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Anno V - Numero 11
Davide il traduttore

di Andrea Della Pasqua

Davide Brullo, Scanni, Raffaelli Editore, Rimini, 2003

Il giovane ed (a mio avviso) interessante Davide Brullo si è cimentato nella seguente operazione poetica: (ri)tradurre in maniera singolarissima alcuni salmi tradizionalmente attribuiti tutti a Davide (occupando in realtà un periodo più lungo di quello concesso alla vita di un singolo uomo) e testi dei cosiddetti profeti minori Abacuc (Habakuk), Nahum, Zaccaria (Z(e)fanyah). Più che in tanti altri casi qui occorre subito "esporre la merce", prendiamo ad esempio il salmo 22 nella sua parte iniziale, così come si trova nella Bibbia edizioni Paoline che appartiene alla mia famiglia dai tempi del matrimonio del capofamiglia con la futura madre generatrice:

Al capocoro. Su "Cerva dell'aurora". Salmo. Di Davide.

Dio mio, Dio mio, perché m'abbandonasti?/Te ne stai lontano dalle mie preghiere/dalle parole del mio clamore./Dio mio, prego di giorno e non mi ascolti,/di notte e non ottengo risposta.

Ora la versione brulliana:

di capo di coro    d'ariete e d'aurora    di dawid salmo

deus deus meus quare dereliquisti me/'eliy 'eliy perché m'hai riboccato    turati ventri    forcipe?/che le scabrose della salivazione    slinguate lingue/o amore muto    amor dì la casone de lo to partemento/ché m'hai lassata afflitta            en gran dubetemento/

'eliy che ti grido e di giorni    che non ti sfiati/e di notti            che non ti smonti

Come appare evidente, nella sua operazione poetica Brullo si avvale dell'italiano corrente, del volgare e della lingua latina; a questo punto capita a fagiolo la postfazione del biblista Remo Cacitti il quale spiega come il Salterio (presso gli ebrei era uno strumento a corde che serviva per accompagnare odi o carmi che per questo motivo presero anche il nome di salmi) sia fortemente caratterizzato in senso musicale, in questa prospettiva, grande merito va riconosciuto all'Autore nell'aver operato lo sfaldamento del testo facendone risaltare la piena sonorità, processo che è quanto di più vicino all'originaria musicalità, per noi temo quasi interamente perduta. Sul finire Cacitti delinea anche però i rischi che l'autore (suo studente) di un lavoro di questa fatta può correre: l'assenza di variatio, che può indurre alla monotonia, e l'abisso del grottesco, che è la controfaccia del sublime.
In particolare per quanto concerne l'indifferenziazione quasi monolitica mi trovo d'accordo.
Ultimamente, sempre più spesso mi chiedo che cosa sia richiesto all'arte e mi rispondo che all'arte si richiede un'energia, nella migliore delle ipotesi una sferzata così sottile e potente da ricondurci verso noi stessi, forse l'arcinota sindrome di Stendhal che si presenta al sottoscritto di fronte alla Allegoria della primavera del fu Botticelli; ecco, se non questa sindrome, comunque un impatto netto, senza se né ma, lo riscontro con la lettura di quella che ritengo la perla più pura del libro in questione, sto parlando del testo in corsivo affisso alla porta d'entrata di Scanni: Isaia 9, 1-2.
Sempre nella mia Bibbia edizioni Paoline il brano si presenta così:

Il popolo che camminava nelle tenebre vide un gran chiarore; sopra gli abitanti di regione tenebrosa splendette la luce. Hai accresciuto la gioia, aumentato il giubilo; si rallegrano davanti a te, come all'epoca delle messe, come nella gioia dello spartire il bottino.

Ora i versi, a mio parere altissimi, della versione di Scanni:

Branchi arrancano nella tenebra
                                        grande bianco
addosso a branchi intanati nella tenebra
                                        grande bianco

stupore moltiplicato    ingigantito stupore
stupore a te di fronte
stupore della mietitura
                            stupore della bestia spartita
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