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Anno V - Numero 11
11 Settembre 2001: un sottogenere

di Fabio Orrico

Le stragi dell'11 settembre 2001 sembrano avere dato vita ad un sottogenere cinematografico, non solo americano, fondato sull'elaborazione del lutto personale e collettivo. Ad avviare questa tendenza è probabilmente stato Spike Lee col suo bellissimo La venticinquesima ora. Il cineasta afroamericano puntava la macchina da presa direttamente su ground zero mentre gli attori Philip Seymour Hoffman e Barry Pepper discutevano animatamente in un'inquadratura sintetica e vertiginosa. In questi giorni, a ridosso del terzo anniversario degli attentati, sono nelle nostre sale due film tra loro molto diversi ma accomunati dalla volontà di riflettere su questa pagina terribile e oscura della nostra storia recente. Stiamo parlando di Fahrenheit 9/11 di Michael Moore e di La terra dell'abbondanza di Wim Wenders. Due film molto diversi, si diceva. Innanzitutto perché si tratta di un documentario (Moore) e di un film di finzione (Wenders), secondariamente perché, pur trattandosi in entrambi i casi di opere informate da uno sguardo morale arroventato, si biforcano sulla strada dell'elaborazione collettiva (il documentario) e personale (il film di finzione) di cui parlavamo all'inizio.
Come già avveniva per il precedente e straordinario Bowling a Colombine, Moore sceglie di farsi strumento del proprio racconto e della propria indagine, muovendosi anche fisicamente sulla traccia del suo argomento che, con l'accuratezza che gli è propria, non comprende soltanto quanto c'è di oscuro e imbarazzante nella tragedia delle torri gemelle ma esplora anche gli antecedenti all'amministrazione Bush e il presunto broglio elettorale del 2000 in Florida per illuminare infine le non poche connessioni finanziarie che legano la famiglia Bush alla famiglia bin Laden. La grandezza di un cineasta come Moore sta nella ostinazione della sua indagine che è capace di tradursi mirabilmente in cinema grazie a un linguaggio ondivago e stratificato, assillato dall'esigenza di mostrare (quindi, ottemperando pienamente alle esigenze della resa cinematografica).
Wenders, per la prima volta in forma dopo molti anni, organizza invece un racconto che seppure tentato dai suoi inevitabili toni predicatori, riesce a trovare una singolare purezza di sguardo. La terra dell'abbondanza è la storia di una falsa indagine (falso movimento?) ambientata in una Los Angeles pressoché inedita e degna del furore di un Samuel Fuller. Wenders ci racconta l'america dei disperati e dei senza tetto, percorsa da un furgone (il ricordo non può non tornare all'antico capolavoro Nel corso del tempo) guidato da un reduce dal Vietnam che, traumatizzato dal massacro delle Twin Towers, ha organizzato l'allestimento di un suo personalissimo fronte interno. Un personaggio folle e tragico, capace di riscattare con la sua stravaganza eventuali rischi di moralismo e di filtrare, attraverso i suoi occhi stralunati, lo sguardo di un cineasta straniero, fortemente desideroso di capire.
Come corollario a queste pellicole viene voglia di citare due cortometraggi contenuti nel film collettivo 11 settembre 2001, gli unici due segmenti del film realmente riusciti e che hanno l'intensità di piccoli capolavori. Parlo dei corti diretti da Ken Loach (un minidocumentario sull'altro 11 settembre del colpo di stato in Cile) e da Sean Penn (una vera e propria poesia in immagini, abitata dallo splendido corpo attoriale di Ernest Borgnine), due piccoli film in cui si riafferma la vocazione insieme privata e collettiva del dolore.
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