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Il virus dell'elefante è l'ultimo volume pubblicato dalla
Fara editrice all'interno della collana i Microbi. Questa volta
si tratta di un autore riminese e i quattro racconti che compongono
il libro hanno Rimini come sfondo e come conditio sine qua non dell'azione
e dei pensieri del protagonista. I primi due Come Mary Poppins
e Paolino sono spaccati di vita cittadina osservati dall'occhio
malinconico del narratore che crea uno stile a volte cronachistico
a volte affettuosamente indulgente. Gli altri due invece Il grande
Popper e Guai tentano più coraggiosamente la carta del
racconto di finzione e Giamboni arricchisce la sua scrittura, di
per sé già brillante, di venature grottesche e ironiche, sbilanciate,
come nel caso dell'ultimo racconto, a favore di un sarcasmo un po'
inquietante. Per chi scrive gli ultimi due testi sono i migliori
della raccolta. Più complessi e divertenti, meno compromessi con
una nostalgia che tante volte ha stereotipato la narrativa locale,
fino quasi a evidenziarla come un sottogenere con proprie regole
e propri clichés (tendenza che comunque Giamboni riesce a riscattare
con il suo senso dell'umorismo).
Ne Il grande Popper il protagonista, forse l'autore stesso,
reduce da una faticosa nottata come cameriere in una gelateria,
risponde alla richiesta d'aiuto di due turiste tedesche capitate
per sbaglio nei pressi di casa sua e del tutte ignare di dove sia
il loro albergo. Le accompagnerà lui a destinazione. Giamboni ci
descrive il loro viaggio notturno su una vecchia ritmo attraverso
le fantasie del protagonista, che di volta in volta lo vedono appartarsi
con le turiste vittime del suo fascino o addirittura, in un bell'esempio
di humour nero, ucciderle e fare strazio dei loro corpi come un
serial killer. Alla fine, riflesso nello specchietto retrovisore,
vediamo (e con noi il narratore) il volto rugoso del Popper del
titolo, niente meno che Karl Raimund, stordito dal vino e annoiato
dal clima.
Guai è invece la storia di una metamorfosi (kafkiana? dirlo
è sicuramente banale, forse fuori luogo, è probabile che Giamboni
non pensasse neanche lontanamente a Kafka mentre scriveva il racconto).
Forse il più bello dei racconti pubblicati, teso e ilare, a tratti
dolente, risolto da un finale sospeso e perplesso (e risolvere con
finali irrisolti sembra essere la cifra di questo autore). Tra l'altro,
è il racconto che motiva il bel titolo del libro.
Insomma, un libro decisamente piacevole e agile, in perfetta analogia
con la sua veste grafica.
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