Karkadann
lunedì, 28 maggio 2012 | Di Manuel | Sezione: Scritti ineditiDedicato ai rinoceronti indiani in pericolo d’estinzione
di Mauro Banfi

Il mio nome è Androclo, e ripenso, nelle fetide prigioni del Colosseo, ai due tentativi di esecuzione cui sono sfuggito.
Intorno a me ruggiscono gli animali in gabbia che moriranno a migliaia e la folla assetata di sangue e di morti violente.
Sono stato condannato a morte mediante la damnatio ad bestias.
In pratica ad essere sbranato dagli animali feroci nell’arena.
Insomma, sono un uomo morto, i romani non lasciano mai decadere una loro damnatio.
Sono ventuno primavere che sono al mondo.
Che cosa ho fatto per meritarmi la condanna a morte?
Dopo essere stato preso con la forza dai legionari in Dacia, mia terra d’origine, un vecchio ricco patrizio mi comprò come schiavo sessuale per il suo bordello privato, per divenire un membro di una SPINTRIA.
L’orrore mi assale a rievocare cosa sono le SPINTRIAE.
Con altri due giovani schiavi maschi come me, eravamo costretti a congiungerci in un amplesso contro natura fino a formare una triplice concatenazione.
Dovevamo violarci a vicenda davanti a quel vecchiaccio immondo, in modo che quel mostro guardandoci, riuscisse a eccitare il suo desiderio sessuale in declino.
Per poi sodomizzare me, la parte iniziale di quell’orribile coito contro ogni legge naturale.
Dopo un mese di quella continua violenza, mi rivoltai e lo spinsi contro un muro della sua lussuosissima domus.
Nella caduta il mostro si ruppe l’osso del collo, con uno scricchiolio che ricordo ancora con piacere.
Fui catturato, bastonato e torturato in tutte le maniere.
Non ucciso, perché per i romani ogni criminale è un potenziale strumento di spettacolo per il Colosseo.
Fui condannato a morte a essere sbranato dalle belve feroci nell’intervallo di mezzogiorno, tra gli spettacoli equestri e le cacce alle belve e i combattimenti dei gladiatori.
La sera precedente all’esecuzione, fui stipato insieme a una decina di altri condannati a morte su un carro, e portato insieme a centinaia d’altri nelle catacombe buie e maleodoranti del Colosseo.
Alcuni erano talmente disperati e debilitati dalle torture che si toglievano la vita in ogni modo.
Uno schiavo arrivò a infilarsi la testa tra i raggi di una ruota del carro.
Trascorremmo l’ultima notte in anguste celle infestate da ratti e pidocchi.
A mezzogiorno fummo tirati fuori in catene e suddivisi in due gruppi:
i cittadini romani da una parte, e i non cittadini e gli schiavi dall’altra.
Noi avremmo dovuto aspettare: prima si svolgevano le esecuzioni dei cittadini romani colpevoli d’omicidio, per mezzo della spada o dell’ascia per la decapitazione.
La folla assisteva a queste prime esecuzioni con noia e fastidio (erano troppo rapide e precise) e cominciava a reclamare il sangue col terribile grido “Iugula! Verbera! Ure! Neca!”.
Sgozzateli, frustateli, bruciateli, accoppateli! Vogliamo il sangue e la violenza.
Cominciarono allora le crocifissioni e i roghi, e il pubblico cominciò finalmente a divertirsi e a pregustare l’entrata degli animali feroci e dei loro spaventosi pasti umani.
Poi venne il mio turno.
Fui spinto, nudo e disarmato, nel centro dell’arena.

Quando si aprirono i cancelli, entrò nel recinto un enorme leone che però, incredibilmente, al posto di divorarmi, si mise a scodinzolare, si accucciò e mi leccò i piedi.

La folla urlava tutte le bestemmie che conosceva. Il boato era assordante.
L’organizzatore delle esecuzioni s’inferocì e fece entrare un leopardo affamato.
Il leone, con un balzo tremendo lo aggredì immediatamente e lo uccise.
La folla mutò umore in un baleno e prese a esaltare il mio nome e il leone.
Entrarono immediatamente le guardie del Colosseo e uccisero il leone, nella pubblica disapprovazione, mi misero in catene e mi gettarono in cella.
Lo spettacolo continuò con un combattimento tra un rinoceronte indiano e un bufalo africano, legati insieme a una zampa con una catena e aizzati con ferri incandescenti.
La folla dimenticò subito me e il povero leone ribelle.

L’indomani, a mezzogiorno in punto ero ancora in mezzo all’arena tumultuante.
Il rinoceronte indiano, vincitore nello scontro col bufalo africano, uscì dall’entrata principale e mi caricò col suo unico e affilatissimo corno.
La sua potentissima e pesante massa faceva rimbombare la sabbia dell’arena.

La povera bestia si nutre solo di erba al pascolo ed era stata resa feroce con crudeli sevizie, come mi aveva spiegato un mio compagno di condanna a morte, impressionato dall’episodio del leone, ormai celebre in tutta Roma.
Sbavando e sbuffando il rinoceronte mi si avventò contro e mi mancò per un pelo, andando a sbattere contro l’alta murata che protegge la pista insanguinata.
Il colpo fu tremendo e due equites, rampolli di famiglie nobili, precipitarono insieme a calcinacci nella sabbia, subito calpestati dal pachiderma impazzito per il tormento.
Prima della sua uscita era stato tormentato con ferri incandescenti e le sue piaghe trattate con sale fino purissimo.
Inoltre, era stato inciso e inserito un lungo peperoncino verde di Calabria nel suo sfintere, causando sofferenze atroci al povero animale.
Gli inservienti del Colosseo cercarono di trarre in salvo quello che restava dei due cavalieri romani, e uno di loro fu gravemente trapassato dal corno e gettato in terra.
In quel momento, l’animale ansimando rumorosamente chinò la grossa testa per riprendere fiato, mentre gli addetti alle esecuzioni si ritirarono dentro una botola.
Presi l’attimo e saltai sul groppone bruno argento dell’enorme mammifero.
Scivolai leggero verso la coda dell’animale e con un abile quanto rischiosa mossa sollevai la sua piccola coda e tolsi con un netto colpo il lungo peperoncino infilato nel suo ano orribilmente infiammato e purulento.
L’animale mi sbalzò a tre metri di distanza e ricaddi al suolo male, slogandomi una caviglia.
Il rinoceronte emise un tremendo muggito e si rigirò verso di me, preparando un’altra carica.
Era la fine, non riuscivo a muovermi, intontito dalla botta.
Il rinoceronte mi guardò con i suoi profondi occhi neri e, al passo, come se fosse nei suoi amati pascoli in India, mi si avvicinò a pochi centimetri e, cominciò a parlarmi:
«Tu sei l’unico essere umano che mi ha trattato con pietà, da quando ho incontrato la vostra sciagurata specie violenta e crudele.»
Intanto la folla eccitata e impazzita più che mai, incitava il rinoceronte a caricarmi, lanciandogli addosso di tutto.
L’animale, indifferente a tutto quel bestiale furore, riprese a parlarmi:
«Amico umano, entrambi moriremo, lo sappiamo. Queste belve non ci lasceranno scampo.
Ti voglio solo dire di non aver paura.
Rudra, il dio della morte e della distruzione, stava esplorando tutti i mondi dell’Universo, per controllare che fossero solo uno sterile ammasso gelido di materia inerte, come lui preferiva.
Giunto nel sistema solare, arrivò sul pianeta Terra e si meravigliò. Grazie al Sole e all’acqua su questo mondo c’era la Vita, e Lui non sapeva che cos’era e se ne stupì.
Cambiò il suo nome in Shiva e si fermò a vivere sul Monte Kailasa, nella catena dell’Himalaya.
Credeva che la regola del Cosmo fosse solo l’assenza di vita.
Lui aveva scoperto la Presenza della Vita, il Brahman: qualcosa di nuovo e di sorprendente.
Lui adorava essere sbalordito.
Prese a danzare per la gioia e s’impegnò personalmente, con lo yoga, per proteggere la presenza di quella Vita: le piante, i sassi, gli uomini e gli animali.
Voleva vivere solo per quella meraviglia.»
«Amico rinoceronte, ascoltami…»
«Karkadann, mi chiamo Karkadann amico umano, e tu?»
«Androclo. Se le cose stanno come tu dici, perché questi uomini sono così insensati e feroci? Non dovrebbero essere guidati e illuminati da Shiva?»
«È una giusta domanda, Androclo. Vedi, sono ignoranti più che malvagi.
Non sanno che l’assenza di vita è la norma dell’universo: per questo distruggono tutto senza sapere quello che fanno.
Se sapessero com’è rara e fragile e per questo – meravigliosa! – la presenza della vita nel Cosmo, non si comporterebbero come dei pazzi ubriachi di sangue, che venerano solo la lettera e la materia .
Noi ora faremo qualcosa per loro, per aiutarli a capire.
Prenderai quel gladio caduto al cavaliere romano, m’inginocchierò e mi trafiggerai il collo.
Poi salirai sul mio corpo ed eleverai una preghiera al nostro Signore Shiva.
Vedrai, tutto andrà per il meglio.
Non essere triste per il mio sacrificio.
Vivrai per qualche giorno come eroe dell’arena e poi quando ti uccideranno, ripeterai ancora la preghiera a Shiva, e ci ritroveremo per sempre come amici eterni. Ascolta e impara a memoria:
“Bolo Bolo Sabmil Bolo Om Namah Śivaya
Om Namah Śivaya Om Namah Śivaya
Bolo Bolo Sabmil Bolo Om Namah Śivaya
Jutajata Men Ganga Dhari
Trishula Dhari Damaru Bhajaye
Dama Dama Dama Dama Damaru Bhaje
Gunja Utha Om Namah Śivaya
Om Namah shivaya
Om Namah Śivaya
Hari Om Namah Śivaya.”
(Cantiamo, cantiamo insieme “mi arrendo a Te, Śiva”
Mi arrendo a Te, Śiva, mi arrendo a Te, Śiva,
Cantiamo, cantiamo insieme “mi arrendo a Te, Śiva”
Dai cui folti capelli sgorga il fiume Gange
Cantiamo con il tamburo a Colui che regge il tridente
Cantiamo insieme al continuo suono del tamburo
La cui eco si propaga nell’universo: mi arrendo a Te, Śiva
Mi arrendo a Te, Śiva
Mi arrendo a Te, Śiva
Mi arrendo a Te, Signore)
*****
Oggi a mezzogiorno morirò, per il tripudio della folla dei romani.
Questa volta saranno venti gladiatori ad aggredirmi e non avrò scampo.
Hari Om Namah Śivaya!
Karkadann, tra poco sarò libero nei tuoi verdi pascoli, insieme con te, per sempre.
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