.

Quindi la palla pesante mi colpì l’incavo del ginocchio

e caddi a terra come una scala posta troppo in verticale,

prima lentamente e poi con forza.

Dal fianco e dal gomito il dolore cominciò a diffondersi.



VIII

Mi rimisi in piedi, sempre tenendo la corda

con la mano tesa, deciso a non cambiar posizione.

Forse si sarebbe ricreata la situazione di prima,

e che cosa sarebbe successo allora, se avessi lasciato

cadere la cordaiv? “Dagli uno scrollone, così ti svegli!”

“Dai, non fare niente, non stare a guardare a bocca aperta!”

Tenevo gli occhi ben aperti per poter afferrare tutto

con lo sguardo perché l’altro cambiava posto di continuo.



IX

“Quando ti deciderai a lasciare la corda?”

mi gridò una bambina.

Avevo ancora l’impressione di vedere tutto questov,

qualcuno da dietro mi tirò per i capelli.

Come aveva fatto la bambina ad arrivare là?

Ancora una volta mancava un lasso di tempo.

Mi rigirai, incespicai e a un tratto mi ritrovai

a terra con la bambina perché lei aveva la gamba

ingarbugliata nella corda che io continuavo a tenere

saldamente.


X

A un certo punto la bambina mi mise proprio il viso

davanti con aria beffarda, ma la mia mano

restò ferma in aria come paralizzata quasi

fosse il monumento a uno schiaffo.

“Sanguini proprio!”

“Vai a casa, Enzu’!”

Continuai a camminare dietro alla bambina

cercando di afferrarla, ma senza convinzionevi.

XI

La bambina si limitò ad allontanarsi, regalmente

e senza fretta, seguita da me finché la corda

lo permettevavii.

Poi si allontanarono anche gli altri.

Qualcuno in tono consolatorio disse:

“La bambina ha avuto paura”.


XII

Amavo la calma, ma era necessario

anche saper fare le cose in fretta.

Quando non ci riuscivo, tutto mi si

rivoltava contro. Dunque dovevo

riguadagnare terreno.

Dovevo studiare per apprendere

la sveltezza, un giorno sarei stato

più svelto di tutti quelli che ora mi superavano.

Vorrei essere velocissimo, pensai,

vorrei essere come il sole che solo

in apparenza si sposta lentamente nel cielo.

“Veloce come il sole!” dissi ad alta voce

e mi lasciai ricadere sui cuscini.

Stampa questo articolo | Invia questo articolo per email | 392 visualizzazioni
1 Stella2 Stelle3 Stelle4 Stelle5 Stelle (voti 2, media: 3,50 su 5)

Articoli consigliati:
Parole chiave: , ,

un commento
Lascia un commento »

  1. La tagcloud randomizzata del poemetto in Wordle:
    http://www.wordle.net/show/wrdl/4212443/il_falsobraccio_del_sole
    v.s.gaudio

Lascia un commento