Capitan Shiloh
mercoledì, 11 gennaio 2012 | Di Manuel | Sezione: Scritti ineditidi Mauro Banfi
“Quale che sia la vera e ultima destinazione che gli spetta,
nell’uomo è insito uno Spirito in lotta contro il nulla e la dissoluzione.”
Percy Bysshe Shelley
– In fondo agli oceani del Mondo c’è l’Amore. Nel cuore del lago di sangue dell’Amore c’è la Libertà. In mezzo ai cieli azzurri della Libertà c’è la Gioia! – disse queste frasi e poi venne rapito da un’onda mostruosa, Capitan Shiloh.
Testimonianza resa alla Reggenza d’Ispezione della Capitaneria di Porto di Livorno, il dieci luglio 1822.
Il mio nome è Remo Remigi, di anni ventidue e lavoro al porto di Livorno in qualità di facchino e di mozzo in attesa d’imbarco.
L’otto luglio 1822, verso l’una di pomeriggio, venivo contattato e assunto dal celebre poeta Percy Shelley, comandante dello schooner “Ariel”.
Il caldo, vostra Reggenza d’Ispezione, era afoso ed opprimente e il cielo dava segni evidenti di turbamento e di un principio di tempesta.
Il Capitano Shelley, soprannominato Shiloh dal suo amico Edward Williams, ricevette un bollettino dalla Capitaneria di Porto che lo avvisava delle preoccupanti nuvole basse che s’addensavano all’orizzonte.
Inoltre, numerosi marinai presenti in porto, consigliavano all’equipaggio della goletta “Ariel” (Shelley, Edward Williams e un altro mozzo, Charles Vivian), di non prendere il mare.
Per tutta risposta, Capitan Shiloh e il Williams, annunciarono ad alta voce che avrebbero battuto in velocità la tempesta, con un fare fiero e baldanzoso che non ammetteva repliche.
Fu in quel momento che venni ingaggiato dallo Shelley, per issare rapidamente la velatura completa di quell’agile goletta a due alberi.
Accettai subito l’incarico, entusiasmato da quella sfida con l’uragano, e, mentre aiutavo il Vivian ad alzare la grande randa, l’Ariel salpava dal porto di Livorno, destinazione Lerici, dove abitavano lo Shelley e il Williams.

Schizzi disegnati da Edward Williams dell’Ariel e del Bolivar, veliero di Byron, amico di Shelley.
Nonostante i primi segni di burrasca, Williams ci ordinò di alzare tutta la velatura al completo, in modo di sviluppare la massima velocità possibile per battere sul tempo il fortunale in arrivo.
Io e il mio pari Vivian ci confidammo nel forte vento di Ponente che i due inglesi erano dei folli: tutti sanno che in caso di tempesta bisogna ammainare le vele e tenersi di cappa; correvamo il grave rischio di far oscillare troppo lo schooner e imbarcare acqua.
Eravamo aiutati nelle operazioni dal Williams, che era un abile marinaio, mentre, incredibile a dirsi, Capitan Shiloh se ne stava seduto sul ponte, manifestando una strana calma contemplativa.
Osservava l’uragano che s’avvicinava, con un incomprensibile sorriso estatico dipinto sulla faccia.
– Che portento!
continuava a ripetere imbambolato, mentre declamava ad alta voce i versi di una poesia inglese:
“Beauty is truth, truth is beauty, that is all
Ye know on earth, and all ye need to know.” *
Li ricordo bene, vostra Reggenza, perché li ripeté almeno una decina di volte.
Dopo un paio di miglia nautiche e dopo aver incrociato altre navi che ci avvertivano di tornare indietro, la tempesta si scatenò terribile e l’Ariel, che era uno yacht molto leggero, reso instabile dalla piena velatura, prese ad inclinarsi paurosamente, mentre onde enormi cominciavano a spazzare la tolda della nave.
Capitan Shiloh s’aggrappò come poteva ad uno dei due alberi e c’incitava:
– Avanti! Avanti! Il Bel tempo tornerà!
Noi siamo i fulmini degli dei e li possiamo battere sul tempo!
In realtà, la situazione era disperata e la goletta aveva già imbarcato nello scafo troppa acqua.
In quel mentre, un’imbarcazione di soccorso riuscì ad avvicinarsi in nostro aiuto.
Come già sapete, Ispettore, era il “Santa Lucia” del comandante Serafini.
Il Capitano ci urlò di salire a bordo senza mettere tempo in mezzo; eravamo circondati da marosi alti come colline e rischiavamo di affondare da un momento all’altro.
Ci lanciarono una scala di corde e io l’afferrai con tutte le mie forze e venni issato a bordo.
Il Serafini chiamò gli altri miei compagni di sventura ma Capitan Shiloh urlò al Capitano di andarsene:
– Andatevene Capitano, il Bel Tempo tornerà! Noi siamo più veloci della tempesta, qui siamo in gara con gli dei!
– Per l’amor del cielo, se non volete mettervi in salvo, almeno ammainate le vele, state per capovolgervi! – replicò secco il Comandante Serafini.
Fu allora che un’onda mostruosa spazzò il ponte della Ariel.
Le due navi rischiavano di cozzarsi tra loro e il Capitano Serafini, a malincuore, diede l’ordine di allontanarsi dallo schooner.
L’ultima scena che riuscii a vedere, fu lo Shelley che litigava con il Williams, che voleva finalmente ammainare il gran velaccio e la randa e il belvedere e mettersi di cappa per cercare di tornare in porto, come doveva essere fatto almeno un’ora prima.
Il povero Charles Vivien li fissava impietrito dal terrore, legato ad uno degli alberi.
A un certo punto, il Williams riuscì a liberarsi dalla stretta di Capitan Shiloh e lo scaraventò sul ponte.
Allora lo Shelley si rialzò e rivolse lo sguardo verso l’uragano.
Nella bruma d’acqua e di vento di Ponente, osservai per l’ultima volta il suo volto radioso che pronunciava queste parole:
– In fondo agli oceani del Mondo c’è l’Amore. Nel cuore del lago di sangue dell’Amore c’è la Libertà. In mezzo ai cieli azzurri della Libertà c’è la Gioia!
IL BEL TEMPO TORNERÀ!
Poi venne inghiottito da un’onda alta come un palazzo e scaraventato nel mare in burrasca.
Questo è tutto.

Schizzo disegnato da Edward Williams, ritratto di Shelley
* “Bellezza è verità, Verità è Bellezza”, questo è tutto,
sopra la terra, altro non è dato di sapere.
John Keats, Ode su un’urna greca.
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