Fuori dalla porta
di Fabio Orrico
Quella sera, rientrando a casa, uscendo dall'ascensore con quella leggera sensazione di vuoto allo stomaco, di attesa che sempre le prendeva poco prima dello scatto finale dell'ascensore, poco prima dell'apertura delle porte, trovò davanti alla porta di casa un uomo sdraiato a terra, addormentato. Un barbone, pensò lei e proprio in quel momento si accorse di avere paura. L'uomo continuava a dormire. La luce che aveva invaso il pianerottolo non pareva averlo disturbato. Lei cercò di pensare in fretta a quello che doveva fare: andarsene e chiamare la polizia, chiedere l'aiuto di un vicino, scavalcare con prudenza e circospezione l'uomo e poi chiudersi in casa nel massimo silenzio e con la massima rapidità.
Aggirare il corpo non poteva, visto che i piedi del barbone toccavano la ringhiera, mentre la testa era quasi attaccata al muro. Non c'era possibilità di manovra. Lei rimase ferma qualche minuto, senza fare niente. Quando la luce si spense, lei non la riaccese, per paura di svegliare l'uomo. Tornò verso l'ascensore ma proprio quando stava per entrare le porte si chiusero in fretta, come una bocca. Lei rimase incredula di fronte alle porte chiuse, sperando che il ronzio sordo della cabina non svegliasse l'uomo. Nel frattempo la luce si era riaccesa, con una violenza tale da non lasciar dubbi sull'evidenza della sua perplessità. Toccò il cappotto del barbone con la punta della scarpa. Niente. Si fece indietro e sospirò. Un sospiro profondo, lento. Ma possibile, si chiese, che non passa un giorno senza che succeda qualcosa di strano? Rimase immobile ancora qualche istante, finché la luce del pianerottolo non tornò a spegnersi. Va bene, si disse, oggi in azienda il nostro formatore è stato chiaro. Non può filare sempre tutto liscio. I grattacapi ci sono per tutti e bisogna essere pronti e saper reagire. Non chiamiamoli più problemi, aveva detto il formatore, chiamiamoli situazioni. Le situazioni si affrontano e si risolvono molto più facilmente e porsi di fronte a una situazione è psicologicamente molto più semplice che porsi di fronte a un problema. Quindi, d'ora in avanti, in azienda e nella vita, voi avrete a che fare con situazioni e non con problemi. D'accordo?
"D'accordo" sussurrò lei, nel buio.
Il bar sotto casa. Aperto fino a tardi. Prima d'ora non ci aveva mai messo piede. Non è che disertasse i bar per una sua scelta precisa. Il bar di fronte al lavoro, per esempio, quello era sua meta fissa tutte le mattine e tutti i pomeriggi. La pausa caffè, insomma. Il bar sotto casa invece l'aveva visto soltanto attraverso la vetrina, e sempre per pochi istanti, in movimento, mentre procedeva spedita verso l'automobile, la mano nella tasca del cappotto, già in cerca delle chiavi. Vide l'ingegner Novaga, che abitava proprio sotto il suo appartamento, entrare e ordinare un amaro. Lo sentì dire "un amaro" e lo sentì parlare del più e del meno con il barista, dopo averle rivolto un breve cenno del capo, cui lei rispose con un sorriso. Ecco. Probabilmente era stato lui, pochi istanti prima, a soffiarle l'ascensore da sotto il naso. Pensò di avvicinarsi e chiederglielo, gentilmente ma con la dovuta fermezza per poi esporgli la situazione. Invece si mise a sedere e ordinò un caffè alla cameriera che immediatamente l'aveva raggiunta al tavolo.
Sono le otto di sera, pensò lei, quello va a letto con le galline. Potrebbe restare lì sdraiato a dormire per tutta la notte. Tutta la notte. Bella prospettiva. Il bar prima o poi avrebbe chiuso. Doveva inventarsi qualcosa. Vado in un hotel, si disse, adesso mi alzo e comincio a camminare, poi entro nel primo albergo che trovo. È l'unica cosa che posso fare. Non ho il coraggio di svegliare il barbone, non ho il coraggio di chiedere l'aiuto di un vicino di casa-
Poi, proprio nel suo campo visivo che per tre quarti era occupato dalla vetrina del bar, vide sfilare i colori scuri di un'auto dei carabinieri. Pensò le parole: ordine pubblico. Pensò: ma perché non ci ho pensato prima, è l'unica cosa sensata che posso fare. Cominciò a rovistare nella borsetta in cerca di una carta telefonica mentre già si alzava per raggiungere il telefono pubblico. Inutile che disturbi altra gente; inutile rischiare qualcosa.
"Si sente sola questa sera?"
Chi aveva parlato? Novaga? Proprio Novaga. Non più di cinquanta parole in cinque anni, facendo un conteggio approssimativo. In genere, come del resto anche quella sera, si privilegiavano i gesti, i cenni del capo. Un cerimoniale di saluti che aveva a che fare più con la mimica che con la retorica. Lei si arrestò immediatamente. Il rumore della tazzina posata sul tavolino le annunciò che il suo caffè era pronto. La voce della cameriera, proveniente dalle sue spalle, disse: "Il suo caffè è pronto".
Lei disse: "Perché?"
"Perché lo ha ordinato" rispose la cameriera, sbigottita.
"Non l'ho mai vista in questo bar" disse Novaga "non l'ho mai vista fuori dallo stabile"
Dallo stabile. Solo un ingegnere poteva esprimersi in questo modo. Novaga e la parola ingegnere vivevano mescolati nel nostro mondo in una sintesi felice di senso della coerenza e coerenza del senso.
"Si è rotto il riscaldamento" disse lei.
"Sul serio?" disse Novaga.
Lei annuì.
"Queste cose succedono sempre nel momento meno opportuno, vero?"
Lei annuì ancora.
"Ma lo sa che mi si è rotto il frigorifero proprio il ferragosto scorso? E che l'ultimo dell'anno il tubo del lavandino ha cominciato a perdere come una fontana?"
"Un classico"
"Già. Comunque, per fortuna, io ho un amico idraulico. Se vuole..."
"..."
"Insomma, come preferisce"
"Ci sarebbe anche un'altra cosa"
"E cioè"
"Uno sconosciuto sta dormendo di fronte alla porta di casa mia"
"Dice sul serio? e chi è?"
"Uno sconosciuto, come dicevo..."
Rimasero a guardarsi per quasi un minuto. La testa di Novaga dava impercettibili scossette avanti e indietro. Lei stava per girare sui tacchi quando lui disse: "Vuole che venga su a dare un'occhiata?"
"Se non è troppo disturbo" disse lei.
"Certo che no. Solo un momento" e si scolò l'ultimo dito di amaro, arricciando le labbra in una specie di tentativo di degustazione, immediatamente prima di depositare il bicchiere sul banco.
"Ciao Massimo" prima di uscire Novaga salutò il barista che rispose con un contenuto gesto della mano. Ecco un uomo che sa vivere, pensò lei e subito dopo pensò se pensava realmente quello che aveva pensato. A lei, se ne ricordò improvvisamente, l'ingegnere aveva sempre dato l'impressione di essere un cretino. Probabilmente a causa della qualità del suo sguardo, capace di smarrirsi oltre la fisionomia dell'interlocutore, anche nei pochi secondi sufficienti a scambiarsi qualche frase d'occasione. Un cretino, né più né meno. Uscirono stretti nei loro cappotti e raggiunsero l'entrata dello "stabile". Lei visse l'ascensore come una trappola. Troppo stretto. I secondi troppo lunghi. Impossibile sfuggire all'obbligo della conversazione. Quindi.
Lei: "Mi scusi, sa. Odio essere inopportuna"
Novaga: "Ma sta scherzando?" poi, subito dopo: "prima il riscaldamento, poi lo sconosciuto. Non è proprio la sua serata, questa".
"Ehm... già"
Quando le porte dell'ascensore si aprirono la scena si presentò invariata agli occhi di lei. Premette l'interruttore della luce leggermente. Lui si prese il mento fra pollice e indice, valutando il da farsi, incrociò lo sguardo di lei che, un po' allarmato, sembrava voler dire "beh, sei venuto fin qua e adesso non fai niente?". Allora annuì vigorosamente, una sola volta e si diresse verso l'uomo sdraiato a terra, senza fretta ma con una certa decisione. Appoggiò la mano sulla spalla del dormiente e lo scosse leggermente. Disse, a mezza voce: " scusi?". Nessuna risposta. Lo scosse un po' più forte. L'uomo emise una specie di brontolìo e si liberò della mano con un improvviso movimento della spalla.
Lei disse: "?"
"Deve avere il sonno pesante" disse Novaga voltandosi verso di lei e sorridendole.
"Quindi?"
Lui si pose l'indice davanti al naso e fece "Sssss" si avvicinò a lei e la spinse delicatamente dentro l'ascensore. Digitò il piano immediatamente sotto.
"Venga un attimo nel mio appartamento. Chiamiamo la polizia. Quel tipo ha voglia di fare il furbo. Se ne sta lì e fa finta di dormire. Vediamo se ha voglia di continuare a dormire in questura".
Lei sbuffò e mise il broncio.
"Mi creda" disse lui "è meglio così" poi aggiunse, senza guardarla: "perché correre rischi inutili?"
Mentre Novaga parlava con la polizia (o con i carabinieri? O con la guardia di finanza? O con la sua amante? Chi aveva voglia di ascoltarlo?) Lei contemplava un enorme comò nero che aggrediva e riduceva drasticamente il candore della parete. Sul comò: un delfino di vetro di colore verde attraversato da screziature rossastre alto non meno di venti centimetri, colto nell'atto di saltare e attorniato da spruzzi d'acqua resi in vetro azzurro. Mio dio, pensò lei, a che serve laurearsi in ingegneria se poi si va a vivere da soli e, senza coercizione alcuna e in un apparente stato di sanità mentale, si sceglie di comprare una cosa come questa?
"Ecco fatto" disse Novaga "saranno qui entro pochi minuti. Beve qualcosa?"
"No" e poi sorrise per non sembrare brusca.
"Se vuole provo a chiamare il mio amico idraulico"
Si mostrava premuroso. Era una persona corretta. E comunque, dentro di lui, covava con assoluta evidenza la speranza, piccola ma tenace, di convincerla e infilarsi nel suo letto e aprire le gambe. Lei non seppe e non volle spostare lo sguardo quando individuò la stoffa dei suoi calzoni tesa e gonfia, all'altezza del cazzo.
"è stato molto gentile" disse lei "permetta che mi sdebiti"
"Non si preoccupi. Non ho fatto niente"
Lei gli mise una mano sulla patta dei calzoni, lo condusse fino al divano serrando le dita sull'erezione, come portasse una cane al guinzaglio. Lui farfugliò qualcosa che lei non si preoccupò di comprendere. Estrasse il cazzo dai pantaloni e si produsse in un pompino di studiata lentezza. L'ingegnere venne mentre lei percuoteva il glande con piccoli colpi di lingua, stringendo allo stesso tempo la radice del pene tra le dita della mano sinistra.
Lui disse: "Oh mio dio"
Lei disse: "Hai dell'acqua gassata?"
"Perché?"
"Mi hai sporcato la maglia"
"Scusa. L'acqua gassata risolve qualcosa?"
"Così ho sentito dire"
"Da chi?"
"Mia sorella. Esperienza sua propria"
"Capisco. Comunque no. L'acqua gassata non mi piace"
Novaga scivolò lentamente nel sonno. Erano anni che non veniva tra le mani di una donna. Le sue ultime parole erano state pronunciate nel dormiveglia. Lei si alzò, andò in cucina, bevve un bicchiere d'acqua, tentò di pulirsi con un tovagliolo di carta, gironzolò un po' per l'appartamento. Novaga continuava a dormire sul divano. Lo salutò facendo oscillare le dita della mano. La sua opinione su di lui non cambiò di una virgola. Aprì la porta e fece per uscire. Direttamente sullo zerbino stava sdraiato un altro corpo umano. Lei si chinò per guardarlo in faccia. Lentamente, senza emettere rumori che non fossero i fruscii dei vestiti. Un altro uomo, un altro sconosciuto. Le venne da piangere. Richiuse la porta e fece sforzi sovrumani per trattenere i singhiozzi che, se fossero emersi, sarebbero stati così disperati da apparire irrimediabilmente sproporzionati alla situazione. Rimase seduta accanto alla porta. Di tanto in tanto tendeva l'orecchio e sentiva il su e giù felpato dell'ascensore, brevi scalpiccii di passi e poi il chiudersi attutito delle porte e ancora su e giù e un coro di respiri così tenue, così remoto, da far sanguinare le orecchie.
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