Giovedì, 23 Febbraio 2012

Quel sottile confine

venerdì, 4 novembre 2011 | Di | Sezione: Scritti inediti

di Giampiero Mazzarese

Ci sono gesti che ad alcuni sembrano di una banalità sconcertante, mentre ad altri appaiono come un tesoro inestimabile.
Il balcone di Gianni è di quelli tipici delle corti milanesi. Si estende per tutto il fabbricato e mette in comunicazione gli appartamenti adiacenti. Proprio accanto a quello di Gianni vive un’anziana signora, di piacevole aspetto.
All’ora del tramonto la signora si diletta a dipingere l’elegante figura di un gatto persiano. Un suono soffuso, quasi impercettibile è il segnale dell’arrivo del gatto. Niente miagolii, ma delle fusa. Sembra non voler disturbare il vicinato Il gatto. Salta da un cornicione e rimane fermo in posa, fino a quando la luce diventa così debole da non poter proseguire con la pittura. Allora, solo allora, può finalmente ricevere la sua paga: un tenero boccone di carne o di pesce.
Da quando Gianni ha scoperto quel rapporto tra uomo ed animale ne è rimasto affascinato. Silenzioso aspetta quel momento per godersi il fresco della sera e guardare quell’immagine rilassante, con il passare dei giorni è diventato parte del rituale.
La luce colpisce la tela mettendo in rilievo il manto bianco del persiano. La voce di Gianni, seppure il più debole possibile, sembra un coltello che squarcia quell’istante.
“Buonasera”
La signora distoglie per un attimo la sua attenzione dalla tela e rivolge il suo sguardo liquido di un celeste cristallino verso Gianni
“Buonasera” risponde, sollevando leggermente gli angoli della bocca.
“Mi fa venire in mente un quadro di Chagall” prova a continuare Gianni.
“S’intende di pittura?” chiede serafica la signora.
E’ bastata una sola domanda.
S’intende di pittura? E si è creato un muro, un nuovo muro di silenzio. Gianni non riesce nemmeno a parlare. Fa solo un cenno con la testa: No. Non mi intendo di pittura. Però sono affascinato dal suo portamento. Lei dipinge il gatto, ma non è il gatto quello sulla tela. E’ Lei. Bianca, elegante, sinuosa. Il gatto è solo la sua proiezione, la sua manifestazione animale.
Ecco, tutte queste cose Gianni avrebbe voluto dirle, ma niente.
Inspirò l’aria pungente della sera e dalle labbra non uscì parola. Si limitò ad un cenno con la testa. Un cenno per dire no. La signora non aveva nemmeno aspettato la risposta, aveva soltanto ripreso a far andare il pennello.
Il gatto inconsapevole era diventato spettatore.
- No, non m’intendo di pittura, almeno fino a questo momento – pensò Gianni.
La signora indossava un caftano di organza, di un pallido cremisi, quel vestito fece venire in mente a Gianni un’altra domanda.
“Lei deve aver viaggiato molto?” una domanda banale. Si, questo è quello che aveva pensato Gianni, di aver fatto una domanda banale.
Il confine tra banalità e originalità è sottile. Questione di equilibrio, di come si da peso alle cose
Alla signora non risultò banale. Quella domanda le permetteva di svelarsi. Di raccontarsi. Non era un confronto ma un dono. Gianni le aveva permesso di donarsi.
Sì, la signora aveva viaggiato molto e visto posti esotici, ma quello scorcio dei Navigli a Milano era la sua casa.
Gianni l’ascoltava ed era bello sentirla parlare, anche le parole erano sinuose, parevano carezze, pennellate di saggezza.
Gli incontri tra Gianni e Sophie, questa era il nome dell’anziana signora, continuarono.
Le mani di Gianni erano appoggiate al davanzale del balcone e la testa sporgeva per meglio guardare lei che dipingeva. Fu così che Gianni venne a sapere che era stata sposata con un ingegnere chimico. Grazie al lavoro del marito, dirigente di una compagnia petrolifera, aveva girato il mondo: Kuwait, Arabia Saudita, Emirati Arabi, Nigeria e Canada, alcuni dei paesi conosciuti.
Lei aveva però rinunciato alla sua passione: l’insegnamento.
Questi dialoghi serali erano il rifugio dove Gianni trovava riparo dall’inquietudine della vita.
All’inizio, quando Paola rientrava dal lavoro e trovava Gianni intento nel suo colloquio pacato con la vicina, si sentiva come sollevata, quasi alleggerita dall’obbligo di dare conforto al marito, di prendersi cura delle sue ombre, di riempire i suoi silenzi.
Il confine tra leggerezza e pesantezza è però sottile. Questione di equilibrio.
Erano a tavola e stavano mangiando quando Paola pronunciò quella frase:
“Ma non ti sei stancato di sentire le storie di quella vecchia?”
Era la prima volta che Paola usava quel termine – vecchia – nei confronti della signora.
- Vecchia – Gianni sentì quella parola proprio come un sasso in pieno volto.
Forse fu solo il pretesto per scaricare una rabbia sopita.
Anni di attenzioni, di coccole per un marito mai contento, perennemente insoddisfatto. Gianni e la sua laurea nel cassetto. Gianni che non viene capito. Gianni che non si sente adeguato. Gianni che invecchia. Gianni che non riesce ad avere figli. Gianni e le sue paure.
“Ma non sarai mica gelosa di Sophie?” Provò a replicare Gianni
“Gelosa io? Di chi? Di quella vecchia?” Rispose sarcastica Paola
“Allora perchè ti da fastidio se parlo con lei?… E non chiamarla vecchia!” Tentò di imporsi Gianni
“Parla pure, Certo poverino, tu hai bisogno di parlare ! Magari se qualche volta ti degni di pensare a noi!”
“Ma cosa hai? Problemi al lavoro?” Chiese Gianni, con quella intonazione tipica di chi vuole deriderti.
“No, sono stanca! Stanca di te. Stanca del fatto che non si può contare su di te. Stanca del tuo egoismo, stanca… perché tu non riesci che a pensare che a te stesso e alle tue paure” vomitò nel litigio Paola. Si alzò spinse la sedia verso Gianni e se ne andò in camera concludendo con “Io ti odio hai capito!”
Gianni guardò il piatto, con la forchetta si mise a spostare qualche pisello mentre si mordeva il labbro inferiore.
Cosa li aveva uniti? Cercò di ricordarsi il giorno del matrimonio, ma gli tornò alla mente la prima volta che avevano fatto sesso insieme. Erano studenti all’Università. Lei si era avvicinata a lui per una scommessa, perlomeno questo gli aveva raccontato. Una sera lei lo aveva portato in una zona fuori città, dalle parti del Gallaratese, un posto squallido, una specie di parco con alle spalle dei casermoni di cemento. Lì si erano baciati, poi lei si era chinata, gli aveva tirato giù la zip dei jeans e lo aveva preso in bocca. Così era iniziata la loro storia d’amore.
A Gianni piaceva fare sesso con Paola, ma da quando avevano scoperto che lui era sterile, qualcosa era cambiato, qualcosa, come si dice, si era rotto.
Gianni si alzò e si diresse, come tutte le sere, da un anno ormai, verso il balcone. Il gatto sembrava lo aspettasse, stavolta però fece un “miaoo…” interrogativo. Al posto di Sophie, sull’altro lato del balcone, c’erano degli uomini con delle tute bianche e dei scatoloni in mano, tutto faceva pensare a un trasloco.
“La signora si è trasferita?” Provò a chiedere Gianni.
“Poverina, La conosceva?” Disse uno degli uomini con le tute blu.
“Si, ma perchè poverina? E’ successo qualcosa?”
“Un suicidio. E’ stata trovata dal figlio. Adesso stiamo facendo dei rilievi. Vuole rilasciare delle dichiarazioni? Il Commissario è nella stanza accanto”.
“Un suicidio! Scusi non avevo fatto caso alla divisa. No, no. La conoscevo a malapena. Ogni tanto due chiacchiere, sa! La vedevo dipingere sul balcone e così…un suicidio, ma pensa, non l’avrei mai detto”.
“Capisco, anche a noi fa sempre un certo effetto”. Il poliziotto troncò la conversazione e riprese con il suo lavoro.
Una strana sensazione s’impadronì di Gianni, come un’euforia. Una specie di sorriso gli nasceva da sotto i baffi. Gli sembrava di essere tornato bambino, quando ogni cosa è gioco, anche la morte. Si sentiva leggero, liberato da un peso, da quell’ansia costante che gli aveva reso la vita negli ultimi anni opprimente. Non riusciva a darsi una spiegazione per quello che provava. Lentamente si diresse verso la camera da letto. Paola all’interno, sopra le lenzuola, era rannicchiata dalla sua parte, avvolta nella rabbia, in silenzio e al buio. Lui prese a baciargli il collo e poi la spalla. Sembrava che lei non avesse nessuna reazione. Poi lui iniziò anche a carezzarla. Le mani salivano dalle gambe alla schiena, in maniera sempre più audace. Lei si girò verso di lui, si baciarono e fecero l’amore, come non gli succedeva da tanto tempo.
Quando ebbero finito ed entrambi nudi e supini avevano lo sguardo rivolto al soffitto, lui le disse:
“Sophie è morta, si è suicidata”.
Lei non disse niente, pensò che lui stesse scherzando, le venne da ridere.
“Sei un cretino”, così lo schernì, mentre gli dava pizzicotti e piccoli pugni. Giocarono alla lotta come dei bimbi. Alla fine si abbracciarono e stretti l’uno all’altra si addormentarono.
Quante volte aveva pensato al suicidio. Quanti tentativi erano andati a vuoto. Erano passati sei mesi da quando aveva programmato l’ultimo nei minimi particolari. Non una cosa cruenta, il dolore lo spaventava. Quindi erano stati scartati pistole e salti dal tetto di casa. All’inizio aveva pensato a certe pillole, sonnifero forse. Poi era venuto a conoscenza dell’avvelenamento da monossido di carbonio, da un romanzo. Un libro che proprio Sophie gli aveva regalato. Così si era procurato un bel tubo flessibile, della misura giusta, che dalla marmitta della sua auto arrivasse al finestrino. Il giorno prescelto, quello del suo anniversario di matrimonio, si era seduto e acceso il motore della Renault parcheggiata all’interno del garage. Nella macchina l’aria si era riempita di CO e lui aveva cominciato a sentire il sonno che lo aggrediva. Stava ormai perdendo i sensi, quando qualcosa che possiamo chiamare istinto lo spinse ad aprire lo sportello.
Quel sottile confine tra la vita e la morte era lì, ad un passo, ma Gianni non sapeva scegliere, era questa la sua inquietudine. Questione di equilibrio.

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