profili

Ivano Ferrari - Intervista a cura di Luca Tognacci

visualizza a pagina intera

 

Sono le 14 e 30, telefono a Ivano Ferrari che, molto cortesemente, mi dice: "forse ti scapperà da ridere, ma mi puoi richiamare tra dieci minuti che ho il sacco della spazzatura che puzza e lo devo portare giù". Un quarto d'ora dopo siamo nuovamente in contatto, la sua voce è ferma e rassicurante, la mia trema un poco all'inizio e poi si scioglie insieme alla sua in un dialogo gradevole e intrigante, profondo e divertente. Ivano Ferrari vive a Mantova, dove lavora presso una biblioteca ricavata negli spazi di un vecchio macello. E Macello è anche il titolo del poemetto pubblicato nel 1995 (ma scritto tra il 1976 e il 1978), che riporta direttamente ai trascorsi dell'autore tra le pareti di un mattatoio, dove ha lavorato per cinque anni. Nel 1999, sempre per i tipi della Einaudi Editore esce la raccolta di poesie La franca sostanza del degrado.

Sono innanzitutto molto affascinato dalla distanza intercorsa tra la stesura dei tuoi versi e la loro pubblicazione, avvenuta quasi venti anni dopo. Mi viene da sorridere pensando alla foga con cui molti giovani autori pubblicano (quasi sempre a proprie spese) il frutto acerbo della propria scrittura.

  Io non ho foga per una predisposizione naturale alla pigrizia. Ho sempre titubato nei confronti delle pubblicazioni fai da te o di quelle su rivista. Penso da sempre che il tempo lavora sulla poesia. La poesia ha un'urgenza che non è la tua. Non esce un capolavoro ogni volta che si scrive. Se è una poesia che vale non ha tempo. Quindi secondo me bisogna conciliare l'urgenza della poesia che è latente e spesso dilatata nel tempo con la propria, che imporrebbe di pubblicare all'istante. La distanza spesso paga. Non mi sento invece di dare giudizi sul lavoro degli altri, anche perché la storia della letteratura ci ha lasciato esempi eclatanti di grandi autori che hanno avuto un'esperienza opposta alla mia, penso a Svevo, a Rimbaud. E' comunque vero che la tribù degli andanti a capo cresce a vista d'occhio. Il rischio è quello di logorare in maniera irreversibile la parola. Il poeta deve essere ostile con il mondo e deve verificare se all'interno della sua poesia è avvenuto il riscatto della parola. Certo la scolarizzazione di massa non ha aiutato questo riscatto.

In un articolo-biografia apparso su L'indice dei libri del mese (numero 9 settembre 2000), scrivendo a proposito della poesia degli anni '70, affermi che, tranne qualche preziosa eccezione, le proposte sembravano suddivise tra chi con la parola ci giocava, esponendo le avanguardie nel market postmoderno, e chi invece delle parole si innamorava, esibendo un io decisamente segaiolo. Non pensi che oggi siano rimasti quasi solo i secondi?

  Sì, può darsi. Oggi assistiamo all'affermazione dell'individualismo senza individui. Nonostante siano tutti pronti a giurare il contrario c'è un conformismo estetico dilagante. Un ego sano mostruoso, inteso nel senso di irraggiungibile, non è più possibile. Si passa attraverso migliaia di finte rivoluzioni sociali e culturali. Al giorno d'oggi è veramente rivoluzionario il buon senso.

In più di un'occasione ti si "sorprende" ad accusare poeti e intellettuali, addirittura parli di "poeti dalle penne conserte".

  Penso che ci sia un reciproco disamore tra me e il mondo dei poeti. Non so se non mi prendo troppo sul serio io o sono loro a prendersi troppo sul serio. Non mi piace la riproposizione sterile del dadaismo, delle avanguardie e di tutti gli altri movimenti. Non ho però una ricetta da proporre. Mi limito a non frequentare la maggior parte dei poeti.

A proposito della tua poesia è facile constatare che è più carne che verbo, più sesso che idillio. Arriva alla bellezza attraverso i corpi, la materia. E il degrado sembra inteso come autostrada verso l'oblio, verso l'azzeramento della società e prima ancora del singolo individuo.

  Il concetto è proprio questo. Il corpo è esaltato sempre più nella sua funzione esteriore. Il corpo come pulsione è liofilizzato, proprio come avviene per gli alimenti, è messo in bustina e pronto da sciogliere in acqua. Questo mi spinge alla reazione, io cerco sempre di rappresentare un disincanto lirico.

Se, come chiedi in un tuo verso, l'eternità è di destra, chi ne controllerà il pacchetto azionario e a chi sarà possibile acquistarne i titoli?

  Con quel verso intendevo prendere in giro i tic della sinistra, visto che da diversi anni sembrano essergli rimasti soltanto quelli. L'azionista di riferimento per l'eternità, comunque, non può che essere Berlusconi.

La nostra chiacchierata continua e Ivano Ferrari rivela una scoperta importante. Ha ritrovato quaranta poesie appartenenti a Macello che non erano state pubblicate. Sembra tra l'altro che siano ancora più belle di quelle apparse nell'antologia einaudiana Nuovi poeti italiani. Dice: "anticipano di vent'anni la mucca pazza e le altre aberrazioni di questo tempo".