"L'Utopia dell'Innocenza"
Viaggi nell'Universo Moraviano
Saggio di Graziella Sodano
 

"Agli uomini, prima ancora dell'aria che respirano e del cibo che li sostenta, occorre sperare, ossia prolungare nell'avvenire le loro azioni presenti." (Da"La speranza" di A. Moravia)

Prolungare nell'avvenire le proprie azioni, dice Moravia, ossia vivere realmente, profondamente, intensamente l'esperienza totale e totalizzante dell'esistenza, "eternare" contenuti, forme, significati del proprio essere con gesti, parole, sentimenti, che siano, almeno per una volta, "autenticamente" vissuti, "agiti", penetrati in tutto il loro meraviglioso ed avvolgente mistero; in una parola: "agire", e farlo per ricostruire una unità spirituale, una dignità "etica" (e, si badi, "etica" nel più alto significato del termine) dell'uomo ricondotto alla sua vera natura, che è quella di essere un fine e non un mezzo, e, indi, strapparlo agli infiniti e falsi "sottomondi" artificiali offerti giornalmente dal sistema per illuderlo.

Nell'antichità questo altissimo compito morale era affidato al "mito", e ciò avveniva perché la vita stessa si incarnava in esso, attualizzandolo quotidianamente nella concretezza di istituzioni, costumanze, mentalità.

In sostanza, il mito, pur restando sempre una amplificazione della esistenza, costituiva la "realtà" stessa, ne era parte integrante e, di conseguenza, fungeva da linfa vitale e lievito spirituale per gli uomini.

L'immagine dell'eroe primordiale che combatteva coraggiosamente per la patria, per gli affetti, per Dio, era impressa nella mente degli antichi grazie allo obiettivo infallibile della macchina fotografica "mitologica". Tale immagine non era, però, semplice "icona" illusoria e irraggiungibile, bensì riproduzione veritiera di una realtà che anche l'uomo comune poteva raggiungere sulla terra attraverso la pratica di virtù e saggezza.

Ma attenzione! Non si vuole qui stabilire una anacronistica contrapposizione tra una lontanissima e astratta età dell'oro e l'epoca della modernità. No, in modo più assoluto! Lungi da me ogni fuorviante esaltazione mistificatrice o romantica di questo tipo!

In queste pagine si tenterà piuttosto di cogliere i significati sottintesi, taciuti, impliciti, le ragioni ultime di una realtà, parlo di quella odierna, in cui sembra ormai abbandonata ogni idealità superiore, che possa, per dirla con Moravia, restituire all'uomo "la speranza di sperare".

Ed ecco qui a soccorrerci il titolo stesso della mia tesina, che è poi una citazione ripresa dal critico Geno Pampaloni: " L'utopia della innocenza" appunto, che non è altro, per lo scrittore, se non questo" prolungare nell'avvenire le azioni presenti", il costante e inguaribile anelito alla speranza e alla libertà, il sentimento di universalità che giunge fatalmente ad identificarsi con l'utopia.

Dice ancora Moravia :"I miti antichi erano travestimenti simbolici del passato; i miti moderni sono invece spesso dei luoghi comuni che hanno però la capacità di ispirare l'azione 'oppure' come nel mio caso 'la creazione artistica'.

Moravia ,dunque, fondatore di una nuova classicità, una classicità che investa con il suo potente" fluido mitologico" la materia contingente e fallace del reale e lo trasfiguri appunto in mito, trasformandone i contenuti da luoghi comuni a emblemi e principi assoluti.

Un Moravia sicuramente "moralista" (e, si badi, per carità, non "moralistico") "estremo", come ben nota il Raimondi, sempre pronto a mostrare i denti e il pugno chiuso quando si trovi faccia a faccia con le illusioni e ipocrisie della storia.

Nell'universo moraviano sono così bandite le mezze misure in quanto" allo scrittore incombe il dovere di essere estremo ".

"Andare sino in fondo" significa per lui lottare contro la "medietà" la quale non è se non mediocrità e perciò inevitabile compromesso, transazione puramente materiale che l'artista deve combattere serratamente, se vuole riconoscersi a pieno titolo 'philosophe", ricercatore di verità assolute e indagare cosi oltre la superficie palpabile dell'esteriorità, per squarciare il "velo di Maya", la nebbia calata sulle cose onde celarne i misteri più profondi. Leggendo "L'uomo come fine", Moravia spiega inoltre come la logica sia cosa diversa dalla ragione, in quanto la prima equivale, appunto, ad indagare a "fondo" ed impegnarsi nuovamente (ecco ancora spuntare il sagace estremismo moraviano) nell'impresa di riportare l'uomo alla sua vera natura (riconoscersi in un fine e non in un mezzo),mentre la seconda tenta di distoglierlo da questo proposito e, perseguendo ostinatamente i propri scopi, lo conduce ad una azione fine a se stessa, e, conseguentemente, ad una ingiustificata ed inumana violenza.

L'azione, "depauperata" della sua energia creatrice, della sua vitalità esplosiva viene così ridotta a meschino strumento di sopraffazione, utilizzato dalle "ragion di stato" di tutti i tempi, dagli innumerevoli "furor" in doppiopetto della storia che in suo nome hanno insanguinato il mondo, e continueranno a farlo, trasformandolo in un interminabile e luttuoso campo di sterminio.

Ma torniamo al nostro. Sebbene nelle mie intenzioni non figuri affatto quella di dilungarsi in una vuota psicologia spicciola, si dovrà tuttavia ammettere che gran parte del "pessimismo" moraviano si riallacci direttamente o indirettamente all'esperienza biografica dello scrittore, che non fu certo tra le più felici: la lunga malattia in età precoce (durata nella sua fase acuta dai nove ai diciassette anni e protrattasi poi con i suoi fastidiosi postumi fino ai ventisette), la guerra, i regimi totalitari, la persecuzione fascista segnarono infatti profondamente la sua giovane vita.

Su questo cupo sfondo di solitudine e disperazione si innesta, appunto, il feroce e tagliente moralismo dissacratorio dello scrittore, la lima affilata della sua penna anticonformista e orgogliosa, abilissima nel frugare tra le pieghe della classe "dirigente" borghese, simbolo vivente della corruzione, del vizio, della angoscia umana.

Si è parlato così di una "letteratura militante", volta all'azione, ma forse è preferibile la definizione fornita da Enzo Siciliano per la quale Moravia è "uno scrittore non di imperativi allo agire quanto di rappresentazione di conflitti".

In realtà, infatti, la possibilità di azione movimento, espressione del corpo fu preclusa al giovane Alberto dal mostro divoratore della tubercolosi ossea che lo costrinse al letto per molto tempo e lo invogliò inconsciamente a scrivere quasi che la scrittura potesse fungere da surrogato di vita e azione.

L'analogia tra i meccanismi regolanti l'una (la vita) e l'altra (l'azione) sono , infatti, sostanzialmente simili ché: " un libro ha la stessa misteriosa radice della vita. . . E' al tempo stesso facilissimo e difficilissimo scrivere un bel libro: facilissimo perché se tu lo vivi veramente è inevitabile che sia bello; difficilissimo perché nella vita ci sono anche le giornate sbagliate".

Ebbene il giovane Moravia si era proprio alzato nella "giornata sbagliata", quella della malattia, quella della sofferenza fisica che si traduce inevitabilmente anche nella sofferenza morale e apatia spirituale.

Il mondo appare statico, immobile, assurdo in quanto è impensabile un rapporto vero, autentico con la vita stessa.

L'uomo cammina schiacciato dal peso di un sistema sociale che lo spersonalizza con tale violenza da fargli perdere addirittura il punto di riferimento con la realtà medesima.

Così ridotto, automa fra automi, fantasma e becchino di se stesso, l'uomo moraviano sembra incarnare perfettamente la figura contemporanea del condannato a morte, il "dead man walking", la "testa da tagliare " sull'altare sacrilego di una società folle che lo vuole cadavere prima ancora dell'esecuzione.

Del resto, tutta l'intera tematica moraviana sembra quasi ruotare più o meno implicitamente attorno all'asse del rapporto uomo-rea1e. Infatti, "l'indifferenza", la "noia", la"disperazione", descritti via via dall'autore nei romanzi, designano sempre lo stesso sentimento di abulia, "scarsità della realtà", difficoltà dell'uomo ad entrare fisicamente e spiritualmente nel mondo per lasciarvi la sua peculiare impronta.

Michele brancola nel buio tunnel dell'indifferenza e, nel cercare disperatamente una uscita, finisce invece per ammalarsi di "apatia". Il suo dramma nasce proprio dalla crudele consapevolezza di essere sempre "vissuto" anziché vivere realmente.

L'azione è solo un sogno irraggiungibile, un paradiso perduto per sempre che si incarna proprio in quel mito arcaico e genuino di un regno in cui possano ancora essere possibili sentimenti quale utopia, libertà, speranza.

E questo immaginario e tanto bramato luogo ideale, quale potrebbe essere se non, appunto, il tempio dell'innocenza, ove le pure emozioni possano ancora librarsi come albatros liberi oltre l'oceano della contingenza e mediocrità ?

11 pessimismo moraviano sembra qui quasi lasciare aperto uno spiraglio, una possibilità, per quanto remota e nascosta.

Il travaglio dell'animo di Michele è, infatti, esso stesso una fiammella flebile ma pur sempre accesa, il tenue fuoco ancor vivo della coscienza dell'uomo superiore, dell'artista che mai si sottomette interamente al meccanismo deterministico dell'esistenza.

Secondo Geno Pampaloni: "Michele è in realtà un predicatore ,un utopista dell'innocenza". E qui ritorna nuovamente l'estremismo moraviano, quel costante mettersi in gioco, quella sagace consapevolezza etica che lo porta continuamente sul ciglio di un burrone.

Moravia arriva a rischiare il tutto per tutto coinvolgendo in tale impresa il suo stesso stile che approda così ad una soluzione espressiva personalissima ed assai efficace.

Il linguaggio che egli adopera è, infatti, forgiato dalla ragione, privato di ogni vacuo sentimentalismo, chiaro, evidente, aggressivo.

Egli si serve, in realtà, degli strumenti classici: intreccio, imbroglio, colpo di scena, dialogo risolutivo (e in questo si noti come la lezione classica imparata in gioventù da Moravia mostri qui i suoi strabilianti risultati), ma tuttavia li attualizza adoperando una intelligenza artistica plastica attraverso la quale egli imprigiona i suoi personaggi nel racconto dando così vita alla crisi e al dramma.

Ancora il solito acuto Pampaloni ci mostra quanto sia eclettica ed aperta la cultura moraviana eppure "sempre perfettamente dominata" da un realismo che diventa necessità organica, modo necessario di organizzarsi di una fantasia perennemente sottostante all'imperativo morale di un potentissimo sermone".

Ma ritorniamo al problema fondante dell'intera opera moraviana: quello della ricerca di un principio assoluto di vita e azione perché: "senza la giustificazione superiore dei nostri atti... non esistiamo e non esiste la realtà".

Il protagonista degli "Indifferenti" comprende il dramma dell'uomo di non essere capace di riappropriarsi della "sincerità" che costituisce la garanzia stessa della possibilità di "essere" pienamente e profondamente. Tuttavia, malgrado la sua intuizione, non riesce a sbloccare il meccanismo avvolgente che lo opprime e, di conseguenza, non riesce neppure ad agire e' nel caso specifico del romanzo in questione, ad uccidere.

Qual è dunque il nostro principale nemico, il mostro nero nascosto e sempre in agguato per coglierci di sorpresa e rubarci l'anima, l'entità malefica contro cui l'uomo da millenni combatte in una lotta impari ? Ebbene, il vorace vampiro dei nostri pensieri e delle nostre emozioni più profonde, colui che ci "succhia "la vita fino all'ultima goccia di sangue prima ancora di farcela vivere, non è altro se non l'oscuro demone dell'alienazione, che si palesa adesso chiaramente sotto le sembianze della mistificazione, a causa della quale "l'uomo si espone costantemente al rischio di perdere sé per vivere in mondi immaginari".

Moravia diventa così straordinario interprete della frantumazione dell'uomo contemporaneo in quanto delinea con grandissima efficacia l'urgenza di uno dei problemi più scottanti posti in luce dalla letteratura del '900. Egli appunta infatti la sua analisi sulla questione della perdita dell'identità. Tutti i personaggi moraviani vivono profondamente il dramma insoluto e forse insolubile di un eterno sdoppiamento, a causa del quale essi sembrano quasi sospesi a metà fra due nature, l'una in conflitto con l'altra e mai completamente riescono a superare tale contrasto dialettico con il risultato di fallire su tutti e due i fronti e non vivere pienamente né l'una né l'altra realtà.

Tipico esempio di tale ambiguità è offerto appunto dal personaggio di Agostino, caratterizzato da quella che Edoardo Sanguineti ha definito "una condizione di sospensione infelice" che lo porta ad essere sempre in uno stato di ibridità materiale e mentale di cui è incarnazione evidente il duplice aspetto sotto cui gli si presenta la madre: "madre" e "donna" allo stesso tempo.

"Sempre ella avrebbe mescolato ai suoi gesti più femminili quelli affettuosi che per tanto tempo erano stati i soli che egli conoscesse; sempre, infine, egli non avrebbe potuto separare il suo nuovo concetto che aveva di lei dal ricordo ferito dell'antica dignità".

Il ricordo ferito dell'antica dignità; ecco ancora riaffiorare dalle pagine dello scrittore la nostalgia di un sogno mai sopito, quello di un regno dell'innocenza ove anche le persone a noi più care abbiano una loro ben definita e leggibile consistenza.

Agostino sembra inoltre proiettare il proprio sentimento di sconfitta sulla vita negli altri e in particolare trasferisce questo sentimento di amarezza e disillusione sulla madre, che costituisce il suo bene più grande.

Il ragazzino sembra provare quasi un senso di oscura colpa e si sobbarca ad un peso eccessivo per la sua precoce età in quanto inconsciamente sente di aver dissacrato, seppur involontariamente, un valore supremo e intangibile, quello incarnato appunto dal suo amore per la madre.

La perdita dell'identità nasce infatti dalla mancanza di un punto di riferimento, dall'assenza di una solida base che possa fungere all'occorrenza da appiglio, da ancora di salvezza per l'uomo, naufrago dell'esistenza e in balia del tempestoso oceano dell'alienazione.

Scrive ancora Moravia nella "Noia": "Il sentimento della noia nasce in me da quello dell'assurdità di una realtà, come ho detto, insufficiente ossia incapace di persuadermi della propria effettiva esistenza. Per esempio, può accadermi di guardare con una certa attenzione un bicchiere. Finché mi dico che questo bicchiere è un recipiente di cristallo o di metallo fabbricato per metterci un liquido e portarlo alle labbra senza che si spanda, finché cioè sono in grado di rappresentarmi con convinzione il bicchiere, mi sembrerà di avere con esso un rapporto qualsiasi, sufficiente a farmi credere alla sua esistenza e, in linea subordinata, anche alla mia. Ma fate che il bicchiere avvizzisca e perda la sua vitalità al modo che ho detto, ossia che mi si palesi come qualche cosa di estraneo ,col quale non ho alcun rapporto, cioè, in una parola, mi appaia come un oggetto assurdo, allora da questa assurdità scaturirà la noia la quale, in fin dei conti, è giunto il momento di dirlo, non è che incomunicabilità e incapacità di uscirne...".

Moravia, con la sua proverbiale plasticità linguistica mostra il dramma dell'impossibilità da parte dell'uomo di trovare una propria dimensione nello spazio e di conseguenza l'impossibilità di un rapporto con la realtà fenomenica degli oggetti.

Anche negli "Indifferenti" tale straniamento si riflette direttamente nella incapacità di Michele a dialogare realmente, a comunicare con gli altri, a cominciare dalla sorella per la quale "dovrebbe" provare un sentimento fraterno per arrivare poi alla madre per la quale "dovrebbe" provare affetto, a Lisa, la donna che "dovrebbe" amare, a Leo, l'uomo che "dovrebbe" odiare. Tutti questi "dovrebbe", tutti questi eterni condizionali, non tramutandosi mai in dichiarativo e liberatorio "deve", suonano a Michele, in realtà, come una perenne condanna all'indifferenza.

Bellissime le pagine in cui lo scrittore descrive l'angoscia del protagonista durante una passeggiata che questi compie sotto la pioggia battente, simbolo stesso della tenebrosa oscurità e della tristezza lacerante del suo animo : "I Marciapiedi erano affollati, la strada rigurgitava di veicoli, era il momento del massimo traffico; senza ombrello sotto la pioggia, Michele camminava con lentezza come se fosse una giornata di sole' guardando oziosamente le vetrine dei negozi' le donne, le réclames luminose sospese nell'oscurità; ma per quanti sforzi facesse non gli riusciva di interessarsi a questo vecchio spettacolo della strada; l'angoscia che l'aveva invaso senza ragione, mentre se ne andava attraverso i saloni vuoti dell'albergo, non lo lasciava; la propria immagine' quel che veramente era e non poteva dimenticare di essere' lo perseguitava; ecco' gli pareva di vedersi: solo , miserabile, indifferente". Ed ancora più avanti, dopo aver visto per un attimo in una automobile una donna supplicare il suo uomo di abbracciarla, Michele continua con lo stesso tono sconsolato: "Gli restò da questa visione una tristezza nervosa e intollerabile; egli non conosceva quell' uomo e quella donna, doveva essere gente di tutt' altro ambiente che il suo, forse stranieri; eppure gli pareva che quella scena gli fosse uscita dall'animo e fosse una delle sue ansiose immaginazioni incorporata e offerta ai suoi occhi da qualche superiore volontà; quello era il suo mondo dove si soffriva sinceramente, e si abbracciava delle spalle senza pietà, e si supplicava in vano, non questo limbo pieno di fracassi assurdi, di sentimenti falsi, nel quale, figure storte e senza verità, si agitavano sua madre, Lisa, Carla, Leo, tutta la sua gente; egli avrebbe potuto odiar veramente quell'uomo' veramente amare quella donna; ma lo sapeva' era inutile sperare, quella terra promessa gli era proibita, né l'avrebbe mai raggiunta."

E di nuovo nella Noia: "... Questa noia, a sua volta, non mi farebbe soffrire tanto se non sapessi che, pur non avendo rapporti con il bicchiere, potrei forse averne, cioè che il bicchiere esiste in qualche paradiso sconosciuto nel quale gli oggetti non cessano un solo istante di essere oggetti. Dunque la noia, oltre alla incapacità di uscire da me stesso, è la consapevolezza teorica che potrei forse uscirne, grazie a non so quale miracolo". E qui il pessimismo moraviano tocca il suo culmine evidenziando palesemente la distanza infinita e quasi insormontabile ha i desideri umani e la possibilità di poterli concretizzare autenticamente. Torna a questo punto immediatamente in mente la lezione "schopenaueriana" di un uomo perennemente insoddisfatto e sempre alla ricerca di qualcosa che non possiede; infatti volere significa desiderare e desiderare implica essere sempre in attesa di un "appagamento" a cui fatalmente non si giungerà mai : "Ogni volere scaturisce da un bisogno, ossia da mancanza, ossia da sofferenza. A questa dà fine l'appagamento; tuttavia per un desiderio che venga appagato, ne rimangono almeno dieci insoddisfatti; inoltre la brama dura a lungo' le esigenze vanno all'infinito; l'appagamento è breve e misurato con mano avara...Nessun oggetto del volere, una volta conseguito, può dare appagamento durevole...bensì rassomiglia soltanto all'elemosina' la quale gettata al mendico prolunga oggi la sua vita per continuare domani il suo tormento".

Moravia addita in sostanza apertamente l'esistenza di una antinomia tra adesione ad una realtà alienata e il perseguimento di sogni irrealizzabili che si traduce nella scelta disperata tra un vano ribellismo e una passiva accettazione.

L'uomo dunque è destinato a soffrire in eterno proprio perché la libertà di essere se stesso "fino in fondo" gli è continuamente preclusa da un fato oscuro e maligno che lo immobilizza in una staticità assoluta. i protagonisti moraviani sembrano guardare se stessi sempre dall'esterno con lo sguardo di spettatori di una platea, inerti, immobili , incapaci di entrare nel palcoscenico dell'esistenza per diventare realmente "attori" della propria vita piuttosto che rimanere in eterno "pirandellianamente" sempre nel ruolo ambiguo di "personaggi in cerca di autore", senza tramutarsi mai in uomini veramente tali.

Nella confusione totale in cui è costretto a vivere l'uomo moderno, smanioso di inseguire una qualsiasi certezza, che sia pur liberatoria, si lascia sedurre appunto dai falsi infiniti "artificiali" creati dalla società lusinghe ingannatrici di un sistema che in realtà intende solamente soggiogarlo. Moravia rivela uria straordinaria acutezza psicologica nello additare all'uomo i pericoli sempre incombenti derivanti dalla incauta e dogmatica fiducia in una astratta e anacronistica giustizia e probità universale dello Stato.

La profondità del pensiero dello scrittore offre ,dunque, una perspicace e perforante "demistificazione" degli illusori "teoremi" inventati per abbindolarci dall'organismo sociale, la cui intrinseca struttura portante mostra di reggersi proprio sulla infantile ed credulona ingenuità popolare. Nelle pagine del saggio "L'uomo come fine " Moravia sembra quasi voler dare una fortissima scrollata ai "cittadini" ciechi e inerti di un mondo, nel quale essi vengono usati continuamente come inconsapevoli robot inanimati, al servizio delle fredde mire calcolatrici dello Stato, per poi essere successivamente bruciati da quest'ultimo come le inutili marionette del teatrino di Mangiafuoco dopo il lucroso spettacolo della loro passività e disperazione: "...I1 mondo moderno cerca di convincere l'uomo che esso stesso è sempre il fine supremo e che non viene adoperato affatto come mezzo. Ossia secondo le parole stesse dei governanti, nulla è tralasciato nel mondo moderno per proteggere e rafforzare la dignità umana ed elevare l'uomo. Leggi innumerevoli nelle maniere più diverse proteggono la proprietà, la vita, i diritti dell'uomo; mentre lavora gli viene continuamente assicurato che lavora per il benessere, la libertà e la felicità di tutti e, dunque, di se stesso; onori, compensi e incoraggiamenti in forma di galloni, di medaglie, di aumenti di paghe, di elevazioni di gradi, di lodi pubbliche e di pubblicità di ogni genere gli confermano continuamente l'utilità e dignità del suo lavoro e l'importanza sociale della sua persona. Quindi, come lascia il lavoro, la cultura gli viene incontro coi libri, col cinema, col teatro, con la radio, coi giornali e già occupa le ore di riposo e gli dà il senso di essere qualcosa di più, molto di più che una semplice parte di un meccanismo anonimo. Infine la religione gli spalanca le porte dei suoi templi e gli assicura che non soltanto egli è un lavoratore e una mente ma anche 1m' anima".

Moravia, dunque, indirizza una ferocissima invettiva alla società moderna allo scopo di far crollare l'intero edificio di "menzogne" innalzato da questa; la penna dell'artista si trasforma così in una potentissima arma letale, una bomba a orologeria innescata allo scopo di far esplodere tutta quanta la subdola costruzione di ''illusori paradisi terrestri",dietro ai quali si cela, invece, il solito astutissimo demone di un sistema che conserva, sotto le false spoglie di premuroso angelo custode, il suo irridente ghigno beffardo.

Lo scrittore coinvolge nella sua aspra critica al mondo moderno anche la stessa religione, che, con la creazione di falsi idoli e oggetti di culto venerati scelleratamente dall'uomo e istituendosi essa stessa come tramite tra questo e Dio, ottiene un completo controllo sulle nostre fragili menti, che vengono in tal modo assoggettate ad una vera e propria ossessionante pratica ipnotica. Siamo qui ad un passo dal catastrofico annuncio, lanciato non molti anni addietro dal "profetico" autore del "Mondo nuovo", il grande Aldous Huxley, di un universo interamente dominato dalla tecnologia, in cui non esiste alcun posto per le esigenze dell'individuo, al quale non rimane pertanto altra scelta che quella di sottomettersi ai perentori ordini e agli inevitabili condizionamenti del sistema. L'uomo non rappresenta più quella eccelsa volontà creatrice che costituiva la garanzia stessa per attingere ad una inesauribile di gamma di risorse e possibilità, e, di conseguenza, avendo perso il magico scettro del libero arbitrio, nel quale tanta fiducia era stata riposta dai teorici rinascimentali, questi è irrimediabilmente tramutato in una minuscola e invisibile particella infinitesimale, microbo "digitalizzato" all'interno della memoria di un sofisticatissimo quanto gelido apparato tecnologico. E, poiché l'anima è stata soppiantata dalla logica brutale di innumerevoli formule algebriche che paiono ora affiorare con maggior vigore rispetto a prima, sempre più rigogliose e fertili dalla superficie arata di questo nostro degenerato e perverso pianeta, la Terra, l'uomo è dunque ridotto a pura ed esteriore entità numerica, spogliato della sua stessa individualità, inconsapevole pedina manovrata dalla machiavellica mente del demone sociale. Moravia in persona ha elencato, del resto, i pericoli devastanti legati alla sempre incombente minaccia di una scienza che diventa ogni giorno più autoritaria ed esigente e che sembra aver fatto" uno strano e diabolico voltafaccia: dopo essere stata per secoli creatrice d'immensi progressi, con la bomba atomica ha mostrato ad un tratto un volto totalmente negativo e mortuario',

In un breve ma intenso racconto intitolato "C'è una bomba N anche per le formiche" lo scrittore, infatti, mostra chiaramente come sia possibile parlare di tale potentissimo ordigno solo a patto di ammettere un intrinseco legame tra questo e la inconscia volontà di morte che è insita nello stesso animo umano. Cos' alla domanda della moglie che, atterrita dal pericolo di una prematura estinzione della specie, si interroga su come poter frenare lo spaventoso ricorso alla violenza distruttiva della bomba nucleare, il protagonista risponde spontaneo ed essenziale: "Noi non adoperiamo il nostro pensiero perché, in fondo, vogliamo morire". Qui Moravia va addirittura oltre e, stabilendo un sottile confronto fra il destino della formica e quello dell'uomo, ambedue deputati fatalmente alla fine e all'annientamento, l'una uccisa dal gas velenoso dello spray insetticida, l'altro dall'impeto sterminatore del flagello tecnologico, giunge perfino ad affermare una realtà paradossale che sconfina nell'assurdo di un mondo in cui gli uomini sembrano essere senz'altro al di sotto degli stessi insetti in quanto, se "le formiche, in realtà, vogliono il miele, ossia vogliono vivere", altresì, invece, essi hanno altro desiderio quello di morire. Lo squallore derivante dalla terrificante rivelazione di una esistenza votata fin dalla nascita alla distruzione, spinge lo scrittore ad utilizzare il suo solito realismo feroce e dissacratorio attraverso il quale egli" confessa il bisogno di dire la verità e forse ancor più che dire la verità, di darne lo strazio, la palpitante impressione, il senso vergine, acre e violento" e, offrendo la lucida e spietata rappresentazione di un mondo meccanico e conformista, lo induce a mostrare la totale falsità di un'armonia spontanea e "naturale" tra l'uomo e la società.

Salvatore Battaglia, analizzando appunto la matrice del crudo realismo de "Gli indifferenti" nel saggio "La narrativa di Moravia" individua come caratteristica distintiva della scrittura moraviana una "frigida impassibilità stilistica" capace di imprimere ai personaggi il timbro di una "livida sfrontatezza". I1 Battaglia evidenzia come negli " Indifferenti" coesistano, quasi a completarsi vicendevolmente l'un l'altra, un contenuto immorale ed una straordinaria disinvoltura tecnica che si esprime in un linguaggio secco, sbrigativo e disadorno. La matrice realistica si insinua perciò contemporaneamente sia nella sostanza che nella forma e, investendo del proprio forte significato l'intero codice narrativo, dà vita a quella particolare organizzazione degli elementi struttura`' che Francesco Flora ha definito "una architettura tutta funzionale". Dogmatica ed imperiosa si impone la scrittura trasformandosi in emblema di ribellione, protesta, "sferza vibrata sulle spalle del conformismo". Battaglia la ha definita "letteratura di agitazione' polemica, conflitto" e si è altresì sforzato di spiegare come essa aspetti sempre e comunque la convalida dell'arte. II realismo moraviano nasce infatti appunto come "ipotesi" scientifica, congettura iniziale che dovrà poi in un secondo momento essere confermata o smentita dalla realizzazione concreta delle sue forme artistiche. Il Battaglia dice pertanto di sì alla possibilità di utilizzare il realismo come "strumento di lavoro", a patto però che tale ipotesi non rimanga allo stato approssimativo di pretesto o semplice trovata " ad effetto", sterile virtuosismo accademico e pedante, oggigiorno anche anacronistico, e si tramuti invece in effettiva oggettività, dato da confermare autenticamente tramite la "praxis" artistica. Del resto soltanto a partire da questa premessa il realismo potrà dunque presentarsi come mediatore tra il mondo e l'immaginazione del Genio, creando un legame indissolubile tra natura spirituale ed estensione materiale, la cui dialettica oppositiva possa ricomporsi appunto nell'espressione e tradursi nella perfezione dell'opera di talento.

C'è da dire su questo punto che Moravia ha più volte dichiarato la propria mancanza di fiducia una sorta di inconscia diffidenza verso il realismo stesso, la quale è da attribuirsi quasi sicuramente alla consapevolezza da parte dello artista della "ineffabilità" della realtà medesima, che si rivela straordinariamente "sfuggente" e inafferrabile proprio in virtù della sua congenita ed innata ambiguità.

Nonostante tuttavia tale convinzione, lo scrittore non rinuncia affatto al suo "empirismo" narrativo e porta a termine, malgrado gli inevitabili scontri con l'assurdità e la 'pazzia" intrinseca alla stessa esistenza, quell'oneroso e impegnativo compito assegnatogli dalla arte in persona, che si traduce nella capacità di provocare continuamente la reazione del lettore, nel mettergli la pulce nell'orecchio, sfiorandolo con la bacchetta magica di un attento e sapiente Merlino, che possa risvegliarlo dal torpore a dalla apatia in cui è sprofondato a causa dell'incantesimo operato dalla società.

Pertanto in Moravia la parola stessa acquista una metaforica dilatazione sinonimica attraverso la quale lo scrittore sembra penetrare oltre il finto schermo innalzato da un sistema fariseo ed impostore allo scopo di nascondere i propri loschi ed ostili propositi; il linguaggio si tramuta cos' in espressione, figura retorica, traslazione allegorica, atta ad estrinsecare un sentimento di asprezza e disgusto dell'autore, la cui arte discende direttamente dal desiderio di svelare l'eterna ipocrisia del mondo e gli infernali marchingegni e menzogne di cui si serve quotidianamente il vivere.

Per raggiungere tale obiettivo, Moravia utilizza paradossalmente una tecnica che s' potrebbe definire "antilirica" per eccellenza in quanto egli adopera appunto un linguaggio almeno alla apparenza freddo e gelidamente obbiettivo, attraverso il quale riesce ad ottenere l'effetto di un certo qual distacco intellettuale che gli permetta di stabilire una distanza dai propri personaggi, necessaria alla edificazione di un suo peculiare punto di vista spassionato e neutrale. Del resto ciò dimostra ancora una volta l'atteggiamento volutamente "non-allineato" dello scrittore che ingaggia una vera e propria guerra contro gli indiscutibili "dogmi" di una cultura ufficiale ormai vecchia, che sembra sostituire alla effettività e alla urgenza emozionale di una natura genuina e spontanea, le artificiali sovrastrutture dei propri ottusi ed ostinati assiomi, che essa si accanisce anacronisticamente a propagandare in eterno in una folle e egocentrica ebbrezza e in un megalomane "delirio di onnipotenza".

Ne consegue una trasvalutazione di tutti i valori correntemente ammessi e una ferma volontà da parte dello scrittore di capovolgere gli assi cartesiani costituenti un sistema di stima intellettuale e materiale che si dimostra ,allo stato odierno, inadeguato, apertamente obsoleto e superato, incapace ,fin dal suo stesso impianto scheletrico, di incarnare la "attualità" sempre più drammatica ed affannosa dell'esistenza.

Geno Pampaloni ha parlato a questo proposito di "precocità" moraviana volendo significare che lo scrittore in questione, avendo elaborato il suo primo romanzo alla giovanissima età di appena 17 anni, è inevitabilmente "condannato" a cogliere in perpetuo la" flagranza" di una realtà che appare intrinsecamente segnata dalla "anticipazione", dalla tendenza al "vaticinio", alla "profezia" e quindi questi è essenzialmente legato ad un inconscio rinnovamento degli stessi contenuti e forme letterarie. Moravia, continua il Pampaloni , deve infatti, "andare avanti con due vite parallele, quella vissuta e quella espressiva, ambedue legate all'attualità". Egli non è perciò uno "scrittore senza storia ", come sostiene il Russo, ma bensì l'interprete di una "storia a blocchi"'3 che si organizza più per frammenti che non attraverso una struttura verticale e consecutiva. Lo "sperimentalismo "moraviano, nasce così, oltre che dall'impulso irrefrenabili dello autore a ricercare nuove e più fresche formule espressive, anche e soprattutto dal desiderio di tradurre in atto la cogente inderogabilità di uria sempre impaziente ed irrequieta "attualità".

Ma torniamo al tema degli "Indifferenti" e della "Noia", a quella "defezione della realtà"'4,che impedisce all'uomo di "impossessarsi" della propria vita attraverso l'effettività dell'azione. In tutti gli ambiti dell'esistenza si insinua la stessa alienazione a causa della quale gli oggetti acquistano una loro autonomia e, in virtù di questa nuova indipendenza, diventano essi stessi possenti soggettività in grado di dominare il proprio creatore (l'uomo, ridotto appunto a strumento),anziché essere da lui dominati.

Nucleo tematico della "Noia "è appunto l'alienazione del pittore Dino, il quale attribuisce il fatto di non riuscire più a dipingere, ossia la perdita della ispirazione artistica, alla sua natura di benestante e perciò direttamente a quella ricchezza materiale che, per converso, impoverisce la sua "fertilità intellettuale".

I1 protagonista cerca quindi scampo nell'amore che è incarnato dalla relazione sentimentale che lo lega a Cecilia, la quale rappresenta per lui la possibilità stessa di un rapporto con la realtà autentica.

Egli incarna così la figura del borghese alienato dal denaro che inconsciamente tende a concepire qualsiasi rapporto come possesso e, nel momento in cui compie questa operazione, è fatalmente destinato a fallire miseramente su tutti i fronti.

Possedere la realtà significa infatti spogliarla della propria autenticità, distruggerla, inevitabilmente falsifícarla. All'uomo non rimane perciò altra possibilità se non quella di accettare la realtà cosi com'è.

Ma a questo punto è doveroso richiamare alla mente la dottrina filosofica che potrà qui essere utile per fornirci un ulteriore chiarimento del termine "alienazione". Tale coniazione terminologica risale infatti direttamente alla speculazione filosofica posteriore dell'Ottocento. In particolare per Hegel l'alienazione si configura nella estraniazione stessa dello Spirito, che" si fa altro da sé " oggettivandosi per poi successivamente riappropriarsi della sua intrinseca esistenza, con un arricchimento della propria soggettività. Il filosofo, in sostanza attribuisce all'alienazione un duplice aspetto e, conseguentemente, ne indica una doppia natura: l'una negativa (il farsi altro da sé), l'altra positiva (il guadagno, l'utile profitto che si associa inscindibilmente a questa). Per Feuerbach, al contrario, essa costituisce esclusivamente un fattore negativo in quanto attraverso l'alienazione l'uomo religioso si "scinde", sottomettendosi alla potenza estranea di Dio e quindi in ultima analisi si allontana dalla propria realtà. Il terzo teorico che voglio a questo punto introdurre è Marx, il quale accetta sì la posizione di Fenerbach per la quale l'alienazione risulta produttrice di un estraniamento e, indi, di una dipendenza, tuttavia se ne distacca poi quando afferma che essa non è originata da una errata interpretazione di sé, il ché implicherebbe una sua esistenza nell'ambito della sfera coscienziale, quanto piuttosto essa si incarna invece nel fatto reale, in una natura socio-economica storicamente determinata.

Per Marx in sintesi è il capitalismo ad aver provocato l'estraniazione del lavoratore, il quale è dunque alienato sia rispetto al suo stesso prodotto, sia rispetto alla sua stessa attività lavorativa, sia nei confronti del suo "genere", in quanto è costretto ad un lavoro ripetitivo e privo di creatività, sia infine rispetto agli altri uomini che egli vede come capitalisti che lo usano come strumento, oggetto impersonale in mano ad un abile e subdolo burattinaio. A Feuerbach quindi si dovrà riconoscere il merito di aver permesso la ''demistificazione'' della dialettica hegeliana e aver posto l'accento sull'importanza della "naturalità" umana, tuttavia egli ha poi dimenticato di inserire gli uomini nella dimensione storica commettendo così lo stesso errore in cui era incorsa tutta la tradizione dell'antropologia filosofica tradizionale, che considerava l'uomo come un'entità immutabile e atemporale. Marx quindi supera l'aporia del suo predecessore inserendo l'uomo nella storia e affermando con convinzione che: "L'essere umano non è un'astrazione immanente all'individuo singolo, quanto piuttosto l'insieme dei rapporti sociali".

Tornando al nostro scrittore, è chiaro ora che questi si sia ricollegato indirettamente nella sua intera opera sia a Feuerbach che allo stesso Marx accogliendo e fondendo entrambe le due posizioni filosofiche nell'unità della scrittura e perciò trasponendole dal piano della speculazione dottrinaria e teorica a quello della espressione artistica, che, come abbiamo detto in precedenza, costituisce per Moravia quasi il collante tra la congettura ipotizzata in prima istanza e la successiva traduzione dell'ipotesi iniziale in effettiva concretizzazione dei risultati. Egli, infatti, sembra accordarsi alla concezione feuerbachiana dell'estraniamento dello Spirito da se stesso, quando afferma la labile e sfuggente evanescenza di una esistenza che pare sgretolarsi attimo dopo attimo sotto lo sguardo inerte e immobile dei suoi stessi personaggi.

A1 contempo egli si riallaccia anche all'assunto marxista secondo il quale: "il potere politico è il potere di una classe organizzata per opprimere l'altra", nel momento in cui accusa la stessa borghesia di provocare una insanabile frattura fra gli uomini che

vengono così divisi in due classi antagoniste in conflitto tra loro: la classe dei ricchi (incarnati dalla borghesia stessa) e quella dei poveri, diseredati e schiacciati dalla prepotenza e avidità del ceto dominante. L'alienazione si configura cosi in Moravia come lo smarrimento delle creature in un universo anonimo ed impersonale, in cui gli uomini sembrano patire la stessa pesantissima sofferenza dell'operaio rinchiuso tutto il giorno nelle grigie fabbriche capitalistiche o quella ancor più lacerante del carcerato imprigionato nel braccio della morte di una eterna "Alcatraz " esistenziale, dal quale non gli è alcun modo consentito evadere.

Stante dunque l'impossibilità per l'uomo di impossessarsi della realtà in modo assoluto e definitivo, al protagonista della "Noia" non rimane altra scelta se non quella di rinunciare al sogno utopistico di imprimere un suo marchio distintivo alla inafferrabile realtà fenomenica che gli si offre.

Bellissime sono le ultime pagine del romanzo in cui Dino, uscito miracolosamente illeso da in tentativo di suicidio' approda alla guarigione fisica e soprattutto spirituale. Egli infatti comprende finalmente che il vero amore consiste nell'accettare Cecilia per sé stessa. Tale superiore rivelazione lo porta inevitabilmente a liberare anche il proprio animo dall'egoismo e a trasfigurare il suo sentimento in contemplazione disinteressata. La rinnovata e purificante visione dell'amore investe così del suo benefico spirito catartico l'intera realtà del protagonista la quale appare finalmente rischiarata dalla dolce e aerea luminosità della speranza, che traluce adesso nel tono stesso della narrazione, trasformato come per magia in calma pace e delicata trasparenza. Dino sembra infatti aver una volta per tutte gettato via le proprie ossessioni e aver ottenuto in cambio il premio della serenità spirituale. Alla liberazione dell'animo corrisponde pertanto anche un capovolgimento a suo vantaggio del rapporto con l'esterno, che , se prima gli veniva continuamente negato, ora invece gli si offre liberamente senza costrizione alcuna quasi come quando venga ristabilita una linea ferroviaria di comunicazione che fosse stata precedentemente interrotta da un guasto sul binario principale. 11 protagonista sembra uscire dal "black-out" della sua anima, squarciare tutto ad un tratto le tenebre della disperazione e riacquistare così la vista, la quale gli offre ora immagini nitide non più di pura immaginazione, bensì di effettiva concretezza: "Immaginare è dir poco, la vedevo. Come in fondo ad un cannocchiale rovesciato, io vedevo le figure piccole e remote, ma nitide di Cecilia e dell'attore muoversi, correre, abbracciarsi, camminare, giacere insieme, scomparire e riapparire in cento atteggiamenti sullo sfondo del mare azzurro e del cielo sereno e luminoso. Sapevo per esperienza che felicità sia trovarsi con la persona che si ama, in un luogo bello e calmo, ero sicuro che Cecilia, pur nella sua maniera economica ed inespressiva ,era felice, e mi stupivo di accorgermi che ne ero contento. Sì, ero contento che fosse felice, ma soprattutto ero contento che lei esistesse, laggiù ne0'isola di Ponza, in una maniera che era la sua e che era diversa dalla mia e in contrasto con la mia, con un uomo che non ero io, lontana da me....E, insomma, io non volevo più possederla bensi guardarla vivere, così com'era, cioè contemplarla, allo stesso modo che contemplavo l'albero attraverso i vetri della finestra . Questa contemplazione non avrebbe mai avuto fine appunto perché io non desideravo che finisse, cioè non desideravo che l'albero, o Cecilia, o qualsiasi altro oggetto al di fuori di me, mi annoiasse e di conseguenza cessasse per me di esistere. In realtà, come mi accorsi improvvisamente, con un senso quasi di meraviglia, io avevo definitivamente rinunciato a Cecilia; e, strano a dirsi, proprio a partire da questa rinunzia, Cecilia aveva cominciato ad esistere per me. . . Così, alla fine, il solo risultato veramente sicuro era che avevo imparato ad amare Cecilia, o meglio, ad amare senza più...".La lezione morale qui è chiarissima: l'amore non può e non deve essere proiezione nell'altro di noi stessi ma genèrosità verso gli altri e indi purificazione dell'anima dagli egoismi individualistici.

I1 tema della superiorità dello atteggiamento contemplativo e speculativo sull'azione è ripreso chiaramente nel saggio "L'uomo come fine", in cui Moravia afferma che è preferibile ritirarsi alla vita mistica, metafora di una scelta estrema ed anticonformista di vita, derivante da una coraggiosa presa di posizione nonché da un evidente atto di ribellione nei confronti di un sistema mortificante, piuttosto che asservirsi per sempre a questo in una ripetitiva e noiosa finzione, arpia malefica e maliarda adescatrice della libertà individuale.

In sostanza lo scrittore oppone un rifiuto diretto, orgoglioso, fiero, ad una realtà che quotidianamente tende a falsificare con il suo violentissimo cinismo l'esistenza, e di conseguenza, l'uomo stesso , spogliandolo delle sue emozioni, della capacità intellettiva, in ultima analisi privandolo di quella spiritualità che costituisce la base stessa della sua natura più profonda. L'amore, dunque, rappresenta un mirabile "sentire", romanticamente inteso come sublime facoltà attraverso la quale l'uomo è spinto alla riflessione, alla ricerca costante di un proprio infinito, l'assoluto che egli potrà ritrovare solo là ove ancora alberga l'energia vitale della forza interiore, ossia nell'antro magico e fatato della propria coscienza. Moravia altresì mostra come tale esplorazione all'interno delle viscere dell'anima sia frutto di un costante impegno e di una incommensurabile sofferenza ed è soltanto dopo aver percorso gli innumerevoli e oscuri incunaboli della tribolazione e del tormento, che l'uomo può approdare ad una piena e appagante libertà, cioè a ritrovare la strada maestra della verità. Lo scrittore rivela dunque l'esistenza di una dimensione superiore che si situa al di là della meschina e riduttiva realtà fenomenica offerta dal sistema convenzionale quotidiano, un universo autenticamente profondo nel quale il dolore sembra riacquistare improvvisamente la sua impetuosa energia creatrice e tramutarsi così in divina e trascendente manna per lo spirito nonché benefica catarsi dell'anima. Nell'uomo infatti, spiega Moravia, persiste eternamente, al di sotto della vuota esteriorità e della superficiale apparenza delle cose, un metafisico "surplus" di sensibilità ,un inalterabile "residuo" di sofferenza che "impedisce e impedirà il trionfo dell'automatismo" perché è proprio in tale residuo che "consiste il carattere sacro dell'uomo". Lo scrittore cita appunto Pascal per il quale l'uomo è un "roseau pensant" ossia un "arbusto pensante"; è dunque il pensiero a costituire quel mirabile dono mistico grazie al quale gli uomini si distinguono e si elevano su tutti gli altri esseri viventi, la sublime facoltà percettiva intesa anzitutto come delicata sensibilità che induce il Genio, questo straordinario "esploratore dell'invisibile", ad oltrepassare le "colonne d'Ercole" della impersonale limitazione impostagli dalla vuota convenzionalità del sistema: "...Il residuo lasciato dall'uomo, quando viene impiegato come mezzo, è appunto la sua sempre esistente capacità di essere un fine e non un mezzo". In sostanza lo scrittore ci invita a "riappropriarci del nostro dolore", a convivere con la sofferenza, a lasciare aperte le nostre ferite, esibendole come medaglie al valore piuttosto che considerarle assurdamente come qualcosa di cui a vergognarci ; e questo perché il loro sangue è limpido e fluisce libero a ricordarci, attimo dopo attimo, che la nostra natura più profonda coincide col sentimento , con quella sacra vitalità emozionale grazie alla quale ci dimostriamo ancora di capaci di opposizione nei confronti della gelida ragione calcolatrice, il cui unico obiettivo è quello di asservire gli uomini ai suoi folli voleri, costruendo sulle nostre laceranti ferite le sue false cicatrici di plastica e chiudendoci così una volta per tutte nel suo macabro labirinto di indifferenza. Moravia afferma dunque che il sentimento coincide con l'infinito stesso perché sembra addirittura precedere il discorso logico e al contempo completarlo giungendo là dove questo non può arrivare.
Torna alla mente cos' l'atmosfera romantica del "Faust" di Goethe:

"Quando in cotesto sentire ti senti veramente felice,
chiamalo allora pure come vuoi:
chiamalo felicità, cuore,amore, Dio:
Per questo io non ho nome alcuno.
Sentimento è tutto!''

E del resto Moravia pone alla radice dell'esistenza umana proprio l'assunto schopenaueriano che recita: "Chiunque noi siamo, e qualunque cosa possediamo; il dolore ch'è essenza della vita non si lascia rimuovere" nel momento stesso in cui afferma che la sofferenza è il principale combustibile per la vita umana, lo strumento di rigenerazione spirituale attraverso cui l'anima compie l'esperienza trascendentale della conoscenza e assurge così all'illustre e magnifico tempio della conoscenza.

Moravia ritiene altresì necessario che, per superare il gradino della mediocrità e indi varcare la soglia dell'infinito, l'uomo debba riscoprire il valore intimo del dolore, disvelarne il suo più profondo ed ineffabile mistero, riportando alla luce l'autenticità di quello straordinario potere purificatore grazie al quale "il Cristo accettando di espiare sulla croce i peccati degli uomini per tutti gli uomini, accettando cioè di soffrire per l'umanità intera, purificò, scaricò, liberò gli uomini dal peccato".

In ultima analisi, lo scrittore predica un ritorno a quell'universo di purezza e innocenza di cui abbiamo accennato a più riprese in queste pagine, a quell'altissimo pianeta in cui sia finalmente ristabilito un'universale ordine divino che possa restituire all'uomo la sua eccelsa capacità di amare grazie alla quale egli non si sente più macchina impersonale di un sistema situato al di fuori della propria interiorità e diventa autentico padrone della sua stessa vita. ;

Tuttavia Moravia considera tale sogno ancora molto lontano perché l'uomo sembra aver smarrito da millenni il sentiero della conoscenza; infatti, egli vaga come se fosse privo di una meta specifica, errando sulla superficie di questo mondo, sperduto, solo, spaventato dai fantasmi di una terra che non sente più sua, in quando sembra aver dimenticato quella che costituisce la sua vera natura, cioè di essere un fine e non un mezzo. Ne consegue logicamente una operazione inconscia che egli in persona compie sullo stesso dolore, sottoponendolo ad un processo di "banalizzazione" che lo priva della sua straordinaria funzione catartica e liberatrice: ". . . Di questo dolore è, per così dire, materiato tutto il mondo moderno...Esso è manifestato in tutte le attività umane, è insomma l'ordito suI quale è intessuta tutta la trama della civiltà moderna...Il mondo moderno è un mondo profanato e profanatorio...Il mondo moderno somiglia a quegli alberi che i giapponesi chiudono in scatole per farli restare nani e contraffatti. Nelle contorsioni dei rami che non poterono crescere liberamente si legge un dolore muto ed eloquente. Il mondo moderno è come quegli alberi: tutti i rami delle sue attività sono storti ed evocano uri senso di dolore".

L'uomo deve dunque riconquistare una oggettività qualificante che è stata travolta, schiacciata, sommersa dal "pelagus" della sterile "quantificazione", della riduzione della persona a numero e riportare così alla luce il tesoro nascosto della sua vera e trasparente vitalità interiore.

Moravia dunque profeta di un nuovo Rinascimento dell'uomo attraverso il quale quest'ultimo possa riscoprire un valore più alto e significativo dell'esistenza, immergersi in un universo più vasto e articolato, in cui si mostri vero arbitro di se stesso, e si trasformi in un abilissimo "pittore", artefice di una primavera fiorita di rose bellissime e profumate: le rose gentili della speranza.

 

La vita interiore


"Il ricorso alla sola ragione, l'adottare un fine materiale, limitato e disumano, il voler raggiungere questo fine con tutti i mezzi ossia con il mezzo dell'uomo è ,indizio, in ogni civiltà di disperazione. .".

Nel saggio "L'uomo come fine" Moravia critica la ragione concepita assolutisticamente, intesa cioè come violenza rivolta al suo esclusivo calcolo subdolo e riassunta adeguatamente nel machiavellico e luttuoso motto:

"il fine giustifica i mezzi".

La ragione così concepita agisce solamente in funzione di se stessa e della propria egoistica ambizione, non contemplando assolutamente in alcuna maniera le pur attive e palpitanti esigenze del cuore e del sentimento, che sono pertanto travolte dal vortice del suo impeto distruttivo.

Moravia sembra quindi tratteggiare con straordinaria incisività lo stato attuale delle cose, disegnando l'immagine di una società in cui l'uomo è totalmente soggiogato dagli imperativi "immorali" di una ideologia che pretende di incastrarlo nei propri ingranaggi e, all'occorrenza, di servirsene per i suoi loschi ed interessati scopi.

Lo scrittore utilizza un azzeccatissimo paragone ha il mondo moderno e una enorme scatola cinese "dentro la quale si trova una scatola più piccola e così via..". La società di oggi incarna dunque le orribili fattezze di un immane incubo che "ne contiene altri minori" in un una infinita catena di supplizi gli uni legati agli altri dal filo di acciaio del sistema

Caratteristica specifica dell'uomo non è più dunque la libertà individuale, quella straordinaria energia distintiva che fa di ogni creatura un essere unico ed inimitabile, quanto piuttosto la monotona ripetitività, quella oscura produttrice di robot impersonali fabbricati in serie, quel demoniaco artefice di manichi pubblicitari senz'anima, esposti nelle vetrine degli sgargianti negozi alla moda di una grande metropoli dei nostri giorni.

L'uomo, detronizzato e spogliato della sua magnifica corona regale, viene dunque gettato tra i rifiuti da una società che prima si serve di lui degradandolo a semplice mezzo da utilizzare secondo le proprie mire utilitaristiche e successivamente se ne disfa abbandonandolo alla sua incommensurabile a straziante disperazione.

Alla radice di tutto questo sta appunto un eterno dolore e una profonda angoscia che si traducono irrimediabilmente in una terribile confusione , la quale discende direttamente dalla impossibilità di appagare quel supremo desiderio insito nell'animo umano: impossessarsi della autenticità dell'esistenza.

Nel continuo ed incessante logorio dello spirito per ricercare uria propria identità, l'uomo è costretto a vagare nel deserto del dolore e della solitudine e spesso è spinto a cedere alle innumerevoli lusinghe ingannatrici della diabolica ed infernale Ragione, trasformata ormai in "oppio dei popoli", potente allucinogeno della mente, in grado di offrire i suoi allettanti frutti proibiti a chiunque.

Moravia tenta di svelare tale meccanismo insidioso e facendolo, come ben diceva il critico Giovanni Raboni, `'non si limita ad aspettare al varco le immagini della confusione; va egli stesso a stanarle,- a farle alzare in volo, con la pazienza e la passione instancabili del cacciatore."

Egli in sostanza utilizza il realismo per dimostrarci che la fredda ragione assoluta non è un imbattibile mostro cui l'uomo debba per forza essere soggiogato, ma bensì "un congegno perfettamente smontabile e, dunque, in ultima analisi, perfettamente neutralizzabile" .

Ma passiamo ora all'analisi della "La vita interiore".

In questo romanzo il problema della giustificazione morale, che per tutta l'esistenza ha assillato come un martello pneumatico la mente del nostro scrittore, si configura innanzitutto come giustificazione dell'omicidio.

"La vita umana - dice lo stesso Moravia - è infatti la pietra di paragone assoluta":

Più avanti continua: "Senza una giustificazione assoluta le pistole non sparano, cioè l'omicidio è impossibile."

La protagonista Desideria è infatti dominata dalla violenta ideologia eversiva rappresentata simbolicamente dalla Voce.

All'inizio del libro, la ragazza, istituendo un paragone con Giovanna D'arco, fa capire che se la voce di quest'ultima era quella del dovere patriottico, la sua è quella del dovere rivoluzionario. E qui Moravia sembra profetizzare ancora una volta la disillusione che sarebbe inevitabilmente seguita ai terribili ed inauditi atti di violenza compiuti dall'ideologia del terrorismo in nome di un assurdo e contraddittorio "principio di libertà e uguaglianza": Desideria sembra quasi vittima incosciente di una impresa, votata fin dal principio al fallimento, che risulta svuotata di qualsiasi giustificazione e quindi trasformata, in definitiva, in"azione fine a se stessa" la quale, come sappiamo, "ha un effetto disgregante sull'animo umano".

Del resto ogni ideologia politica sembra destinata a scadere nell'efferatezza di una ferocia disumana in quanto l'uomo pare aver definitivamente smarrito il superiore equilibrio di una saggia e ponderata "misura "; egli infatti, inoltrandosi nei tortuosi e oscuri sentieri della convenzionalità, ha di conseguenza perso di vista la eccelsa finalità della sua natura più profonda (che è poi la spiritualità), abbandonandosi ai fuorvianti e aleatori miraggi di una retorica sociale fittizia ed umiliante.

D'altronde lo stesso Marx, secondo taluni studiosi, era piuttosto scettico sulle possibilità di una via pacifica, la quale cozzava violentemente contro il suo realismo storicistico. Su tale punto vale la pena di riportare la testimonianza di H. M. Hindman, fondatore della federazione socialdemocratica inglese, che in un libro di memorie 23 riferisce di una chiacchierata con Marx : "L'Inghilterra è, l'unico paese in cui una rivoluzione pacifica è possibile; ma -soggiunse dopo una pausa- la storia non ci incoraggia a crederlo. Voi inglesi assomigliate ai romani in molte cose, ma soprattutto ne0' ignorare la vostra storia". È necessario inoltre aggiungere che il pensiero originale di Marx differisce sostanzialmente dalle fuorvianti elaborazioni successive ; infatti in Mix in realtà l'ideologia appare come una "Falsa rappresentazione "della realtà per la quale alla comprensione oggettiva dei fatti si è indebitamente sostituita una immagine deformata di essi, per cui parlare di rappresentazione ideologica del mondo equivale a parlare di rappresentazione costituzionalmente mistificante di esso.

I sintesi Marx vuole svelare , al di là delle ideologie , la verità sulla storia, attraverso l'adozione di un punto di vista obiettivo sulla società, che dia la possibilità di mostrare non quello che gli uomini 'possono apparire nella rappresentazione propria o altrui ma piuttosto quello che essi sono realmente"24. Inoltre nei "Manoscritti"25del 1844 egli fa una netta distinzione tra un comunismo che egli definisce "rozzo" e ed un comunismo invece più maturo in una forma superiore. Nel primo stadio la proprietà è abolita solo per essere universalizzata, cioè attribuita da tutti, per cui la comunità assume il ruolo di un grande capitalista che non abolisce ma universalizza la situazione dell'individuo nella società borghese. La bassezza di tale società postcapitalista, ma ancora pre-comunista è secondo Marx "svelata "dalla proposta legata della comunione delle donne, che diventano a questo punto" prede e serve del piacere della comunità". Dice Marx infatti: "allo stesso modo che la donna passa dal matrimonio alla prostituzione generale , così l'intero mondo della ricchezza passa dal rapporto di matrimonio esclusivo con il proprietario privato al rapporto di prostituzione generale con la comunità". Dunque in questo primo stadio, l'ideale egualitario del comunismo rozzo è ancora troppo dominato dalla mentalità dell'avere che deriva direttamente da una grossolana "brama di livellamento".

Per contro nel successivo momento il comunismo si libera dei rapporti di puro possesso tramite la "effettiva soppressione della proprietà privata". Infatti, continua Marx: " la proprietà privata ci ha resi così ottusi ed unilaterali che un oggetto è considerato nostro soltanto quando lo abbiamo, e quindi quando esso esiste come capitale o è da noi immediatamente posseduto, mangiato, bevuto, portato sul nostro corpo, abitato ecc. in breve quando viene da noi usato".

Ritornando, dopo questo lungo "excursus" filosofico, alla"Vita interiore " possiamo ora tranquillamente affermare che Desideria sembra essere ancorata al primo stadio del comunismo citato da Marx , appunto quello rozzo e approssimativo che si illude di cancellare le differenze tra le classi "universalizzando" la proprietà, con il solo risultato di renderla schiava di una intera società.

La protagonista del romanzo incarna così perfettamente la figura dell'adolescente ribelle e sognatrice e ci appare dotata da un certo punto di vista di una ingenuità di fondo . Desideria sembra rimanere infatti "innocente" nonostante porti a termine imprese feroci e apparentemente folli proprio perché agisce sotto l'influsso della Voce, comportandosi come un vero e proprio automa, quasi come se il suo corpo si muovesse distaccato dalla sua anima in uno stato di perenne ipnosi.

Spinta dalla "Voce" ella mette in atto un vero e proprio "piano di trasgressione e dissacrazione" dei valori convenzionali che si configura principalmente in una fortissima ribellione personale al sistema e nel rifiuto ostinato di riconoscere la validità delle istituzioni fondamentali della società: la famiglia, la cultura, la classe di appartenenza e via dicendo.

Edoardo Sanguineti ha definito Moravia scrittore "borghese che critica la borghesia restandone al contempo prigioniero".

L'unico modo per poter comporre il dissidio è risolvere nella politica e nella militanza il rifiuto della borghesia da parte dell'intellettuale. E infatti molti dei personaggi moraviani si fanno interpreti di questa crisi. Lo stesso Dino nella "Noia" guarda con disprezzo e desolazione il mondo della madre, questa orribile e impersonale folla in cui "il denaro si è fatto carne e sangue "tanto che il suo putrido aspetto si riflette finanche nella volgare fisicità dei benestanti.

Anche Desideria prova lo stesso sentimento di repulsione verso la ricchezza e in generale verso la classe sociale di appartenenza, la borghesia che ella associa inscindibilmente alla figura della madre adottiva Viola, simbolo di corruzione materiale e morale.

La ragazza di buona famiglia si trasforma così in una criminale che ella stessa definisce "di genere dissociato", in quanto tale dissociazione nasce appunto da "un accordo ha normalità e criminalità".

In sostanza Desideria si crea una doppia vita, l'una convenzionale e stereotipata, l'altra anticonformista ed eversiva.

L'esistenza "esteriore" è in realtà sottomessa ad una "vita 1nteriore" che attua una amplificazione dei valori simbolici. Ogni azione compiuta da Desideria nasce appunto da quella che Enzo Siciliano ha definito "la rottura dell'equilibrio tra realtà e simbolo" in favore di quest'ultimo.

Ha ben ragione quindi Giovanni Raboni quando, in riferimento alla "Vita interiore", parla di "allegorismo" che rimanda sempre a qualcos' altro e che è sostanzialmente voluto e programmato dallo scrittore proprio allo scopo di additare l'esistenza di un contenuto intellettuale implicito, anche se non apertamente dichiarato.

La stessa Voce non è altro che l'incarnazione simbolica dell'ideologia eversiva del terrorismo che, facendo leva sulla confusione e sulla disperazione di centinaia di giovani menti , le ha poi alfine strumentalizzate, diretta esclusivamente ai propri fini materiali.

Moravia sembra qui mostrare quella che Raboni definisce "una volontà recensoria volta alla dichiarazione più che alla rappresentazione ", quasi a voler lanciare un monito solenne alla gioventù contemporanea per metterla in guardia dai pericoli nascosti e dalle insidie di una ideologia il più delle volte subdola ed interessata.

Tornano così in mente ancora le pagine del saggio" L'uomo come fine" in cui lo scrittore si abbandona ad una amara considerazione: "L'uomo d'azione è un disperato che cerca di riempire il vuoto di questa sua disperazione con degli atti legati meccanicamente gli uni agli altri e compresi tra un punto d'inizio e uno di conclusione, ambedue gratuiti e convenzionali. .. Così si svela la proprietà dell'azione nel mondo moderno: essa nasce dalla disperazione, si sviluppa concatenando meccanicamente, sul piano della sola e pura violenza, un atto dopo l'altro e trova la sua conclusione nella distruzione e nella morte".

L'azione che spinge Desideria nasce in definitiva proprio dalla disperazione, dal suo profondo dolore, dalla mancanza di punti di riferimento cui rivolgersi.

Torna il tema dell'alienazione provocata dal denaro che tiene in pugno tanto il ricco che lo possiede quanto il povero che lo desidera, il denaro che sembra essere l'incontrastato reggitore del mondo, causa ultima della divisione in classi della società e quindi della corruzione umana.

Lo scrittore mostra inoltre una certa qual indulgenza e simpatia per i personaggi popolari.

"Il fascismo e la guerra ebbero, tra i tanti effetti, quello di farmi disistimare la classe dirigente italiana che aveva voluto l'uno e l'altra e a farmi guardare con simpatia al mito proletario". Si pensi a romanzi quali "la Romana"," La ciociara", "I racconti romani" che si imperniano proprio sul personaggio popolare, il quale per altro accusa la borghesia di aver impoverito la propria "naturalità" istintiva È infatti la ricchezza a generare la povertà e non viceversa.

In Moravia convivono dunque "marxismo" e "freudismo" i unico ed inscindibile legame : "il marxismo ...è inoppugnabile nella sua diagnosi negativa dei mali del mondo borghese...L'effetto di Freud sull'arte è la franchezza e l'obiettività sul fatto sessuale...Il conformismo in materia sessuale è un residuo ottocentesco. Freud ci libera da questo conformismo permettendoci di affrontare l'argomento senza vergogne, senza sentimentalismo e senza cinismo...".

Moravia dunque loda Marx e Freud, perché entrambi, pur partendo da tematiche diverse, l'uno mosso dal movente economico, l'altro da quello sessuale, hanno contribuito a svelare la struttura profonda della realtà, additandone le ipocrisie profonde e le illusioni nascoste. i

Essi sono stati pertanto dei pionieri di un rinnovamento del concetto dell'uomo.

Ironicamente Moravia mette in bocca la dottrina di Marx ad un presuntuoso ragazzotto, un convenzionalissimo "figlio di papà", Emilio che alla fine si dimostra in tutto il suo vacuo infantilismo borghese, quando, incalzato all'azione da Desideria "si difendeva dicendo che, finché non si fosse ferrato nella teoria, non avrebbe lasciato la famiglia".

Più avanti seguirà la disillusione della ragazza per quanto concerne la sua fragile fede nella rivoluzione: "I rivoluzionari sono simili ai borghesi salvo che in un punto: che vogliono la rivoluzione mentre i borghesi non la vogliono".

La differenza tra le classi rappresenta quindi solo una inutile barriera tra gli uomini che genera solo ulteriori forme di alienazione.

Ma torniamo al "piano di trasgressione e dissacrazione" dettato alla nostra protagonista dalla Voce. Esso viene formulato sulla base di alcuni "binomi dialettici", rappresentanti un valore positivo a sinistra e la negazione di esso a destra : RELIGlONE-EMPIETA', AMORE- PROSTITUZIONE; CULTURA-RIGETTO DELLA CULTURA; RISPETTO DELLA VITA UMANA- OMICIDIO.

In sostanza Desideria parte da questo schema riassuntivo per operare la sua cruda rivolta al sistema e trasgredire via via tutte le leggi e le convenzioni di esso fino ad arrivare addirittura alla trama di un sequestro, allo scopo di "dissacrare" il "valore" denaro, devolvendolo alla causa rivoluzionaria, e finanche all'omicidio, suprema dissacrazione della vita umana.

Nuovamente Moravia svela qui l'allegoria della "vita interiore", la quale attribuisce il C`simbolismo', perfino agli oggetti e alle azioni stesse.

In sintesi Desideria ruba un portacipria perché esso costituisce una proprietà e appropriandosene non solo viola la legge che vieta il furto, ma fa ancora di più privandolo dell'alone di sacralità che lo avvolge, dimostrando così a se stessa che " era soltanto un oggetto e niente di più".

Un altro punto da sottolineare del roman70 è che la protagonista, nonostante sprigioni una mostruosa ed ostinata anarchia quando si oppone alla società che la circonda, in altri momenti mostra invece una sua fondamentale fragilità caratteriale.

Ella infatti cade vittima della soggiogazione operata dalla Voce alla quale non sa e , forse neppure vuole, opporsi in modo risolutivo, per paura di ritornare ad essere "un pezzo di carne inanimata e smaniosa, un buco circondato da un corpo, un'oloturia ... cioè un essere a forma cilindrica compatto, massiccio, sordo, ottuso, cieco, un vero e proprio tubo digerente rivestito di carne, dotato di una vitalità, appunto smaniosa, fatta di contrazioni e spasmi puramente fisici...".

Del resto ella vive una contraddizione perenne anche nello scoprire l'esistenza delle altre classi sociali, quelle dei poveri e diseredati , oppressi dal sistema borghese che domina su tutto e tutti. Desideria vorrebbe impegnarsi a fondo nella ribellione vagheggiata dalla Voce perché mossa da un istintivo sentimento di solidarietà, da un autentico afflato di giustizia nei confronti di coloro che vivono in una condizione di inferiorità ed emarginazione, tuttavia rimane sempre disillusa in quanto la stessa Voce la accusa spesso di rimanere sempre e comunque "una irrimediabile borghese, torbida e velleitaria", una "decadente" che "mischia erotismo e rivoluzione", assolutamente priva di quella reale "schiettezza proletaria" necessaria all'azione.

L'incontro decisivo da questo punto di vista è quello con l'idealista rivoluzionario Erostrato, per il quale ella prova istintivamente un sentimento non pur di amore , ma ugualmente di sincera fratellanza nel momento stesso in cui si accorge che questi, per quanto inconsapevolmente, si abbandona al rapporto fisico non già per estrinsecare un puro piacere materiale , quanto piuttosto per una oscura e disperata volontà di regressione al nulla prenatale che lo ha generato.

Erostrato sembra quasi " un infante appena nato che si rifiutasse di vivere e volesse tornare di nuovo dentro il ventre materno e regredirvi a ritroso, per tutta la serie di trasformazioni attraverso le quali è passato prima di nascere , fino a ridiventare embrione, germe, nulla...". E ancora nella "Romana" Moravia mette in bocca alla protagonista queste parole: "Pensavo che molti uomini vorrebbero non essere mai nati. . . ".

Il sesso è qui dunque concepito come mezzo di fuga da un mondo assurdo, incomprensivo, per ritornare ad un universo ancestrale antecedente al parto.

11 ventre della donna sta appunto a simboleggiare quella grotta calda e protettiva, quel rifugio verso il quale quasi istintivamente si proietta la disperazione dell'uomo moderno , sempre in cerca di un porto sicuro inaccessibile agli altri.

L'immagine di tale "vasto mondo tenebroso" sembra suggerire addirittura l'idea della morte, intesa come passaggio in un'altra dimensione ove l'uomo non sia più costretto al continuo incontro-scontro con i suoi simili, un pianeta a sé stante, chiuso , che escluda perciò la possibilità stessa dell'urto con l'ipocrisia sociale.

La sessualità è qui dunque concepita anche come strumento di conoscenza attraverso il quale l'uomo, addentrandosi nel tunnel di cavità impenetrabili, scopre una realtà interiore che si dischiude improvvisamente nella sua straordinaria interezza, svelando l'ineffabile mistero di una natura inesplorata.

Del resto lo stesso scrittore ammette che la chiave per aprire "la porta del reale" è appunto "quella cosa misteriosa e comune che va sotto il nome di sesso".

Moravia utilizza abilmente la psicanalisi freudiana nella struttura stessa del romanzo cosicché i tre personaggi principali Desideria, L 'Io-Moravia e la Voce non rappresentino altro all'infuori che rispettivamente l'inconscio, l'ego, e il super-Ego.

Il triangolo freudiano non è però usato dallo scrittore tanto per motivi psicologici, quanto piuttosto per "risolvere narrativamente il problema con i mezzi che sono propri del romanzo"29.

I1 Raboni ben si esprime quando afferma che lo scrittore si è servito di una tecnica spiccatamente "antinarrativa", quella appunto del romanzo allegorico in forma di intervista attraverso la quale "l'ego interroga l'inconscio e fa da tramite tra questo e il super- Ego."

I1 procedimento tecnico sostituisce perciò la linearità della prosa, introducendo nella struttura il dialogo, che ha l'effetto di creare una "dimensione supplementare e moltiplicatrice" di straordinaria potenza emotiva in quanto "aggiunge una qualità dialettica alla rappresentazione oggettiva"30e allo stesso tempo permette allo scrittore, dichiarando la sua estraneità ai fatti, di porsi ad una certa distanza dai temi trattati e contemporaneamente di parlare tramite il personaggio.

Il Raboni rileva inoltre acutamente che attraverso la sperimentazione tecnica Moravia sembra volere prendere in giro, con sapiente e studiata ironia, "l'artificiosa onnipresenza del narratore tradizionale" e di conseguenza addita i mezzi per la fondazione di uria nuova letteratura la cui stessa forma si mostri capace, attraverso appunto l'innovazione, di rinnovare e "attualizzare" i contenuti medesimi della tradizione.

L'Io attraverso cui si esprime l'autore, ha inoltre chiaramente la funzione di aggiungere alla pur tragica allegoria del romanzo un elemento comico e sdrammatizzante. Il personaggio intervistatore, infatti, mostra una straordinaria disinvoltura nell'incessante incalzare la protagonista con i suoi quesiti attraverso i quali il più delle volte trasforma questa in una splendida macchietta comica.

Ma torniamo ora al personaggio di Erostrato che, come abbiamo visto, pare possedere una duplice natura: da un lato egli infatti sembra depositario inconsapevole di una profonda interiorità, intuita da Desideria, che però egli a tutti i costi nega, dall'altro lato invece Moravia presenta un Erostrato "oggettivamente prostituto che si fa mantenere da una donna che non ama", un essere incapace di ribellarsi completamente alla società stessa che egli pur odia e con la quale ha però ingaggiato ugualmente un compromesso materiale. E Desideria, provando un oscuro sentimento di fratellanza per questo, cerca in tutti i modi di scuoterlo, risvegliarlo dal suo inconsapevole vigliacco torpore conformistico, rivolgendogli parole aspre e dirette: " Tu sei un figlio del popolo, ma la vergogna di esserlo, la smania che ti divora di essere un borghese, hanno fatto di te un uomo volgare, un tipo losco, un tanghero. Invece di ribellarti ti sei adattato, hai mentito a te stesso e agli altri, ti sei venduto, ti sei prostituito,i.

Per quanto concerne la protagonista stessa si deve inoltre ribadire che ella soffre profondamente di una condizione eternamente "liminare"; ella sembra così sempre al bivio fra due strade . La ragazza è infatti in realtà figlia di una prostituta, di una dorma del popolo ed è stata successivamente comprata attraverso il potente e assoluto demone del denaro da Viola.

Anche quest'ultima del resto mostra chiaramente una ambiguità di fondo riallacciabile alla compresenza nel suo carattere di due nature in contraddizione tra loro: nella sua anima sembra infatti albergare una continua lotta tra due desideri contrastanti: l'uno quello di essere una buona e virtuosa madre borghese della società romana, impersonato quindi dal sogno della famiglia, l'altro invece rappresentato dall'erotismo che in realtà, informa la sua autentica natura. "Ella- dice Moravia- era apolide non soltanto per quanto riguarda la patria, poiché era al tempo stesso americana, greca e italiana, ma anche per quanto riguarda la società e la famiglia perché, allo stesso modo che aveva una patria soltanto legale, cioè soltanto iscritta nel passaporto (era cittadina americana) così non aveva che un simulacro di famiglia e non faceva parte che di un'apparenza di società..:".

Ella è sempre in bilico tra queste due nature" che si presentano... come due convenzioni o meglio come due parti da recitare, piuttosto che da vivere".

Moravia tratteggia nuovamente l'immagine di una vita inconsistente e falsificata dai ruoli sociali, via via interpretati dai personaggi in uno spettacolo illusorio e frustrante che non ha mai termine.

Viola stessa è rappresentata come sdoppiata in due nature diverse delle quali l'una agisce aRa luce del sole interpretando il ruolo della madre matura e premurosa, l'altra, viceversa, col favore delle tenebre, si trasforma in una pretenziosa amante incestuosa e ninfomane.

L'ambivalenza caratteriale di Viola simboleggia in definitiva la confusione e il caos in seno alla stessa classe borghese, che diventa ancora una volta il bersaglio finale del violentissimo sarcasmo moraviano. D'altro canto la stessa Desideria si accorge di una insanabile e lacerante ferita della società nel momento in cui crolla definitivamente lo stesso mito rivoluzionario che eRa aveva per tanto tempo inseguito e vagheggiato.

E l'ironica amarezza di questa scoperta sta tutta nella frase che Desideria rivolge al losco personaggio di Quinto :"Ma che, fai la rivoluzione coi pantaloni ? ".

In ultima analisi lo scrittore sembra continuamente ribadire attraverso l'alienazione dei suoi personaggi, l'impossibilità per l'uomo di salvarsi all'interno dell'istituzione sociale. Viene in mente a tale proposito di nuovo il personaggio di Agostino. i ragazzino, infatti, per quanto inizialmente sia attratto dal mito proletario dei ragazzi del popolo, successivamente ne scopre l'inconsistenza e vacuità e si rende chiaramente conto della sua totale inadeguatezza ad una realtà, in definitiva, troppo diversa e distante dalla sua.

Tornando alla" Vita interiore" Moravia afferma che l'esistenza è in se sii5a paradossale, assurda, impossibile, e la prova più lampante di tale insana follia è che l'uomo, per mostrare a se stesso di essere vivo, è costretto ad uccidere.

". . Sempre vita zoologica, `è questa, non umana", ben commenta Niccolò Tucci3 i

Straordinaria la chiusa del romanzo con l'immagine 1unuosa di Hiroshima dopo l'esplosione della bomba atomica.

L'uomo è morto, ucciso, divorato dal demone inconsulto di una scienza assassina che lo ha ridotto a simulacro di se stesso, ad una sterile "ombra un pi' più scura dell'intonaco con una testa, un busto, delle gambe'. La vita è dunque irraggiungibile chimera; la passione, il sentimento, le emozioni lidi lontanissimi, accessibili solo attraverso la memoria sacra ed inalterabile della scrittura che consegna all'arte il compito supremo e miracoloso di eternare nelle sue superiori forme il sublime messaggio dell'utopia.