"Il male assoluto" di Pietro Citati Mondadori, Milano, 2000
di Francesco Ceraolo
Analizzando la Storia in senso evoluzionistico e dialettico, l'ottocento sembra rappresentare un momento di transizione, se non addirittura di disturbo, allo svolgersi dell'ideale percorso umano: quel conflitto tra uomo e divinità - presente in ogni epoca storica - che nell'illuminismo era stato risolto in un'illimitata fiducia nel reale empirico e nella scienza e che successivamente, con il positivismo, avrebbe ritrovato questa linea di condotta, trova nell'ottocento un momento in cui, in antitesi, lo si stravolge a favore di un nuovo paradigma: la fiducia romantica nell'ideale che si contrappone a quella razionalistica nel reale. Nel rapporto - sempre laico - tra l'artista dell'ottocento e l'assoluto, ovvero l'ideale, sta ciò che Citati chiama il "Male", cioè la sofferenza che scaturisce dall'impossibilità di confrontarsi con una verità pratica e dalla fede nell'essere tangibile solo in quanto proiezione di una dimensione autentica "sovrannaturale". L'opera d'arte - il romanzo - è il prodotto di questa relazione, la conseguenza astratta di questa condizione umana. Citati ci porta dunque - in questo lungo viaggio narrativo - attraverso le esperienze di alcuni tra i grandi romanzieri del diciannovesimo secolo, partendo da Goethe, passando per Poe ed arrivando a Dostoevskij, Henri James, Flaubert, Tolstoj, Stevenson.
Creare è sinonimo di sognare. Il sogno è l'opera d'arte che scaturisce appunto dal confronto dello scrittore con l'assoluto. La ricerca e l'"interpretazione" del suo sogno è la vera ed unica attività dell'artista. Ma il sogno è sempre razionale, non ha nulla - o quasi - di oscuro: la dimensione del sogno, quindi quella del romanzo, si muove parallela a quella del reale, anzi, è una conseguenza del reale. Molto importanti, a questo proposito, sono le descrizioni degli universi reali dei vari artisti: l'autore ci descrive le notti insonni di Dostoevskij accanto alla moglie malata, le sue passeggiate notturne lungo il Tamigi e la scoperta dei personaggi che popolano i bassifondi londinesi; ci racconta di Poe, della sua vita di stenti, del suo rifugiarsi nell'arte e nelle sue fantasie - credeva e cercava di far credere gli altri di essere figlio di due grandi attori "morti nell'incendio del teatro Richmond", di aver avuto una giovinezza avventurosa e romanzesca - viaggi in Sud America, in Europa e in Oriente - forse tutto ciò perché lui, "l'infimo, il miserabile, il paria, aveva bisogno di immaginarsi alle spalle una tradizione nobile e trionfale", una vita che si addicesse ad un grande poeta. Poe "mentiva sempre", per sfuggire da quell'abisso, quell'assoluto che era costituito dalla sua anima.
In Citati tutto è essenziale, anche i più, apparentemente, insignificanti dettagli. I termini che costituiscono quel rapporto triadico su cui si articola ogni opera letteraria - ovvero l'Autore, l'Opera e il Lettore - nel libro di Citati si annullano tra loro, o meglio, si sovrappongono. Il Lettore è portato ad identificarsi con l'Autore ed a percorrere l'intero viaggio narrativo insieme o addirittura al suo posto: sembra che ogni nuova scoperta, concetto, descrizione nel libro non ci sia svelata dall'autore, ma dalla Storia, dai luoghi stessi - da San Pietroburgo a Baltimora - e che anche all'autore sia rivelata nel momento in cui noi la leggiamo. Citati parte da un'analisi del particolare per arrivare all'ideale, irrompe nell'opera e nella vita dell'artista e ne estrae ciò che a lui interessa per dimostrare la sua intuizione critica. Non bisogna aspettarsi, leggendo "Il male assoluto", di riuscire ad entrare nel cuore del romanzo dell'ottocento in maniera critica oggettiva. Citati ci offre una chiave di lettura, una lente di ingrandimento, che fatalmente amplifica e minimizza solo alcuni elementi ma che, alla fine, diventerà anche la nostra chiave, la nostra lente.
Come scrive a proposito di Potocki anche lui ha "una fantasia non di primo ma di secondo grado: da critico non da romanziere;" muove "sempre da un impulso colto".
La sua prosa è un'abile unione tra un linguaggio razionale e, come si è detto, una lunga serie di intuizioni critiche. La logica della prosa contrasta con il tessuto onirico dei contenuti: Citati, per analizzare la grande narrativa ottocentesca, parte dalla forma e la contrappone ai contenuti onirici del racconto, proiettando sulla sua opera quegli aspetti stilistici e narrativi che contraddistinguono il momento della storia letteraria che sta analizzando. Il romanzo nell'ottocento è strettamente imparentato al sogno, ma un sogno razionale privo di elementi oscuri ed ermetici: la razionalità gliela dà proprio la forma, il linguaggio, che ingabbia in sè l'esplosività dei contenuti, prodotti da quelle pulsioni latenti nella coscienza ma in essere nel "sottosuolo" dell'artista. Di lì a poco, infatti, si sarebbe superata anche quest'ultima barriera che è appunto costituita dalla forma, per arrivare allo sperimentalismo linguistico del ventesimo secolo. Il libro - significativamente - si conclude, in Appendice, con Freud e la sua Die Traumdeutung, vero e proprio capitolo finale di un'ansiosa ricerca di quell'equilibrio smarrito: le notti insonni, durante le quali Freud scese figurativamente nell'Ade della coscienza umana e scrisse l'atto programmatico di una nuova scienza, segnano l'inizio di un nuovo secolo.
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